ISABELLA

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Abitavo in via dei Cherubini al numero otto interno 6. Due piani sopra ci stava una puttana.

Isabella non è nata puttana. Ricordo molto bene il giorno del suo arrivo, era il primo giorno dell’esame di matura. Quando rientrai dalla prova scritta, mia mamma era raggiante, mi disse: è nata Isabella, una bellissima bambina di tre chili e duecento cinquanta grammi. Un fagottino che così bello non ce n’è.

Mia mamma ha avuto solo me e diosolosà quanto avrebbe desiderato una femmina. Quindi esultava ogni volta che ne nasceva una.

Isabella però era davvero molto bella e non si è mai guastata crescendo.

La ricordo il primo giorno di scuola. Io avevo il più importante colloquio di lavoro della mia vita. Si presentò davanti alla porta di casa col grembiulino bianco, le treccine ben acconciate e lo zainetto rosa di una certa fatina con le ali. Ne andava molto fiera e non vedeva l’ora di mostrarsi perché le facessi i complimenti. Era una bambina molto timida, non parlava con nessuno, ma con me chiacchierava di continuo. Oggi parla con tutti, con me non parla più.

Io non abito più in via dei Cherubini, ma ci torno con regolarità a trovare la mamma che ancora si ostina a tenere quella casa scomoda e vetusta. Dice che i muri la conoscono, le vogliono bene, le parlano e le ricordano tutte le cose che dimentica. Una casa nuova non la saprebbe amare altrettanto, la tratterebbe da estranea facendole dispetti e nascondendole tutte le cose a cui tiene di più. Mi sono rassegnato. E faccio kilometri e kilometri più volte la settimana per farle visita e portarle la spesa. Le porto solo le cose ingombranti e pesanti, per tutto il resto ce la fa ancora da sola.

Incontro Isabella per le scale qualche volta, la saluto con la solita cordialità, ma lei abbassa lo sguardo e, schiva, mugugna un saluto. Almeno credo sia un saluto, potrebbe essere un vaffanculo per quel che capisco. Quindi mi sono molto meravigliato quando, quel mattino che portavo il fustino di detersivo per lavatrice e la confezione di ginger che alla mamma piace tanto, Isabella mi corse incontro sulle scale fissandomi dritto negli occhi, affannata e molto spaventata. Non me lo aspettavo, lì per lì pensai che ci fosse qualcuno dietro di me e che lei accogliesse un altro. Fu uno shock capire che ero io.

Era sconvolta, questo lo notai al primo sguardo. Parlava senza prendere fiato mettendo insieme parole sconnesse. Mi fermai a metà scala e appoggiai il mio carico. Le afferrai le braccia. Anche se lei era un paio di gradini sopra di me, riuscivo a guardarla dritto negli occhi. La scossi appena un po’ come facevo con la mia vecchia radio quando emetteva suoni fastidiosi. Che scemo!, come se i fusibili dissaldati potessero essere paragonati alle sinapsi in corto circuito. Tant’è che funzionò. Si calmò e prese fiato.

Aveva un ospite. Uno nuovo. Doveva essere l’ultimo, mi disse, aveva discusso la tesi di laurea già da una settimana ed era pronta a partire. Aveva messo da parte abbastanza soldi per trasferirsi e cambiare lavoro, ma adesso, con quel tipo nella sua camera da letto. Era la fine. Cominciò a piangere.

Si era laureata? Voleva partire? Era pronta a ricominciare? Mi resi conto che non sapevo nulla di lei.

Quel suo primo giorno di scuola, tanti anni prima, fu anche il mio primo giorno di lavoro. Un importante studio legale mi assunse e da allora ne ho fatto di strada e non solo perché ho cambiato casa e città. Mi sono allontanato dalla mia prima vita e da tutti quelli che ne facevano parte, Isabella per prima. Solo con mamma sono rimasto in contatto. La mia non è stata vanità, è stata una conseguenza. Non ho mai disprezzato Isabella per il lavoro che faceva, anche se non l’approvavo, ma mai avrei immaginato che lo facesse per mantenersi agli studi. Certo è che avrei potuto immaginarlo, o almeno chiedermi perché una ragazza come lei si prostituisse. Inutile recriminare, ora la cosa sorprendente era che in un momento così critico lei decidesse di rivolgersi a me per chiedere aiuto.

Era rimasta orfana appena maggiorenne. A quel tempo io mi ero allontanato già da una decina d’anni. Aveva perso entrambi i genitori in un incidente stradale. Nel condominio tutti pensarono che avesse ricevuto un sostanzioso risarcimento dall’assicurazione perché continuò ad abitare nella casa senza fare nulla. Poi si scoprì che riceveva ospiti e quando cominciarono a essere sempre diversi, si diffuse la voce che fosse diventata una squillo. Io subii l’effetto delle chiacchiere e mi disinteressai. Adesso, ascoltandola, mi sentivo sempre più un verme. Un senso di colpa e di pena mi investì.

Anche sconvolta era bellissima. Gli occhi lucidi e smarriti, le labbra tremolanti e la fronte corrugata non scalfivano il suo fascino. La feci sedere sulle scale per paura che svenisse, era bianca come il marmo che rivestiva la parete della tromba delle scale. Ritrovarmi seduto sui gradini accanto a lei come spesso facevamo circa vent’anni prima, cancellò tutto il tempo trascorso. Come allora lei mi parlava e in pochi minuti colmò il vuoto di quel lungo periodo di silenzi.

La causa di tanta disperazione era il cliente che giaceva nel suo letto; a suo dire: era morto. Non sapeva cosa fare. Il tipo era sposato e come se non bastasse era anche famoso.

Continuava a torturarsi le dita delle mani, poi si copriva il viso premendo forte sugli aocchi e sulla bocca. Era in preda al panico. Cercai di calmarla e di convincerla a farmi entrare in casa per verificare se il tipo fosse davvero morto. Poteva essere solo svenuto.

L’appartamento era come me lo ricordavo, lindo e luminoso, nulla era cambiato da quando, ragazzino, venivo a giocare con lei. Le avevo insegnato io a camminare.

Il tipo era steso a letto, sembrava dormisse. Provai a tastargli il polso e mi parve di sentire un leggero battito. Chiamai subito il centodiciotto, non c’era tempo da perdere. I medici del pronto intervento avrebbero fatto il dovuto con la massima discrezione.

Tutto si risolse senza conseguenze, almeno per Isabella. Del tipo non mi interessai più, seppi solo che era stato un piccolo infarto, poca cosa. delle conseguenze del fatto sulla sua vita famigliare non ne seppi mai niente.

Ora Isabella vive con me e lavora nel mio studio.

Monica Bauletti

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