Il mio albero

Era partita bambina: la casa nuova, poi il collegio. Era tornata adulta, nel petto batteva ancora il cuore di bambina e l'emozione fu grande rivedendo la casa d'infanzia. La vecchia casa sembrava diversa, ma era sempre uguale; la nonna non c'era più.
E l'albero? Chissà se anche il suo albero rifugio era cambiato. Chissà se ora che era cresciuta l'albero era rimpicciolito, come sempre accade in questi casi. Quanti giochi e quante acrobazie aveva fatto tra i suoi possenti rami!! Rivide sé bambina mentre a fatica cercava di raggiungere il ramo più basso: il primo appiglio per iniziare l'arrampicata.  Doveva saltare a più riprese prima di riuscire ad afferrarlo. Ma che soddisfazione quando ci riusciva, una volta raggiunto e afferrato con forza, dopo un paio di dondolii, riusciva a issarsi e da quel momento  la salita era facile. Arrivava fino al ramo più alto, non aveva paura. L"abbraccio dei rami del solido amico erano rassicuranti. Da lassù tutto sembrava più facile, l'aria era più leggera e la gioia riempiva il petto. Respirava la stessa libertà dell'uccellino che nidificava a un passo da lei, tra l'intreccio di rami protetto dalla chioma. Sedeva paga di sé.  Il tempo governato dal sole lasciava spazio al laborioso lavorio delle formiche che veloci correvano tra i rami, o al curioso ondeggiare delle foglie mosse dal vento e accompagnate dal gracidare delle rane dello stagno poco lontano, qualche albero più in là.
Con tutte quelle immagini che riemergevano dalla memoria si incamminò sul sentiero che portava allo stagno, cercava l'albero, cercava la bambina, cercava l'ultimo legame con il mondo che apparteneva alla nonna.
L'albero non c'era più, al suo posto un enorme moncherino. Nella solitudine del boschetto, seduta su quel che restava del solido amico, pianse tutte le lacrima trattenute fino ad allora. Restavano le formiche e le foglie continuavano a danzare mosse dal vento al ritmo del gracidare delle rane.

M.B.

Posizione fissa

1980 terza superiore. Il professore di lettere occupava abitualmente il banco accanto al mio con sfratto esecutivo della mia storica compagna di banco. Durante le lezioni di italiano il banco di seconda fila sotto la finestra era suo, non era negoziabile e io mi ritrovavo un nuovo compagno di banco, a volte anche impertinente. Non mancava di appuntarmi divertito con commenti provocatori per stuzzicare le repliche che non gli risparmiavo. A volte faticavo, vista l’età, a contenere i limiti dell’educazione, ma il rispetto che negli anni 80 una ragazzina di compagna, nata e cresciuta nella bassa padovana, ancora sentiva doveroso nei confronti di un titolato all’istruzione prevaleva, per fortuna.
Non era mai successo che mi trovasse impreparata a ribattere o a smorzare le sue osservazioni, credo mi trovasse divertente, o forse si divertiva a vedere ribaltati i suoi punti di vista. La mia visione del mondo era di sicuro molto diversa dalla sua. Erano dialoghi brevi, una o due battute fatte a bassa voce, a inizio lezione e che nessuno sentiva, perdendosi nel frastuono di sedie tirate , banchi spostati e zaini lasciati cadere; rumori tipici in una classe dove 25 anime prendono posto.
Una volta mi disse: “sei illuminista”. Quella volta non riuscii a ribattere. Era stata un’affermazione che subii come una sentenza. Io mi sentivo romantica, pensavo di essere romantica. Sbagliavo. Lui aveva visto oltre. Aveva ragione.
C’è un seme attorno al quale costruiamo l’esistenza, a volte le influenze ci allontanano dalla nostra essenza, le scelte ci portano in direzioni contrapposte, ma quel punto di gravita ci riprende e basta una parola, un commento, un suono o un colore a portandoci a ritrovare il baricentro,  e nulla più conta, quello che conta è la coscienza di essere.

M.B.