Layla, fatalmente stega.

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Layla non voleva la scopa.

Layla si sentiva diversa.

Layla voleva diventare una fata.

C’erano anni, secoli, millenni di scuola che pesavano nel suo patrimonio genetico. Una lunga dinastia di streghe aveva convogliato in lei il sapere infuso come la perla nera di una saggezza malefica perfezionata nei secoli attraverso riti, formule e sortilegi.

Ma Layla rifiutava il male. Non conosceva il bene, tuttavia sentiva di non voler recar danno ad alcun chi e si ribellò alla natura che la voleva malvagia.

Per prima cosa volle andarsene dalla foresta nera. Uscì dall’inviolabile nido di rovi dove era cresciuta. La stessa tana che era stata la dimora di sua mamma e delle mamme delle mamme prima di lei. Trovò alloggio in una casupola abbandonata al limite del villaggio. Rinfrescò le sue vesti, cambiò il cappello nero appuntito con una cuffietta bianca bordata da un grazioso pizzo e chiuse in un cassone la scopa fatata. Unico legame con la sua vita precedente fu Diavolo, il lupo che sua madre le aveva affiancato il giorno che era nata e che, dominato da un sortilegio, non la abbandonava mai. Diavolo obbediva a tutti i suoi ordini, proteggendola e sbranando chiunque costituisse per lei una minaccia.

Layla si guardò un po’ attorno e iniziò a frequentare le piazze, andò alle fiere nei giorni di festa e a palazzo presentandosi come una fatina, un giocoliere o un’acrobata. Si esibiva in giochi di prestigio e divertenti esperimenti magici, ma non riusciva mai a ottenere il risultato voluto. Un giorno, nella piazza del paese aveva raccolto un folto capannello di gente e molti bambini si erano seduti attorno a lei per ammirare la sua abilità di giocoliera nel far volare in aria ben 6 arance. Presa dall’entusiasmo volle fare un gioco di magia e sfilò il cappello a un contadino che passava di là, disse una formuletta magica e ordino al cappello di liberare tutti i coniglietti bianchi che conteneva. Il cappellaccio cominciò ad agitarsi ma non uscirono dei bellissimi coniglietti bianchi e paffuti bensì uscirono una miriade di pantegane brutte e repellenti. Tutti i bambini corsero via spaventati lanciando urli e insulti alla povera Layla.

Layla se ne tornò a casa triste e sconsolata, ma sempre più decisa a diventare una fata perfetta. Studiò e studiò, ripassò tutte le formule magiche e ci riprovò. Questa volta riuscì ad entrare a palazzo e per intrattenere gli ospiti che i signori avevano invitato per festeggiare la nascita del loro primo figlio lei doveva fare la funambola camminando sopra tutta la folla in delirio a bel 10 metri di altezza, portando con sé solo una verga per tenersi in equilibrio. Tutti guardavano ammirati la sua abilità e qualcuno sperava che cadesse per godersi lo spettacolo aggiunto del suo corpicino grazioso sfracellato al suolo. Non accadde, ma, lei che leggeva nelle menti della gente, sentiva che si aspettavano qualcosa di più e allora decise di fare una delle sue magie. A metà del percorso, dove tutti potevano vederla, si fermò, appoggiò la verga davanti ai suoi piedi e tirò fuori un fazzoletto bianco. Tutti erano meravigliati da quel fuori programma chiedendosi che cosa avesse intenzione di fare proprio nel bel mezzo di una così faticosa esibizione. Layla stese per benino il panno per mostrare a tutti che non conteneva niente, poi lo raccolse nel palmo della mano e disse una delle sue formule magiche ordinando al fazzoletto di liberare la bianca colomba che conteneva. Tra le sue mani qualcosa si agitò, ma non era una bianca colomba bensì un nero e viscido pipistrello che volò basso spaventando tutti i presenti. Il pubblicò in fretta scappò via in un gran pigia pigia coprendosi la testa e agitando le mani per spaventare l’orrenda bestia.

Così non poteva andare. C’era qualcosa che non funzionava. Il verso non era quello giusto. Layla cercò di immaginare che cosa poteva recare disturbo alle sue intenzioni e pensò fosse giunto il momento di consultare qualche libro di magia bianca. Lì poteva trovare la risposta. Lì potevano esserci le indicazioni per correggere tutte le formule che conosceva. Studiò, imparò a memoria ricette per preparare pozioni e incantesimi, ma quando arrivò alla fine del libro, la sua attenzione fu catturata da una noticina scritta a fondo pagina in piccolo piccolo, che diceva:

-Ogni formula trova la sua efficacia nel cuore di chi la pronuncia. L’amore genera amore. L’odio genera odio-

“Quindi il segreto è l’amore”. Pensò Layla. Ma lei non conosceva l’amore, non sapeva il significato dei sentimenti. “Come si fa ad amare?, si può imparare ad amare?, dove si studia l’amore?”

Questa cosa dell’amore poteva diventare un ostacolo insuperabile per lei che giammai all’amore aveva pensato. Assorta cercando di trovare una traccia da seguire per arrivare fin in fondo al suo cuore, allungò una mano e fece una carezza a Diavolo che le sedeva accanto attento a tutto ciò che si muoveva intorno a loro. Fu osservando la propria mano che lentamente strofinava la testa dell’animale e vedendo il muso della bestia che da feroce andava pian piano addolcendo i tratti, che ebbe l’idea. Un segno di piacere espresse il lupo appoggiando, per la prima volta, il muso sulla sua gamba. Layla comprese che quello poteva essere un esercizio utile per imparare il significato di un sentimento. Si sforzo di considerare Diavolo come un compagno, un amico, non solo come una bestia da combattimento, ma come un confidente. Gli parlava, usciva anche solo per farlo correre e giocava con lui, gli permetteva di dormirle accanto. Tutto le sembrava strano, sentiva di non essere spontanea nel suo nuovo modo di agire, ma era convinta che prima o poi tutto sarebbe diventato normale e che l’affetto e l’amore sarebbero arrivati. I giorni passarono e una mattina mentre andava nel bosco per raccogliere delle bacche che le servivano a fare un infuso medico incontrarono un orso, che li aggredì. Diavolo subito si frappose tra l’enorme bestia e la sua padrona e si batté come un vero diavolo tanto che l’orso si scoraggio e scappò via. Diavolo sembrava stare bene ma dopo pochi minuti si fermò piegò le gambe davanti, lanciò un latrato e crollò a terra. Layla andò subito in suo soccorso chiamandolo a più riprese: “Diavolo, Diavolo, che cosa succede?. Che cos’hai?” Il lupo non rispose, le leccò per l’ultima volta la mano e chiuse gli occhi per sempre. Un terribile dolore investì Layla che sentì il cuore stringersi in una morsa. Fu un dolore fortissimo mai sentito prima. Urlò forte, un urlo straziante che usciva dalle viscere lacerate come tele da far bende. Cominciò a piangere, pianse e pianse per tre giorni e tre notti fino a quando il dolore si placò e rimase la consapevolezza di aver amato il suo povero lupo. Capì che l’avrebbe sempre amato anche se lui non c’era più. Diavolo  le aveva fatto il dono più grande: le aveva insegnato il sentimento.     

di Nevio e Monica