FINCHE’ IL NONNO C’E’…

3°m Terzo Millennio - Rivista Letteraria no profit - Registrazione Tribunale di Barcellona P.G. (Me) - n° 70/2009 del 01-6-2009

È domenica mattina. Mia mamma sonnecchia serena semidistesa sulla sua poltrona sdraio.
Accendo la TV. Se voglio rompere il silenzio della campagna nel dì di festa, quando mamma si perde nel sonno e non c’è più nessuno ad ascoltare i miei monologhi, non mi resta che cercare un’emittente che trasmetta musica e impegnare il tempo leggendo fin che vien l’ora di pranzo.
Faccio zapping per un po’ e mi fermo su Rai Storia. Ma sì, dai!, leggo dopo. Vediamo che cosa dicono.
La domanda è: «Perché una vicenda privata diventa così attraente dal punto di vista mediatico?».
Già! Le notizie di liti che sfociano in omicidi, femminicidi, delitti passionali; tutto ciò che si consuma tra le pareti domestiche, ogni evento che porta in se un po’ di mistero lasciando spazio alla fantasia e alle supposizioni più raccapriccianti, diventa attraente. Così tutti vogliono sapere per poi poter dire.
Ciò che più…

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QUATTRO SIGARETTE PRIMA DI MORIRE

panchia autunno

         Diede l’ultimo morso alla mela e con un lancio veloce da softball fece volare il torsolo oltre la siepe dentro il laghetto. Si ricompose sedendosi sulla panchina seminascosta da un grosso salice e rimase a guardarsi le mani, più ossute e sciupate di un tempo, ma ancora molto belle. Le unghie pulite e regolari non se le mangiava più.

Frugò tra gli indumenti in cerca delle sigarette, non rammentava in quale tasca le avesse infilate. Ne restavano solo quattro nel pacchetto. Erano le ultime quattro sigarette della sua vita, non ne avrebbe più comprate. Doveva fumarle con attenzione, era necessario che il ricordo di quel aroma colmasse almeno l’arco di una giornata. Doveva prolungare il torpore, non doveva svanire scansato dall’indifferente sovrapporsi di altre sensazioni.
A quell’ora nel parco non c’era nessuno e non sarebbe stata disturbata. Era il momento giusto, ora poteva accendere la prima sigaretta del suo epilogo.
Calcolò ogni mossa. Estrasse la Camel Activate, fece esplodere la capsulina e la portò alle labbra tenendola tra l’indice e il medio della mano sinistra mentre nella destra stringeva l’accendino regalatole dall’amica mancata da appena un paio di mesi.
La fiamma investì l’estremità del sottile cilindro, bastò una boccata e il rosso incandescente della brace brillò nell’ombra della sera.
Il dolce aroma di mentolo si diffuse riempendole la bocca, non aspirò e socchiuse appena le labbra, un sottile nastro di fumo uscì e immediatamente il naso ne catturò il profumo che trovò così la via trasportato dall’ossigeno. Chiuse gli occhi e si abbandonò al momento. Liberò i pensieri e li lasciò andare trasportati dal fumo, degno mezzo di ciò che non sarebbe mai stato.
  Si rivide, giovane ragazza al suo ultimo provino, quello decisivo. Il momento era perfetto, la giusta dose di emozione epiano speranza produceva lo stress necessario per rendere al meglio l’esibizione. Dopo una falsa partenza chiese il permesso di ricominciare e le fu concesso. Il pianoforte riprese a suonare, questa volta erano le sue mani a muoversi sui tasti, non la testa ma il cuore a guidarle. L’emozione le chiudeva la gola, non sentiva più la lingua per quanto era secca. Per fortuna il provino prevedeva un brano acustico, non era richiesta anche l’interpretazione vocale. Non sarebbe riuscita a cantare.
Dopo le prime strofe la tensione fu incanalata nella passione che sprizzava come il sangue da una spremuta di cuore e andava a investire la commissione d’esame.
Il posto nell’orchestra poteva essere suo e finalmente la carriera di musicista avrebbe trovato il suo punto di partenza.
Tirò una boccata troppo lunga e il fumo si inceppò in gola, dovette deglutire quello che rimase incastrato.
L’eccitazione che provava nel sentirsi così dentro al brano che tanto amava era incontenibile. Il Bolero di Ravel era sempre stato per lei un brano travolgente. Ricordava di averlo sentito per la prima volta al cinema, era il brano conclusivo del film Bolero (Les une et les autres) di Claude Lelouch. Non l’aveva semplicemente ascoltato, ma l’aveva mangiato, bevuto, fumato, assorbito attraverso la cute. Ne era diventata parte, mai si era sentita così dentro un momento come nell’apoteosi finale del film con il lento e incalzante crescendo della musica di Ravel, la coreografia di Béjart e l’interpretazione sublime e travolgente di Jorge Donn, sullo sfondo la Tour Eiffel. Si sentiva lì, sul palco accanto a Jorge Donn, in mezzo all’orchestra tra i violini, e al microfono accanto ai vocalist. Si sentiva ovunque, immensa, trasportata dalle note di un Bolero favoloso. E adesso scaricava tutto il vigore di quel ricordo sui tasti del pianoforte.
La commissione applaudiva e i volti sorridevano. La prassi voleva che l’esito fosse formalizzato, nessuno disse niente. Le sarebbe arrivata la comunicazione per posta e lei avrebbe dovuto solo accettare.
L’amore arrivò prima, più travolgente e impetuoso di ogni ambizione. Non aprì mai quella lettera. Non volle sapere, non voleva dover scegliere. Vedeva solo un bivio e lei avrebbe seguito la via del cuore, a cosa serviva angustiarsi. Qualsiasi cosa le comunicassero non avrebbe avuto più nessuna importanza.
La prima sigaretta era finita, ne restavano tre.
Un po’ instabile sulle gambe si incamminò verso casa.

–*-*–*-*–*-*–*-*–*-*–

          Il giorno passò senza lasciare traccia nell’attesa di quel singolare appuntamento che aveva preso con se stessa e col passato.
Nessuna mela, nessun torsolo, nessun lancio. Era di nuovo sera e la panchina era sempre vuota. Il parco deserto.
La terza sigaretta si accese all’istante nonostante il vento leggero che muoveva le foglie, il secco rumore prodotto cullò il suo pensare.
rosa-nera-e-sanguePrendo io la valigia, tu sali in macchina”.
“No, non serve. Vado da sola”.
“Vengo con te”.
“Meglio di no. Vado sola, è una mia scelta”.
“Ne sono responsabile pure io”.
“Questa cosa non è NOSTRA, è solo mia”.
“Ok. Hai preso tutto? La cartellina degli esami e le impegnative?”
“Sì”.
“Sei sicura di voler andare da sola? Se poi hai bisogno di assistenza?”
“Non avrò bisogno di niente. Non ti devi preoccupare. Non avrò ripensamenti. Ora vai via per favore, ti chiamerò io quando mi sentirò di vederti”.
“Va bene… Lo sai che non ci sono alternative”.
“Lo so”.
“Ciao”.
“Ciao”.
Pochi chilometri. Pochi minuti. Il parcheggio. La reception. L’infermiera. Il camice. La cuffietta. Il lettino. Il chirurgo.orsetto
“Anestesia”.
“No, per favore no. Niente anestesia”.
“Sentirà male”.
“Lui di più”.
“Farò attenzione e sarò rapido”.
“Fatelo come volete, ma fatelo”.
Poche cose nella valigia, non era mancato il posto per Toby, l’orsetto.
Ti saresti chiamato Carlo. Diagnosi: idrocefalia.
La terza sigaretta aveva avuto l’effetto di uno spinello fumato con avidità, una boccata a ogni respiro. La brace sempre incandescente come una unica lunga tirata così veloce da lasciare intatta la cenere.
Un vortice smosse le foglie secche come a sprimacciare il cuscino per accogliere la cenere rimasta.
Era buio, si strinse nel golf e s’incamminò.
Le restavano due sigarette.

–*-*–*-*–*-*–*-*–*-*–*-*–

I^ parte della II^ puntata

Ancora un giorno come tanti e finalmente la sera.

Il parco sempre libero e la panchina sempre vuota.

Nessun segno, nessun appiglio, nessun imprevisto a farla deviare dai suoi propositi. Il percorso era sgombro e poteva proseguire dritta allo scopo.
Il pacchetto di Camel si presentò ormai vuoto, le sigarette rimaste erano solo due, ne estrasse una e chiuse subito per non dover provare tristezza per quella solitaria superstite già condannata. L’aroma di mentolo non le bastava più e lo rinforzò con una caramella. La scatolina di latta illustrava un battello col suo capitano: “l’amico del pescatore”.
fisherman friendLa barca viaggiava veloce, solcava fiera le onde. Il vento in poppa gonfiava la randa e il fiocco, birichino e dispettoso, bordeggiava vivacizzando la crociera. Il cielo sereno era sgombro da nubi e il mare increspava a tratti eccitando lo scafo.
Lui stava al timone, il berretto bianco con la visiera blu gli conferiva un’aria fiera e decisa. Lei si godeva il sole appoggiata al tientibene mentre il vento le accarezzava la pelle scompigliandole i capelli. Giochi innocenti distraevano i giovani a prua sotto l’occhio vigile del capitano.lascairsi12
Un lampo e il cielo si aprì. La crepa sulla volta celeste ruppe il cerchio e lasciò precipitare il buio delle tenebre che si riversò sull’imbarcazione.
Il piccolo universo, in perfetto equilibrio, venne travolto e disperso.
Il capitano arenò di schianto in una spiaggia arida e inospitale. Intorno solo i fantasmi di mangrovie sterili.
Lei vagò, persa tra dubbi e incertezze, stordita dal botto.
Che ne era stato di tutto l’amore donato? A che cosa era servito rinunciare ai propri sogni per seguire il sogno comune? La viso screpolatorotta era già tracciata e la meta non era lontana. A che cosa era servita tutta la strada percorsa se era bastato un lampo a disperdere le certezze? Che cosa può l’equipaggio quando il capitano abbandona il timone?
La barca diventa una noce in mezzo alla bufera e i passeggeri si raccolgono al suo centro nell’abbraccio del terrore aspettando che la tempesta si plachi e che il capitano ritrovi la rotta.

Tornerà il sereno e il viaggio potrà riprendere, il porto designato sarà finalmente raggiunto, ma la terra promessa avrà ancora lo stesso sapore?
La cicca spenta le scivolò tra le dita e lei non se ne accorse. Si era assopita. Anche la Fisherman’s Friend si era sciolta e sulla lingua non ne restava nemmeno la traccia. Un rivolo di saliva scivolò in gola come un soffio gelido a congelarle le tonsille, a cristallizzare il cuore.
Si alzò e tornò a casa.
Ancora una sigaretta prima di morire.

–*-*–*-*–*-*–*-*–*-*–*-*–

Tre giorni erano passati sospesi sul nastro grigio srotolato dalle viscere. Restava una sola sigaretta, l’ultima. La fine era arrivata puntuale come sempre. Nessun imprevisto e nessun contrattempo l’aveva distratta, il momento era quello giusto. Sarebbe stato inutile rimandare.
Stese le gambe e raddrizzò la schiena arrivando ad appoggiare la testa allo schienale della panchina. Aveva assunto una posizione da catalessi apparentemente scomoda, ma in perfetta armonia con lo stato mentale.
La musica! La La/Sol# Fa#- Re
La La/Sol# Fa#- Re
La La/Sol# Fa#-
“Someone like you”
“Sometimes it lasts in love, but sometimes hurts instead”. A volte dura l’amore, ma a volte, invece, fa male.

Già!
Lui era lì, bello come allora. I tratti del viso, un po’ più duri, avevano perso la dolcezza della gioventù, ma gli occhi erano sempre gli stessi e come allora quello sguardo le violentava il cuore.
balloUna mano tesa la invitava a ballare sulle note di un pianoforte immaginario e lei accettò. C’era tutto in quell’abbraccio, tutto quello che le mancava. La mano aperta sulla sua schiena fondeva il calore del sole d’inverno quando spende riflesso dalla neve e acceca creando miraggi tra i cristalli. Come neve, lei ora, si scioglieva in quel calore infuso.
Lui la guidava sui passi di un valzer lento, ogni passo un confronto, ogni affondo una resa, ogni giro un cambio di rotta, ma uniti verso la stessa direzione. Due corpi appoggiati uno all’altro in perfetto equilibrio. Il viso affondava nel conforto del solido torace del ballerino muto che la portava passo dopo passo sui La La/Sol# Fa#- Re.
Aggrappata a quel corpo impettito nei passi di danza, sentiva i battiti del cuore rimbalzare sui muscoli tesi nei giri di valzer, nessun ritorno di echi gemelli, echi che non le appartenevano perché già da tempo rimbombavano nel petto di un’altra. Aspettare non era servito a niente. Inutile perdita di tempo, il suo turno non era mai arrivato.
In diagonale, rigida sulla panchina, con gli occhi chiusi avvolta dal fumo, si teneva stretta a quel sogno illecito nato e abortito nel rapido incrocio di due vite che non si erano mai intrecciate.
Amare senza essere corrisposti è concesso? Può diventare fuorilegge desiderare un amore senza averne diritto? Un sentimento d’amore spontaneo può mai essere illegittimo e criminale? Sì, sembra sia così dal momento che le pene sofferte sono peggiori di una condanna a morte.
Chissà se lui ha mai capito, chissà se ha saputo, chissà se ha solo per un attimo corrisposto quel sentimento legato a un elastico teso all’infinito e mai tornato.
Ancora un giro di valzer e anche sognare non basta più. Il ballerino è sordo, rigido e indifferente non corrisponde.
La sigaretta cadde di mano già spenta. L’ultimo alito di fumo accompagnò i Mi Re La lasciando la tristezza con tutto il suo peso a premere sul cuore soffocato nei sospiri. Aprì gli occhi mentre la testa annegava in un brodo di paure e la stanchezza indicava una boa quale ultimo suggerimento: la soluzione definitiva era l’unica via d’uscita.
Incurvò la schiena e raccolse le gambe. Tornò a guardarsi le mani, per quanto fossero belle non mentivano. Anche laccando le unghie non avrebbero ritrovato il vigore e l’entusiasmo per andare alla ricerca di ciò che per troppo tempo, pur atteso, non era arrivato. C’era sempre stata un’altra a vivere il suo sogno e Lei non era mai stata Lei.
Il pacchetto vuoto abbandonato sulla panchina le ricordò che non c’erano altri sogni da sognare, restavano i rimorsi e i rimpianti. Si alzò e con lenta determinazione avanzò verso il laghetto. Non si fermo e continuò a camminare verso il centro. Non sentì nulla, né l’acqua gelida, né il peso degli indumenti zuppi, nemmeno l’aria che mancava.
Tutto avvenne con naturalezza e il suo corpo assecondò la mente, non si ribellò quando l’acqua prese il posto dell’aria e tutto finì.
Le favole hanno sempre il lieto fine solo perché finiscono quando tutti vivono felici e contenti. Ma che cosa succede dopo che Biancaneve arriva al castello del suo principe azzurro? E Cenerentola chissà se si è mai maledetta per aver perso la scarpetta? La bella addormentata è stata davvero contenta di essere svegliata? Non lo sapremo mai. Nessuno lo dice.

fine

0c932d5777f56a089aadb5621d892759Monica Bauletti

IL GIOVANE HOLDEN – J.D.SALINGER – Einaudi

Non farò la recensione a questo libro

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Questo è un libro evergreen. Di quelli che si possono leggere a ogni età.

Scritto in prima persona.

L’autore si è calato perfettamente nel personaggio che attraversa lo stretto passaggio dell’adolescenza. Periodo della crescita dove ogni evento amplifica gli effetti e il viaggio si fa in carne viva, senza protezioni, esposti a tutti i virus virtuali che infettano la mente. Periodo di grandi verità e di vita vera.
Leggetelo, seve sempre.

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  • Copertina flessibile: 248 pagine
  • Editore: Einaudi (20 maggio 2008)
  • Collana: Super ET
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8806193090
  • ISBN-13: 978-8806193096

“Alla fine del primo atto siamo usciti con tutti gli altri imbecilli a fumare una sigaretta. Che roba. Giuro che in vita vostra non avete mi visto tanti ipocriti messi insieme. Tutti che fumano come ciminiere, parlando dello spettacolo in modo che gli altri li sentissero per bene e capissero quant’erano intelligenti”.

Primizie di primavera: “Parola di Cassandra” di Graziella Furnari

3°m Terzo Millennio - Rivista Letteraria no profit - Registrazione Tribunale di Barcellona P.G. (Me) - n° 70/2009 del 01-6-2009

Si tratta della prima opera, edita dalla Casa Editrice Kimerik e finito di stampare a marzo 2015, di Graziella Furnari, intitolata “Parola di Cassandra”, che rivela molto la personalità dell’autrice, anzi, oserei dire che mette a nudo la sua vera essenza di donna e di insegnante, ma soprattutto di mamma. Un sinolo di poesia e narrativa, connubio perfetto per trattare temi di attuale importanza, quali: la vita nelle sue mille sfaccettature, l’umanità intesa nel suo senso più intimo e la natura, sfondo di ogni cosa. Ma, è anche l’urlo di una madre che è stata, a sua volta, bambina e che è consapevole del fatto che qualsiasi creatura in questo mondo non merita discriminazioni, divieti, sofferenza. Il mondo dovrebbe mettersi all’altezza dei bimbi e non loro all’altezza del mondo: questo è il messaggio che fa da sfondo ad un’opera semplice e delicata. Ogni singolo bambino merita gioia, amore, spensieratezza, rispetto…

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Al solito posto la macchina di Giulio – Racconto in due puntate 1/2

Al solito posto la macchina di Giulio

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Se è vero che “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” come può la morte distruggere l’essenza di un individuo? Come può la nascita generare un’anima? Non è forse tutto il frutto di una trasformazione? Proprio come avviene con il ciclo dell’acqua: le cose variano e si deformano producono energie nuove. Se l’anima mia è destinata a trasformarsi nel moto perpetuo della vita e della morte, l’amore che sento potrà mai restare costante?
Su questo rifletteva Lisa seduta in macchina accanto a Giulio. Lui guidava silenzioso e come lei, pensava a cose estranee alla loro relazione e alla loro vita comune.
Lisa sapeva che la loro storia era finita.
Si distrasse ammirando il panorama che offriva la strada tortuosa di ritorno dal weekend in montagna. L’ultimo della stagione e l’ultimo con Giulio. Non erano nemmeno riusciti a litigare in quei tre giorni, tanta era l’indifferenza che nutrivano l’uno per l’altra. Se quell’ultima vacanza insieme doveva esser di qualche utilità, ora Lisa sapeva che era servita a chiarire a entrambi che la loro relazione era finita. Non C’era nemmeno bisogno di dirlo. Si sarebbero salutati e ognuno per la propria strada. In quel momento, seduta accanto a lui, mentre percorrevano gli ultimi chilometri prima di arrivare a casa, Lisa si sentì investire da una tristezza liberatoria, un vuoto carico di sollievo come il sopraggiungere della morte dopo una logorante agonia. Anche questo era uno dei sapori dell’amore? Sì, l’amore sa di amaro quando finisce, un amaro che lega la lingua al palato e secca la gola impedendo di parlare e allora si tace. È un silenzio che non porta nemmeno imbarazzo.
L’imbarazzo presuppone un’aspettativa. Mi sentirei in imbarazzo se questa situazione suggerisse di aprire una qualsiasi finestra su orizzonti comuni pronti a soddisfare desideri che ci unissero ancora una volta. Ma Giulio è stanco tanto quanto lo sono io.
Giulio ruppe il silenzio cancellando i suoi pensieri e Lisa trasalì nel sentire la sua voce:
“Se per te va bene, io andrei subito a casa. Passo domani a prendere le cose che ho lasciato da te”.
Con queste parole Giulio dichiarò l’Ora del decesso: 17,33.
“Grazie Giulio, domani sarò fuori tutto il giorno e tornerò molto tardi, le chiavi le hai, puoi passare quando vuoi”.
“Ok, Grazie”. Sì, grazie un corno! Sei sempre perfetta, composta e corretta. Che schifo! Che vigliaccata! Non abbiamo nemmeno il coraggio di dircelo chiaro. Ambiguità e falsità, solo questo rimane. Però! è la prima volta che mi capita di rompere così.
Distratto, Giulio non si era accorto di essere arrivato. Fermò la macchina all’ultimo, proprio davanti al portone di casa di Lisa. Scese, aprì il bagagliaio e prese la borsa, gliela consegnò con movimenti semplici e ovvi, senza l’accenno di un gesto affettuoso né tanto meno confidenziale, con estrema freddezza.
“Allora passo domani nel pomeriggio se non ti disturba sapermi in casa quando non ci sei”.
“No, no. Fai pure con comodo”.
“Allora ciao,”
“Allora ciao”.
Lisa si girò con la borsa a tracolla rovistando nel fondo in cerca delle chiavi. Giulio salì in macchina, senza girarsi, se ne andò. Non andò subito a casa, cambiò idea e comunque non voleva salire da lei, non voleva prolungare quella giornata, quel weekend così pesante e insopportabile. Che peso! Che noia! Che sopportazione! Sapeva di non poter incolpare Lisa. Lei era sempre stata molto corretta, spontanea e sincera. Era solo un suo problema. Quale problema non sapeva dire nemmeno a se stesso. Infatti era grato a Lisa per aver accettato una chiusura senza chiarimenti e senza dichiarazioni ufficiali. D’altra parte Lisa era una donna fuori dal comune. Già, lei era intelligente, metodica, precisa, perfettamente organizzata. Chissà che cosa non era scattato tra di loro. Si chiese se di quel rapporto l’unica cosa che gli sarebbe mancato sarebbe stato il sesso, come spesso gli era capitato quando aveva rotto in precedenza. Ma era così preciso e perfetto con Lisa anche quello che ormai era diventato scontato. Ma allora che cosa c’era che lo disturbava ora? Decidere di rompere in modo così ambiguo senza una scenata eclatante e plateale era nauseante. Se almeno fosse riuscito a litigare avrebbe avuto un motivo per essere in collera, invece niente.
Lei l’aveva preso così come l’aveva lasciato. Con metodo. In perfetto ordine.
Senza accorgersene, Giulio era arrivato a casa e stava parcheggiando al solito posto.
wiskyCi volevano un drink e due chiacchiere dopo tutto quel silenzio. Quindi entrò nel bar sotto casa.
“Ciao Gino, dammi qualcosa di forte. Di molto forte per favore. Mi voglio tramortire”.
“Va bene un whisky doppio senza ghiaccio?”
“Sì, possiamo cominciare con quello”.
“Se non sapessi che abiti qua sopra e che posso portarti a letto quando chiudo, ti avrei già buttato fuori. Che ti succede?”
“Ho rotto con la mia ragazza”.
“Mi dispiace. Brutta faccenda quando si rompe con una donna”.
“No. Perché? Era ora, la storia era finita e abbiamo chiuso!”
“Già, già. E allora perché ti vuoi ubriacare?”
“Per festeggiare”.
“Già. Allora festeggia”.
Gino gli passò il doppio whisky e tenne la bottiglia sul bancone a portata di bicchiere.
“Sai Gino, non mi ha detto niente”.
“Hai rotto tu?”
“No. Grande! Non trovi? Non è stato nemmeno necessario dircelo”.
“Allora non vi siete proprio lasciati”.
“Sì, sì, lasciatissimi. Domani quando lei non c’è vado a prendere le cose che ho lasciato a casa sua e lo sai cosa c’è di bello che so benissimo che troverò tutto a portata di mano, in bella vista e non dovrò nemmeno fare la fatica di cercare. Ma siccome lei è perfetta, è molto discreta e sensibile, non mi preparerà tutto in una scatola o in una borsa, no mio caro. Lei è precisa e farà in modo di non sembrare troppo esplicita, mi lascerà l’illusione di essermi preso da solo le mie cose, mi lascerà credere di essere stato io a decidere di andarmene, lascerà tutto lo spazio per i miei rimorsi, per i pentimenti e i rimpianti. Un’altra al suo posto mi farebbe trovare la valigia sul portone oppure aspetterebbe di vedermi arrivare per buttarmi le valige dalla finestra, direttamente sul marciapiedi. Ma lei è troppo nobile e signora. Lei se ne resta fuori per tutto il giorno e mi lascia il tempo perché sgombri casa sua e non mi faccia più vedere. Resta sott’inteso che dovrò lasciare le chiavi sul tavolino prima di uscire per l’ultima volta. Perché lei è così. Mi ha dato tutto e mi ha tolto tutto”.
“Ma se pensi di pentirti allora tu non lasciarla. Domani vai là e aspetti che torni, poi parlate e vi chiarite”.
“Sì, hai ragione Gino. Ho sbagliato a lasciarmi condizionare e a subire le sue volontà”. Giulio allungò il bicchiere e Gino lo riempì ancora una volta. bloccata“Lei ha creato tutta la situazione, ha condizionato le mie decisioni. Mi ha manovrato. Avrei dovuto salire e sbattermela ancora una volta, ma come piace a me e non come ha sempre voluto lei. Avrei dovuto togliermi la soddisfazione di vederla implorare e di pregarmi di non smettere e di farla godere fino allo sfinimento”.
“Lo puoi fare domani”.
“Sì, potrei farlo domani. Ma non servirebbe a niente”.
Ancora un sorso e il bicchiere era di nuovo vuoto.
“Sai Gino non posso nemmeno odiarla, mi è impossibile amarla, ma questa cosa mi disturba, mi infastidisce”.
“Sei geloso forse”.
“No, non c’è nessun altro. Versa qua, che ho sete, ma questa volta riempilo”.
Gino scosse il capo ma ubbidì e riempì il bicchiere fino all’orlo.
“Allora: non sono geloso, non sono depresso, non me ne frega niente, non sono innamorato, e che cazzo ci faccio qua da te a ubriacarmi?”
“Già è quello che mi chiedo anche io”.
“Te lo dico io Gino che cosa ci faccio! Io volevo una donna che colmasse i miei vuoti. Ho tanto cercato una donna che organizzasse la mia vita. Io ho bisogno di sapere che c’è una donna che mi aspetta quando torno a casa, una donna che mi lasci messaggi quando è in ritardo e che mi telefoni per dirmi di raggiungerla ai grandi magazzini per aiutarla a scegliere le scarpe che poi comprerà ignorando il mio parere. Io voglio una donna che rida alle mie battute e mi prenda in giro per come mi vesto, che mi critichi continuamente perché non mi rado. Una donna che mi faccia sentire stupido e che mi chieda continuamente cosa è meglio fare per farmi sentire importante. Una donna che mi metta difronte alle mie incapacità e che lodi i miei pregi e le mie virtù con le amiche. Una donna che mi permetta di essere un uomo, che mi tratti come un bambino concedendomi di essere fragile e al contempo virile, che mi permetta di giocare senza farmi vergognare”.
L’alcool ora aveva il completo controllo sui suoi riflessi e il viso cominciava a sciogliersi come cera al sole. Gli occhi erano sempre più cadenti e le palpebre scivolavano ai lati del viso lasciando una piccola fessura attraverso la quale uno spiraglio di luce riusciva ancora a filtrare mentre la bocca rallentava i movimenti e le sue parole uscivano come da una moviola, ma erano ancora ben comprensibili.
Ancora un sorso e il bicchiere era a meno di metà.al muro
“Gino voglio una donna che mi tolga da quel muro che mi guarda ogni volta che rientro solo. Una donna che riempia tutti gli angoli di casa dove mi rannicchio a piangere perché la solitudine è insopportabile. Gino, sono forti le donne sai, hanno una forza incredibile. Tu le puoi stringere fino a spaccare tutte le loro ossa ma sono comunque più forti. Gino tu ce l’hai una donna vero? Sì lo so che ce l’hai e si vede sai? Si vede perché sei forte e sei sicuro. Tu non torni a casa ubriaco perché hai una donna a casa che ti aspetta. Io invece mi posso ubriacare. Ora finisco il mio whisky e poi vado. Torno in quella casa vuota con i muri tutti bianchi e gli angoli spogli che mi chiamano e mi dicono: vieni Giulio, vieni Giulio e io ubbidisco e loro mi catturano e mi risucchiano, mi sento intrappolato, sepolto vivo. Una notte intera assorbito dal muro come se fossero sabbie mobili. Restano fuori solo il naso e la bocca così respiro e vomito. Sei mai stato catturato dal muro tu Gino? No eh? tu hai la tua donna che ti tiene saldo nel letto. Quando ci sono le donne i muri stanno buoni. Forse hanno paura delle donne i muri, sarà perché hanno strane idee le donne, loro hanno sempre un quadro da appendere, una mensola da fissare, un mobile da spostare e allora i muri se ne stanno buoni e cercano di non farsi notare altrimenti ecco che arrivano le donne con trapano, martelli e chiodi e gli fanno vedere di cosa sono capaci”.ubriacarsi
Giulio alzò il bicchiere a centottanta gradi e lo vuotò. Restò a osservare il fondo trasparente per controllare se si formava ancora una gocciolina di whisky.
“La cosa davvero ridicola, caro Gino, è che Lisa era proprio quella donna”.
Scese dallo sgabello, misurò l’equilibrio e la stabilità delle gambe per capire se avrebbe retto fino alla porta e salutò Gino.
“Ciao Gino credo di essere pronto per affrontare i muri di casa mia. Vado, ci si vede. Grazie per la compagnia”.

fine prima puntata

lascairsi

./. segue 

Monica Bauletti

Quanto pesa la spiritualità

SABATO 25 APRILE 2015 – 12:11 ora locale (8:26 ora italiana) –  TERREMOTO IN NEPAL – magnitudo 7.8 – epicentro a circa 80 chilometri a nord-ovest di Kathmandu – 15 chilometri di profondità – a seguire altre 13 scosse fino a  magnitudo 6.7

Nepal immagine sacra
– Maestro perdona questa mia visita fuori programma. Spero di non disturbare, sono passata solo per un saluto. Domani a quest’ora sarò a Kathmandu. Parto con un gruppo di volontari al seguito del convoglio di aiuti umanitari destinati ai terremotati del Nepal.

– Cara figliola, sei sempre la benvenuta. Non mi disturbi affatto e mi fa piacere che tu abbia voluto salutarmi di persona prima di intraprendere un viaggio così difficile.

katmhandu riti– Sarei voluta andare in Nepal come turista per godere dei visi felici e spensierati degli abitanti, del caos di una città affollata, degli odori di un posto lontano dalla mia realtà per usi, costumi e abitudini di vita. Avrei tollerato qualsiasi disagio pur di immergermi nell’atmosfera mistica e trascendentale che i racconti e i reportage degli opuscoli turistici hanno dipinto nella mia mente. Invece mi aspetta… chissà se posso immaginare che cosa mi aspetta? Prevedo visi tristi velati dalla polvere che vagano come tanti fantasmi senza più casa, senza più meta, senza più riferimenti, smarriti nella confusione alla ricerca dei cari dispersi o già persi.

– Ragazza mia, chi dice Nepal dice Pace. Le catastrofi naturali svelano la vulnerabilità materiali delle nazioni e dei popoli ovunque si trovino e chiunque le abiti, ma la forza della fede risiede nell’anima. È una nazione che nella mente collettiva viene associata al misticismo, alla spiritualità, alla pace, all’amore universale, alla ricerca del buono interiore. Non fu un caso se Katmandu divenne una delle mete dei viaggi intrapresi dagli hippy negli anni 1969/1970.

– Però è triste scoprire che non c’è pace per i pacifisti. Quella valle ora sarà distrutta e chissà quanto tempo ci vorrà perché ritrovi il suo equilibrio e l’armonia ritorni ad addensare l’aria.

– Una leggenda buddista narra che dove oggi sorge Kathmandu, un tempo c’era un lago, ma Manjusri, Buddha della Consapevolezza, fece con la sua spada un taglio nella terra. Le acque così defluirono permettendo alle popolazioni di abitare il luogo. Sono molte le etnie che confluirono in quella valle come tante barchette portate dalle correnti del lago e arenate nella secca. Non credi che tribù così diverse che hanno saputo convivere, ognuna con i suoi santi, dove il dualismo e il non-dualismo si uniscono in un unico credo sviluppando l’idea che il tutto è sostanza e che tutto ciò che avviene in bandiere di preghieranatura non è a caso, ma secondo una ragione e necessità, un popolo cresciuto con questa mentalità tollerante, aperta e svincolata da ottusi preconcetti e meschini obiettivi di benessere individuale non avrà la forza di soffiare sulla polvere per liberare il cavallo del vento? Rivedremo presto le bandiere di preghiera dei Lung-Ta sventolare, sullo sfondo azzurrino del cielo limpido tibetano e i colori delle preghiere che invocano la compassione, l’armonia, la pace, la saggezza, e forza e protezione contro i pericoli e il male torneranno a spargere le benedizioni su tutti gli esseri.

– Maestro credi davvero che sarà facile per quel popolo capire perché i loro dei hanno inflitto una punizione così dura abbattutasi come una mano occulta su tutti e su ogni simbolo di fede? A chi si voteranno in questo momento di grande bisogno di speranza? Io non posso non chiedermi perché lì? Perché in un posto così spirituale? Perché in un modo così terribile? Quelle genti hanno sentito la terra tremare, i muri crollare sulle loro teste e la terra aprirsi pronta a divorarli.

– Cara ragazza, la ragione ha le risposte. Tutte. Quando la natura colpisce non fa preferenze, non discrimina. Nessun favoritismo è previsto. Agisce lì dove deve, ma l’uomo, che non capisce, non può non chiedersi: perché in quel luogo?, perché quel popolo?, perché annebbiare la gioia, l’amore, la spiritualità?, perché ingrigire con i depositi di polveri omicide le preghiere consegnate al vento? Non ci sono motivi trascendentali alle calamità naturali. Qualcuno disse che la fede colma le lacune della capacità umana di comprendere. Sono molte le cose che l’uomo non può comprendere. Tu pensi davvero che si deva dare una spiegazione a ogni cosa? fede e natura

Le cose accadono con o senza la volontà di qualcuno. Perché due persone si amano? Perché l’alchimia mescola chimica e filosofia e attiva processi chimici e fisici danndo origine a connessioni sinaptiche che come le pietre focaie fanno scoccare la scintilla che infiamma la freccia di Cupido, ma come si spiega la “gap junction”? Non è spiegabile. Quali sono gli ingredienti che legano e slegano due anime nel vincolo dell’amore? Le emozioni non hanno origini comuni e nemmeno la stessa intensità. Non si calcolano gli effetti emotivi applicando formule matematiche. Noi possiamo condividere con uno nessuno o centomila l’emozione o il dolore di un momento, ma il verificarsi o il ripetersi è del tutto casuale. La scienza ricerca, studia le origine del mondo e ci propone teorie su come si è formato il pianeta, come si sono generate le prime forme di vita e le evoluzioni delle specie viventi che popolano la terra, ma non ci dice perché. L’uomo calpesta una crosta terrestre che si scuote lo ingoia senza nessuna selezione. Sono tutti uguali i piedi che sprofondano nel fango, dal più piccolo al più consumato. Quindi cara ragazza, quale sia il senso di un’esistenza che rincorre i propri dei terreni e celesti perduti e ritrovati tra le ruote di un tempio o ai piedi di un monte che offre la scala verso l’elevazione sublime, la scienza non lo dice. Io credo che gli echi delle ruote del tempio, il fruscio delle preghiere colorate consegnate al vento, gli innumerevoli riti e i tributi agli altrettanti dei, testimoni di fede, sapranno consolare e lenire il dolore  sofferto e inflitto da una natura atea, agnostica che fa il suo corso oltre ogni preghiera, oltre ogni pietà, oltre ogni sacrificio, pire funebrioltre ogni giustizia, oltre ogni emozione. Quando la terra avrà tremato a sufficienza e si fermerà stanca, e la polvere sarà scesa a velare le macerie, quando il dolore sarà di nuovo muto e secche le lacrime ritornerà la speranza e la gioia. Tutte quelle vite che in un attimo hanno visto cambiare il corso del loro cammino, torneranno a sorridere con fiducia. Le pire bruceranno e le anime di chi non c’è più voleranno libere e leggere sollevando dal peso della perdita i cuori di chi è rimasto.

– Il tempo è dunque il rimedio a tutti i mali? La fede è un mezzo per accelerare il processo di rinascita? La felicità è solo un’illusione?

– La felicità è l’illusione più bella.

Monica Bauletti