SVEGLIARE I LEONI – La mia opinione

 

Svegliare i leoni

Ayelet Gundar-Goshen

SVEGLIARE I LEONI
Tradotto da:O. Bannet, R. Scardi
Editore: Giuntina
Collana: Israeliana
Anno edizione: 2017

Pagine: 318 p. , BrossuraEAN: 9788880576679

SVEGLIARE I LEONI mi ha messa in difficoltà. Subito, fin dalle prime righe.

L’ho letto. Per una settimana ho cercato di scriverci su una recensione, ma non trovavo un’interpretazione che mi desse soddisfazione. Di solito, quando un libro mi entusiasma, la recensione esce fuori da sé, cola come lava da un vulcano in piena attività. Con questo libro non è successo.

Una parte di me chiedeva all’altra -ma a te piace? A me no- e l’altra rispondeva – no, ma è bello-.

In realtà il libro è bello. Ma c’è un ma. Ed è tutta colpa di Michela Murgia.

Ho iniziato a leggere questo romanzo galvanizzata dalla presentazione che la Murgia ha fatto a “Quante storie” (su Rai tre). Lei l’ha definito un romanzo avvincente che cattura il lettore fino alla fine e che non si può resistere alla curiosità di saper come finisce.

Non ho provato nulla di tutto questo. Pur avendolo letto con interesse, l’unico momento davvero avvincente è stato alla fine, le ultime pagine, dove c’è l’unica scena davvero dinamica, ma che l’autrice ha ben saputo spegnere tirando per le lunghe gli avvenimenti con le indagini psicologiche dei pensieri che occupavano le menti dei protagonisti, così come ha fatto per tutta la durata del romanzo. Secondo il mio giudizio Michela Murgia ha fornito un’errata chiave di lettura. Non è un libro dinamico che avvince e coinvolge il lettore, tutt’altro. Secondo me l’autrice pone il lettore in platea, lo mette comodo comodo seduto in poltrona e gli rifila un pistolotto fatto di indagini psicologiche sulle cause ed effetti delle scelte dei personaggi. Per quanto sia dinamica e avvincente la trama, tutto è sapientemente spento e tenuto soffocato da questo dilungarsi in spiegazioni sul perché il tal personaggio si comporta nel modo che porta alla costruzione della trama: cause ed effetti. L’autrice spiega le motivazioni profonde che conducono i personaggi ad agire nell’unico modo che la sua indagine psicologica rende plausibile. Il tutto spiegato dalle esperienze e/o traumi che ne formano il background. Motivazioni a mio avviso discutibili e altrettanto opinabili le scelte. Tuttavia l’autrice è molto brava a raccontare e nonostante la pesantezza di certe lungaggini, tutto quello che descrive stimola interesse.

Ayelet Gundar-Goshen racconta cose complesse con semplicità. Emerge fin dalle prime pagine una profonda conoscenza della psicologia, non è un caso, è laureata in psicologia chirurgica.

Il “modus narrandi” sviluppa negativi in rapida sequenza che proiettano un film fatto di immagini in bianco e nero. La vita del protagonista scorre davanti agli occhi del lettore, come sullo schermo del cinematografo, senza enfasi, senza pathos. Il protagonista e tutti i personaggi hanno una chiara identità. Le loro azioni sono descritte con stile chirurgico. È come se l’autrice parlasse della loro vita operando una vivisezione celebrale con il paziente sveglio, dove lei tocca una zona della corteccia e provoca un’azione, ne tocca un’altra ed ecco la reazione, e così via.

Leggere questo libro è stato un po’ come navigare su un placido fiume infestato di coccodrilli a bordo di un solido battello. Distante dal pericolo con la curiosità che suscita il pericolo. Sicuri che tutto ciò che accade riguarda altri e i presenti sono esclusi.

Ci sono situazioni che ho trovato poco credibili, costruite ad arte per reggere la trama, ma accettabili.

Questo è il miscuglio di sensazioni che ho provato leggendo questo libro. Libro che definirei libro camaleonte. Un libro che, a mio parere, può cambiare colore a contatto con le mani del lettore. Una caratteristica pregiata per un romanzo, come ce ne sono pochi.  Un libro profondo che penetra tra le pieghe dell’anima dei personaggi, ne svela le fragilità e la forza interiore, stendendo il tutto davanti allo sguardo di chi legge.

Nonostante un impatto deludente, causato da un errato approccio e da un entusiasmo indotto dalle parole di Michela Murgia, devo dire che mi è piaciuto. Le due parti di me sul finale si sono accordate e entrambe hanno trovato soddisfazione.

È un libro che consiglio, si presta a diverse e multiple chiavi di lettura. Ogni lettore può farlo proprio e personalizzarne il messaggio. 

Un denominatore comune? Il dubbio.

Monica Bauletti

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