Madre mia

mamma

Era la prima domenica di giugno e festeggiavamo i cinque anni di Diego. Sei venuta alla festa nella casa nuova. Avevamo traslocato da appena tre mesi.

Si stava d’incanto sedute nel salottino estivo del mio terrazzo. Nonostante il caldo c’era un venticello fresco; a est, nel pomeriggio, si allunga l’ombra della casa e la calura si sente di meno.

È stato allora, sorseggiando un caffè, che mi hai detto che il tuo male era tornato.
È stata una doccia fredda. Non capivo, non volevo capire. Nella tua voce c’era un’insolita incertezza che tradiva l’angoscia aggrappata alla gola.

Le mamme nascondono le paure. I figli non le conoscono veramente, non capiscono i loro pensieri. Crescono accettando ogni stato d’animo e ogni umore come cosa naturale. Quali siano le loro emozioni nessuno lo sa.

Io non ti ho mai chiesto se eri felice, se lo eri stata.

Solo da adulta, quando già non mi parlavi più, mi sono chiesta molte cose, domande che non ti ho mai fatto.

Come quel giorno sulla terrazza, ero sotto shock con la tazzina di caffè che mi ustionava le mani, smarrita nell’interminabile eco delle tue parole. A fatica mi sono ripresa. Tu dicevi che erano tornati alcuni sintomi e avevi fatto la TAC. Era risultato un nuovo meningioma. Era molto piccolo. Non era nello stesso punto del primo, ma lì vicino e questa volta non era operabile, anche se avevi superato brillantemente il primo intervento. Da allora erano passati quindici anni. Quindici anni di vita, di sorprese, emozioni, di soddisfazioni, di gioie di amore. Quindici anni di vita insieme.

Dopo quella operazione pazzesca tu eri guarita. Ti avevano aperto la testa, tagliato e tolto l’ammasso informe di capillari che premeva su alcuni centri nervosi. Era andato tutto bene. Ora però dicevano che non era opportuno operare, non erano sicuri che l’intervento sarebbe andato bene. Insomma, l’aspettativa di vita si presentava migliore con il meningioma che cresceva e ti uccideva poco alla volta piuttosto che tentare di togliere il mostro.

I sintomi erano simili a quelli dell’Alzheimer, più o meno. La nicchia che il tumore si stava creando nella tua testa avrebbe tolto energia alle sinapsi e interrotto alcune connessioni, principalmente quelle motorie.

Era questa la sentenza di morte. La data non era presumibile.

Non restava che accettare una situazione irreversibile e attaccarci alla speranza; ma a quale speranza?: che i medici si fossero sbagliati?, che il meningioma non crescesse e si fermasse?, che se ne andasse via da solo?, che succedesse un miracolo? Si l’unica speranza era il miracolo, ma il miracolo non arrivò.

Abbiamo vissuto ignorando il dolore, accettando tutto.

Come se niente fosse e facendo fronte ai sintomi. Che crudele è la vita!

I primi sintomi si sono manifestati dopo circa cinque anni.

Al compleanno dei tuoi ottant’anni eri ancora “sana”. Sei arrivata alla festa in tuo onore che sembravi una diva. Bellissima nella tua elegante sobrietà. Dominavi la scena come sempre. Avevi questa naturale capacità di non sembrare mai fuori posto, sempre perfetta, benvestita, ben pettinata, profumata come profumano le mamme: un po’ di lacca e un po’ di borotalco: di pulito.

Eri tra noi e ancora non ti ho chiesto se eri stata felice.

Forse avevo paura della risposta, tu eri di una franchezza disarmante e a volte crudele. Dicevi di essere “Betta lingua schietta”, ed era vero. Sei nata a metà tra le due guerre, cresciuta con la morte negli occhi consapevole che ogni giorno poteva essere l’ultimo, non ritenevi ci fosse tempo per la menzogna, andava detto quello che andava detto quando andava detto senza alcun rinvio. Chissà se hai vissuto la vita che volevi o se ti sei adagiata prendendo quel che dava. Io ti ho sempre vista stanca e affaticata. Sorretta dall’amore che provavi per noi. Non pensavi mai a te stessa. Tremo al pensiero della tua infelicità. Che rimedio c’è a una vita spesa male?

Dopo la morte di papà e l’intervento alla testa, ti sei rimboccata le maniche e sei andata avanti. Avevi la tua autonomia; noi figli eravamo tutti grandi e avevi il tuo gran daffare a stare dietro ai nipoti. Ho un bellissimo ricordo del periodo in cui eravamo sole io e te. Stavamo bene. Mi piaceva sorprenderti, ti commuovevi ogni volta che ti facevo un regalo. Ti piaceva andare in gelateria, adoravi le coppe giganti con frutta, gelato e panna montata. Per non parlare della pizza! Eri sempre pronta a uscire, non avresti rinunciato per niente al mondo a una serata in pizzeria.

Solo tu sapevi leggermi dentro. Riuscivi perfino a intuire che cosa avrei voluto per pranzo, non trascuravi niente e io avevo il mio daffare a portarti ora di qua ora di là. Frequentavi molto le zie quando non eri impegnata ad accudire i nipoti. Ti sei sempre occupata di noi, dei nostri figli e anche dei figli dei nostri figli. Noi venivamo prima di tutto e di tutti. Che i nipoti ti chiamassero “nonna sprint” la diceva lunga su di te.

Sei stata importante per me. Un punto di riferimento, una figura solida e incorruttibile. Potente l’imprinting che hai avuto su tutti noi, e adesso ti cerco nei gesti, negli occhi dei miei figli, dentro di me.

Chissà se hai sofferto quando me ne sono andata. Non me l’hai mai detto. Non me l’avresti detto mai.

Il mostro dentro la testa ha lavorato lento e lentamente ti ha portata via. Pian piano hai perso l’uso delle gambe. Ti capitava di cadere e non riuscivi più ad alzarti. A nulla serviva fare ginnastica, non era un problema di muscoli, erano i circuiti nervosi che non lavoravano più. Nella tua testa c’erano dei blackout che interrompevano la connessione e alle gambe non arrivava più corrente.

Alla fine è arrivata la sedia a rotelle, la odiavi e ti vergognavi. Non ti rassegnavi, non volevi considerarti un’invalida, allo stesso modo con cui non accettavi di sentirti dire che eri vecchia, e avevi ragione, tu vecchia non lo sei stata mai.

Noi non ci siamo mai arresi, ogni volta che facevamo delle feste riuscivamo a portarti con noi. La domenica ti venivo a prendere e ti portavo da me, andavamo a passeggio, a mangiare il gelato o a bere il caffè con la panna. Era sempre una festa.

Poi non è stato più possibile spostarti. Eri diventata fragile e a stento muovevi le braccia e le mani. Era commovente vederti seduta sulla tua sdraio R300 quattro ruote monoposto con schienale reclinabile e poggiapiedi. Aveva tutti i confort, era superaccessoriata, ma potevamo spostarti solo dentro casa o nel tuo bel giardino.

Una delle cose che ti sono mancate con l’inizio della malattia di certo sono stati i libri. Ti piaceva tanto leggere romanzi, e di questo ti devo ringraziare perché mi hai trasmesso la passione per la lettura. Sarà per questo che poi sono diventata scrittrice. Non hai potuto leggere i miei romanzi, ma so che ti sarebbero piaciuti. Quando li ho pubblicati tu avevi già smesso di parlare. Casualmente ti usciva qualche espressione. Per un po’ sei riuscita a darci i tuoi baci, poi nemmeno più quelli. Ma il tuo sguardo è rimasto vivo ancora per molto. Quando venivamo a trovarti tu ascoltavi e ci seguivi con gli occhi. Sembravi paga di sentirci presenti e di vedere le tue figlie che ti facevano confusione intorno.

Quella volta che sono venuta a trovarti con il mio libro e ti ho detto che avevo vinto un piccolo premio per un racconto, tu non sei riuscita a dire niente, ascoltavi e a un certo punto ti sono usciti due lacrimoni dall’angolo degli occhi. Ti ho abbracciata stretta e mi è arrivata tutta la tua commozione. So che saresti stata orgogliosa di me. Lo eri già quando ho avuto la mia fase pittorica. Ti ho riempito la casa di quadri, ti piacevano e ne andavi fiera.

Mi dicevi sempre che ero matta. Lo dicevi con bontà, ma lo pensavi davvero. Le ultime parole che mi hai detto sono state proprio: “valà, valà matta!”, forse ti avevo detto qualche stupidaggine, per farti ridere; chissà se sapevi che sarebbero state le tue ultime parole.

Quando anche il tuo sguardo si è velato dormivi sempre. Noi continuavamo, inarrendevoli, a fare le stesse cose, a starti intorno per curarti, pettinarti, e farti bella. Non era possibile che tu non ci sentissi, non ci riconoscessi, non ci amassi più. Continuavo a parlarti anche se tenevi gli occhi chiusi. Ti raccontavo di tutte le cose che facevo e dei miei piccoli successi.

Quel Natale non abbiamo fatto il pranzo a casa tua. Eri troppo debole e non volevamo disturbare i tuoi ritmi. Il giorno dell’Epifania l’ho passato con te, è stato allora che ho capito che tu non c’eri più. Non c’era più niente di te in quel corpo completamente scarico.

Sei morta il 19 gennaio 2018, eravamo tutti attorno al tuo letto. Non dimenticherò mai quel giorno, quegli istanti. Trattengo ancora in un angolo del cuore il tuo ultimo respiro.

Monica Bauletti