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I miei racconti e link ai racconti pubblicati

Presenza

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Se io non ci fossi più sarei in ogni posto sei tu.

Se io non vivessi starei sospesa come un pallocino legato al tuo dito.
Sarei la preseza più presente che c’è.
Ti parlerei soffiando il vento tra i fili d’erba, ti accarezzerei con le tenere foglie della mimosa, rinfrescherei la tua fronte con la rugiada del mattino.
Ti canterei nei sogni dai rami bassi del nostro ulivo, come la cinciallegra che prepara il nido e tu finalmente sapresti che ti ho amato tanto.

 

M.B.

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Ci sei

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Se ascolto ciò che voglio sentire,
che male c’è?
Se la menzogna addocisce i miei giorni,
che male c’è?
Se la speraresanza allontana la resa dei conti,
che male c’è?
Se ignoro il duello all’ultimo sangue,
che male c’è?
Se vedo un futuro senza scadenza,
che male c’è?
Se pretendo la vita oltre ogni ingiustizia e crudeltà,
che male c’è?
Il dolore arriverà, puntuale,
indifferente al tormento.
Il dolore dilata il tempo, il tempo amplifica il dolore.
Se ignoro il dolore che male c’è?

 

 

Un mondo tutto tuo

     Un mondo tutto tuo

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La sveglia quel mattino non suonò.

Avevo ripassato la lista di viaggio per gran parte della notte, al solito temevo di dimenticare qualcosa. Al mattino, quando aprii gli occhi, il led segnava un’ora scandalosa. Ero in ritardo! Non c’era tempo per niente! Feci il minimo necessario per essere decente, non potevo mica uscire in pigiama e pantofole!

Guardando a malincuore il bagno infilai il vestito appeso alla porta, chiusi il borsone e lo zaino. Calzai i sandali a mo’ di ciabatte e via! Fuori di corsa. Era ridicolo chiamare un taxi per fare pochi metri. Avevo sempre considerato una fortuna abitare dietro la stazione, ora non sapevo che cosa pensare. Mi misi a correre spinta da un istinto sconosciuto.

Il treno era in forte ritardo. Un segno?

A ripensarci, a distanza di tempo, finii col convincermi che quel giorno avevo un appuntamento col destino. Un appuntamento al quale non potevo mancare. C’era lui e c’era lei.

La vacanza regalatami per i miei trent’anni sembrava programmata sul filo degli imprevisti. Ogni casuale sabotaggio, per magia, veniva annullato, come se ci fosse una fatina ad assistermi e a guidarmi.

Attraversando la stazione esultai leggendo sul tabellone che il treno in arrivo era il mio. Ferma al binario 1 cercavo di riprendere fiato guardando scorrere i volti dei viaggiatori ai finestrini.  

Come il jackpot di una slot machine la porta del vagone designato dal destino si fermò davanti a me, non avevo scelta, era quella la mia carrozza. Le porte si aprivano offrendomi una nuova vita.

Lui era salito con il grosso della comitiva alla stazione precedente. Vedendomi in difficoltà, trafelata e anche un po’ sconvolta, mi aiutò con la valigia e la incastrò tra le altre che già occupavano spazi abusivi, poi mi indicò il posto libero accanto a sé. Fu amore a prima vista. Una vacanza pazzesca. Mare, sole e passeggiate immersi in un paesaggio lunare che niente aveva in comune con la città e lo stress quotidiano.

Al ritorno gli umori erano strani: la tristezza per la fine di una meravigliosa vacanza si mescolava ai dubbi e alle aspettative.

Ci saremmo frequentati dopo? Lui non chiedeva per paura di un rifiuto, io tremavo all’idea che non volesse un appuntamento.

Lì per lì si inventò una scusa assurda: non poteva tornare a casa per via di alcuni lavori idraulici sospesi a causa ferie. D’istinto gli offrii ospitalità fino al lunedì.

“Il mio appartamento non è molto grande, ma se ti adatti a dormire sul divano per qualche giorno ti posso ospitare”

Non se ne andò più.

Che vita pazzesca abbiamo avuto. Il lavoro, la casa, il cane, il mutuo e poi sei arrivata tu: il mio tesoro, la mia ragione di vita.

Vent’anni bruciati sempre di corsa per stare dentro i tempi.

Al mattino: l’asilo, la scuola, l’ufficio. A pranzo ogni secondo era prezioso. Eravate tutti affamatissimi e guai a farvi aspettare, poi di nuovo: la piscina, il corso di danza, il compleanno dell’amichetta, il saggio. La nonna da accompagnare a fare la spesa. Le pulizie, il disordine cadenzato. Le passeggiate con il cane per la pipi.

La lavatrice sempre accesa; ma quante ne ho fatte? I panni stesi, i panni da stirare…

Tu sei diventata grande, sei cresciuta tra una corsa e l’altra, e ora mi rimproveri il tempo che non ti ho dedicato e il viaggio che non abbiamo mai fatto.

“Mamma, non c’eri quando sono caduta sbucciandomi le ginocchia”

Arrivavo sempre di corsa quando mi chiamavano, con il cuore in gola, immaginando chissà quale dramma, aspettandomi di trovarti moribonda.

“Mamma, non mi ascoltavi quando mi confidavo”

Crollavo per il sonno, mentre mi parlavi, ma ti trovavo addormentata accanto a me al mattino.

“Mamma, non capivi che avevo bisogno di te?”

Non sembrava avessi bisogno di me. Sei sempre stata determinata. Sei diventata una splendida ragazza.

Sembri forte e invulnerabile, lanciata alla conquista del mondo. Ma che mondo ti ho costruito con tutto il mio correre?

Mi guardo indietro e anche se mi sento un supereroe, so di non esserlo affatto perché sono smarrita, spaventata e preoccupata.

Non ho un futuro per te, non so che futuro avrai. Vorrei regalarti un sogno, una fede, un amore. Ma oggi tutto questo non c’è, non più. Ho lottato per te. Ho vinto la mia battaglia e ho perso la tua.

Perdonami bambina mia.

Se fossi davvero un supereroe allungherei le braccia e prenderei questo mondo per portarlo in un altro mondo, dove i sogni son sogni da realizzare, dove la fede vuol dire crederci, dove si ama per amore e la vita è verità.

Se fossi un supereroe correggerei gli sbagli, annienterei i pericoli e ti dedicherei più tempo.

Se fossi un supereroe ti regalerei un futuro tutto tuo, e anche un po’ mio.

Monica Bauletti

La fata Turchina

 

la fata turchina

 

L’ultima prova d’abito era stata qualche giorno prima, come pure l’ultimo cucchiaio di quello sciroppo schifoso che doveva saper di fragola, ma che di fragola non aveva nemmeno l’odore. Le capitava di ammalarsi sempre nei momenti peggiori: a Natale, oppure in vacanza. Il soggiorno al mare dell’ultima estate, l’aveva passato chiusa in camera con la febbre alta e la solita tonsillite. Guarì l’ultimo giorno, pronta per tornare a casa con mamma e papà. Il mare non l’aveva neanche visto. E adesso che mancavano pochi giorni alla festa di carnevale aveva le tonsille rosse e gonfie con il solito febbrone.

Seduta accanto al letto, a vegliare il sonno febbricitante, c’era la mamma che lavorava di taglio e cucito; stava preparando il vestitino per la festa di carnevale. Lo vedeva prendere forma tra le mani esperte, bellissimo e splendente con pizzi nastri e taffetà, ma chissà se sarebbe riuscita a metterlo. Che peccato però!

Il pezzo forte del costume era la parrucca, di colore turchino, con le trecce lunghissime e lei non vedeva l’ora di indossarla. La provava a ogni momento, spesso di nascosto:

“Lascia stare quella parrucca che la sgualcisci e poi va a finire che il giorno della festa è tutta sporca e spettinata”.

Il vestito che la mamma stava confezionando era a dir poco delizioso: azzurro con le finiture bianche e oro. E non mancava la mitica bacchetta magica tutta d’oro con una stellina in cima. Sarebbe stata una fata turchina come poche e il maestro le avrebbe fatto la foto.

“Se questo febbrone non passa mi sa che dovrò allungare l’abito. Ogni volta che ti ammali cresci qualche centimetro, avanti di questo passo diventerai un gigante”.

Invece no, era sempre la più piccola della classe.

Quando alla lezione di ginnastica il maestro metteva tutti i bambini in fila, in ordine di grandezza, lei si contendeva il primo posto con la compagna che misurava uguale, anche se sosteneva di essere un centimetro più alta. A lei non pesava essere la più bassa perché così era la prima della fila. Sempre meglio che essere l’ultima, no? Però certe volte avere una mezza spanna in più le sarebbe tornato utile, oppure, in alternativa, le sarebbe bastata una bacchetta magica, ma vera, una che le magie le facesse per davvero e non solo per finta come quella di carnevale. Che bello sarebbe stato poter diventare invisibile, oppure avere il potere di immobilizzare Renzo. Quel bambino prepotente se la prendeva sempre con lei, ma perché poi! Lei non gli aveva fatto niente, lo conosceva appena. Non si spiegava come mai lui si divertisse tanto a farle i dispetti. Che poi, se non le avesse fatto paura, sarebbero potuti essere amici. Ma quando la puntava con lo sguardo minaccioso lei sentiva che stava meditando qualche dispetto. Non bastava ignorarlo facendo finta di non averlo visto e neppure cambiare strada tenendo la testa bassa, non bastava fingere di leggere o di occuparsi di altre cose, non bastava fare dietro front come avendo dimenticato qualcosa, e non bastava nemmeno rifugiarsi in qualche negozio per chiedere informazioni su prodotti che non avrebbe mai comperato. Lui restava sempre lì, ad aspettare e poi la seguiva fino a quando non riusciva a mettere in atto i suoi cattivi propositi. In quei momenti le faceva davvero paura.

Ricordava molto bene quando Renzo aveva cominciato a perseguitarla. Una mattina, uscendo dalla chiesa dopo la preghiera mattutina, attraversando la piazzetta per entrare nel cortile della scuola, lui le si era parato davanti a bloccarle il passaggio, lei aveva cambiato percorso per passare oltre, ma lui di nuovo in mezzo a sbarrare la strada. Non aveva avuto il coraggio di chiedergli perché facesse così, però capiva che voleva attaccare briga. Non era possibile che lei potesse fronteggiarlo, piccina com’era, di fronte a lui misurava la metà. Non si sentiva in grado di fare a botte, in mezzo alla piazza poi!, si sarebbe vergognata da morire a rotolare per terra lottando con un ragazzo, lei che aveva il suo bel vestitino sotto il grembiule verde con il colletto di pizzo e il fiocco blu. Magari un paio di calci e spintoni a quel ragazzino prepotente glieli avrebbe anche dati se non avesse dovuto “tenersi pulita e in ordine almeno fino all’ora di pranzo”, come le raccomandava la mamma tutte le mattine durante il rituale-tortura dello chignon. La mamma non la lasciava uscire di casa fino a quando non erano stati catturati e imprigionati nell’elastico tutti i suoi ricciolini dorati. Però doveva ammettere che era uno spettacolo l’acconciatura che risultava a suon di colpi di spazzola, accompagnati dalla colonna sonora dei suoi strilli e pianti. Alla fine, quando il dolore passava, le pareva di avere la coroncina di principessa. I riccioli d’oro formavano una cipolla in cima alla testa, un piccolo fiocco completava l’opera.

Quel mattino che Renzo incominciò a provocarla non poteva reagire e rovinare tutto il lavoro di mamma, quindi aveva di nuovo evitato l’insolente attaccabrighe e si era messa a correre fino all’ingresso della scuola, lì c’era il bidello che le voleva bene e la difendeva sempre. Dopo quel primo episodio capitò spesso che Renzo la importunasse. A volte non era solo. E in compagnia di altri ragazzini, spesso più grandi, diventava anche più cattivo. Una volta l’aveva spinta e, cadendo, si era sbucciata le ginocchia, la cartella che teneva sulle spalle si era aperta seminando intorno libri, quaderni e l’astuccio con tutto il suo contenuto. Si era vergognata tantissimo, oltre al male anche l’imbarazzo. Renzo era andato via soddisfatto ridendo e urlando parolacce. Da allora aveva cercato in tutti i modi di evitarlo. Certe volte, sapendo che lui era nei paraggi, aspettava che arrivasse il papà a prenderla restando al sicuro all’interno del patronato o in biblioteca, sperando che non la cacciassero fuori per la chiusura, oppure si affiancava alle amichette accompagnate dalle loro mamme e faceva un pezzetto di strada con loro fino a quando si sentiva fuori pericolo, ma davvero fuori pericolo non si sentiva mai, non era mai sicura che Renzo fosse abbastanza lontano da non vederla. Certe volte le pareva di sentirlo arrivare da dietro le spalle invece poi, era un sollievo, accorgersi di essersi sbagliata. Tuttavia, pur sapendo che era sbagliato quello che lui faceva, credeva fosse normale e pensava pure di meritarselo, inoltre: trattandosi di cose da bambini, credeva di doversela sbrigare da sola e non ne aveva mai parlato con i grandi. Che poi quel bambino, un po’, le faceva pena e non riusciva a provare rabbia o rancore nei suoi confronti, solo paura. Le dispiaceva vederlo sempre rabbioso, pronto a litigare per fare soffrire e spaventare gli altri bambini. Lei amava giocare, ridere e fare tante cose in compagnia con tutti, non capiva l’astio che animava Renzo, non concepiva l’aggressività che lo portava a litigare e picchiare gli altri. Lei, quando bisticciava con la sorella o con le amichette, stava così male che subito dimenticava qualsiasi torto, perdonava se doveva, e tornava a giocare come se nulla fosse. Tutto passava in un baleno. Invece Renzo era in collera con il mondo intero sempre. Era come se lui uscisse da un mondo buio, fatto di violenza, dove nessuno sa che cosa sia l’amicizia.

Un giorno, e fu l’ultima volta che successe, in una strada poco frequentata fuori dal centro del paese, si trovò faccia a faccia con lui. Erano in bici. Come previsto lui le andò contro e la bloccò. Non aveva via di scampo, non le restava che affrontarlo. Lasciò cadere la bici e lo sfidò. Sembravano due galletti da combattimento in attesa della prima mossa. Aveva il cuore in gola, ma non abbassò lo sguardo, era decisa a non lasciarsi sopraffare e a difendersi come poteva. Da dove le venne la forza fu un mistero e così pure come fece a resistere agli attacchi di Renzo, ma nella lotta si ritrovarono dentro al fossato in secca e riuscì a farlo cadere e a metterlo a terra. Bastò. Fu forse la sorpresa per l’inaspettata reazione, tant’è che Renzo capì che lei non era più disposta a sopportare le sue angherie e che, anche da sola, sarebbe riuscita a difendersi. Da quel giorno non la importunò più.

Non seppe mai perché Renzo l’aveva presa di mira. Forse non lo sapeva nemmeno Renzo. Non furono mai amici. Le loro strade proseguirono in direzioni diverse; divennero grandi senza incrociarsi più.

La ragazza al mercatino del vintage vendeva cimeli. Tra le tante cose messe in vendita per sgomberare la casa ereditata dal padre: il maestro, c’era la scatola delle foto collezionate in tanti anni di insegnamento. C’era pure la sua foto vestita da fata turchina, con la parrucca, la bacchetta magica e il ricordo di un bambino al quale era stata rubata l’infanzia. Un bambino che non aveva imparato la gioia dell’amicizia. Chissà, forse se la bacchetta magica della Fata Turchina fosse stata davvero magica avrebbe potuto vedere dentro al cuore di Renzo. Avrebbe potuto liberarlo dalla rabbia e insegnargli che i bambini devono essere amici. Che è più bello voler bene.

Monica Bauletti

 

Luna

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Da bambina facevo un sogno che annunciava il sopraggiungere della febbre. Era sempre lo stesso e ogni volta la paura mi impediva di vederne la fine, mi svegliavo e correvo nel lettone, in mezzo, tra mamma e papà. Mamma, con un bacio in fronte mi misurava la febbre, ma io, io questo questo l’ho capito solo quando divenni grandina. Da piccina credevo che il bacio servisse a cacciare i brutti sogni.
Sognavo che al crepuscolo, quando il cielo sfuma dal cobalto al blu di prussia e la luna trova il suo primo piano io mi attardavo a giocare nel cortile, che non c’era mai la voglia di rientrare. Alzavo gli occhi al cielo e vedevo la luna diventare sempre più grande e grande e grande. Io restavo paralizzata a osservare questa enorme palla luminosa gonfiarsi mentre si avvicinava e scendeva viaggiando verso di me adagiata su un nido volante fatto di rami intrecciati e paglia. Quando la luna arrivava a pochi passi da me mi svegliavo tutta sudata e correvo dalla mamma in cerca del bacio salvifico. Non ho mai finito questo sogno, non ne ho mai capito il significato, mai fino a oggi. Oggi ho scoperto che c’è un passaggio nel Nuovo Testamento, nell’Apocalisse, dove Giovanni descrive la venuta di “una donna vestita di sole, con la luna ai sui piedi e 12 stelle in testa”. E una certa corrente predice che questo passaggio sta a significare l’ascesa in cielo dei giusti guidati dalla signora di sole sulla luna, e la condanna dei cattivi che resteranno sulla terra in preda all’anticriso.

Questo evento è previsto per il prossimo 23 settembre: “La teoria è nota con il nome di Revalation 12 Sign”. La teoria si basa su un evento astrale che vede l’allineamento dei pianeti: il sole attraverserà la costellazione della Vergine.

Ecco spiegato perché avevo tanta paura e non volevo finire il sogno. Il 23 devo ricordarmi di andare da mamma, ma questa volta il bacio in fronte glielo darò io che non si preoccupi, lei il paradiso se l’è conquistato e non ha nulla da temere.

 

Monica

Marmellata di fichi

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Ho lasciato sul tavolo della cucina il vaso di marmellata di fichi, quella che hai fatto tu.

Mi piace spalmata sulle fette integrali. Faccio colazione così, tutte le mattine, con una tazza di the verde al gelsomino. Il gelsomino non sa di niente, ma profuma di te.

Ho lasciato la sciarpa di lana appesa vicino alla porta, dove la mettevi sempre tu.

Mi piace saperla a portata di mano. Che se ti servisse non la cercheresti più.

Ho raccolto i miei sogni appesi sul filo del ricordo di te. Li ho piegati per bene.

Ho pulito la polvere e lucidato ogni cosa.

Ho lavato il mazzo di fiori secchi che tu hai composto nel cesto appeso al terrazzo. Il grigio si è sciolto e ora sembra tornata la primavera.

Ho imbastito progetti, ho percorso i sentieri tracciati da te, ma non ho capito. Nemmeno rifarli al contrario, neanche guardare più in là è servito.

Il treno correva veloce, il vento ci scompigliava i capelli. Tenevo lo sguardo sulla linea del tuo orizzonte. La meta comune mi rassicurava.

Ho raccolto i miei sogni appesi sul filo del ricordo di te. Li ho legati col nastro di raso.

Ho trovato il vuoto delle frasi taciute. Ho sentito il peso dei pensieri inespressi il rimorso dell’amore scontato.

Ho riletto le mail, i messaggi vocali. Ho ripreso il vestito in pulitura, disdetto la rivista che leggevi tu e la consegna del latte al mattino.

A tratti riguardo la meta, mi vedo ancora sul treno, ma il vento non lo sento più.

Ho raccolto i miei sogni appesi sul filo del ricordo di te. Li ho ricoperti di canfora, cannella e chiodi di garofano.

Monca Bauletti

 

Didone, amica mia.

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Sulla veranda invasa dal sole, la sedia a dondolo aspetta l’ospite. Il sole al crepuscolo non brucia più e trasforma in oro ogni cosa. È l’ora in cui il giorno muore portando con sé fatiche e doveri. Puntuale Agata arriva, si adagia piano e asseconda il dondolio che culla il piacere del riposo.

Un sollievo le gonfia l’esile petto. È questo il momento solo suo, sulle ginocchia tiene un libro importante. Prima di correggere gli occhiali sul naso distrae lo sguardo all’orizzonte dove vanno a dormire mille e più fenicotteri rosa. Lo spettacolo che la natura le offre, nell’ora serale, ben concilia la lettura. Per nulla al mondo permetterà mai alla vita di rubarle quel momento di solitudine.

Le letture, mai casuali, la guidano nel limbo che connette i suoi sensi, e le antiche eroine le parlano.

Agata legge seguendone la scia discreta e cortese lasciata dal passaggio, ne insegue il profumo, coglie i sorrisi, le emozioni, le paure e le gioie. Calpesta le impronte rosa sulla trama storica zampettando tra le pennellate sparse da pittori distratti, come pietre colorate su torrenti a tratti impetuosi e poi placidi.

Didone l’aspetta sul ciglio del tempo. Agata aggiusta gli occhiali, ma non legge, appoggia la testa allo schienale imbottito e chiude gli occhi, la mano accarezza lenta l’Eneide che giace paziente sul grembo, il segnalibro di seta viola apre al libro IV.

“Didone, amica mia, come stai?”

“Sto qui, sospinta dal vento di qua, di là, di giù, di sù, dove m’incontrò Dante nel suo peregrinare e dove il mio peccato mi ha condotta. Ma quale fu la mia vera colpa? Ché se amare è davvero peccato, allora sarò mille e mille volte colpevole ancora. La vita mi ha donato gioie la cui grandezza misurò sui dolori inferti. Tanto fui felice e tanto patii. M’innamorai, fanciulla, di un grande uomo. Sicheo era il sacerdote di Eracle, ricco e potente. Da lui appresi la saggezza, e con lui divenni donna. Il mio amore era smisurato, mi votai a lui totalmente tanto era l’ammirazione che ho provato verso la sua persona.

Sono stata una fanciulla felice[1].

Dopo la morte di mio padre, mio fratello Pigmaglione ereditò il trono, ma temendo l’ombra del potere di mio marito e per impossessarsi di tutte le sue ricchezze, lo attirò in un tranello e lo uccise.

Il mio dolore fu immenso, la spada che trafisse il cuore del mio amato, lacerò anche il mio. Piansi e piansi sul suo cadavere e poi sulla sua tomba, ignara che la mano assassina era la mano che consideravo amica e a me tanto famigliare. Ma non fui mai sola. Sicheo non mi abbandonò mai, fu sempre accanto a me, mi parlava e mi consolava. Quando una notte apparendomi in sogno, come suo solito, mi svelò il segreto della sua morte e mi esortò a lasciare Tiro e a cercare una nuova terra. Quindi decisi di andare lontano. Riuscii a sottrarre a mio fratello le ricchezze che aveva rubato, le feci caricare su delle navi e salpai portando con me mia sorella Anna e uno stuolo di nobili e cittadini a me fedeli. Le navi fecero una prima tappa all’isola di Cipro. Qui i Fenici rapirono ottanta fanciulle da portare con come spose e proseguimmo verso occidente. Dopo molte peripezie, nell’anno 813 aC, sbarcammo in Africa.

Fu allora che lasciai Elissa e divenni Didone, cioè Colei che vaga….

Vidi un tranquillo e solitario porto naturale e ordinai alle navi di attraccare. Il capo della popolazione indigena, i Libici, che si chiamava Jarba, si presentò per chiedere che intenzioni avessi.

Jarba da subito manifestò interesse per la mia persona, ma la mia devozione a Sicheo era rimasta immutata. Lui era sempre con me. Mi appariva in sogno per consigliarmi e mettermi in guardia dalle insidie che il mondo nascondeva. Tuttavia stetti al gioco. Il capo degli indigeni che ci aveva accolti era uomo potente e desideroso di prendersi gioco di me. Ai suoi occhi apparivo come una donna sciocca, stanca e disperata che affronta i rischi del mare con una flotta di uomini e donne in cerca di terra dove mettere radici. Ingenua e inconsapevole di andare incontro a morte certa. Ero nelle sue mani, lui pensava. Quindi, come fa il gatto che stuzzica il topo morente, anche Jarba giocava con me ritenendomi ormai vinta. Già mi immaginava nel suo letto, bramava di possedermi soggiogata dal di lui potere e forse meditava di abbandonarmi una volta sazio. Quindi non si sottrasse al gioco quando gli dissi:

‘Vorrei comperare della terra – Lo sguardo malizioso e divertito tradiva i suoi pensieri e i piani notturni, ma io incalzai alimentando la sicurezza che ostentava con tutta la sua persona,- quanta ce ne sta sotto una pelle di bue distesa.’

Pattuimmo un prezzo e il capo accettò. Allora feci scuoiare un grosso bue, feci tagliare la pelle a striscioline sottilissime, ne feci una matassa e con questo filo circondammo una collina. Questa fu l’acropoli di Qart-Hacht, cioè Cartagine. Cartagine divenne in breve tempo potente, fiorente di commerci, ricca di belle costruzioni. I buoni rapporti con i Libici favorirono le attività nella nuova colonia fenicia. Io divenni la regina Didone, molto amata dai sudditi perché governavo con saggezza. Si erano già formate molte nuove famiglie fra i fenici e le donne rapite a Cipro. Invece io non desideravo nuove nozze. Ero fedele al ricordo del mio sposo morto, in suo spirito era sempre con me e non mi abbandonava un momento.  Accadde però un fatto che cambiò il destino mio. Jarba, il re dei Libici, mi propose di sposarlo. Forse fu amore, o ammirazione, o forse fu il desiderio di appropriarsi delle ricchezze e della potenza. Io lo rifiutai. Jarba insistette. Alle sue insistenze si unirono quelle dei sudditi che vedevano di buon occhio questa unione. Mi trovai costretta. Chiesi tre mesi di tempo per fare sacrifici in memoria di mio marito. Feci costruire una grande pira su cui sacrificai degli animali, poi alla fine, quando stava scadendo il tempo, salii sulla pira e mi trafissi con un pugnale”[2].

Questa è la mia vita, tramandata di bocca in bocca, come la scrisse Timeo, e Giuseppe Flavio e poi Giustino, ma il poeta Virgilio[3] cantò di me altre avventure, vicende nuove che portarono a Cartagine chi mi condannò all’inferno. Virgilio mi volle innamorata di Enea, sedotta e abbandonata. Ero una dea e mi rese mortale. Lui mi regalò una nuova gioia e una grande sofferenza e di me dipinse un’immagine di donna corrotta, tant’è che il poeta fiorentino mi vide nel secondo cerchio tra i peccatori, coloro che si macchiarono della colpa del suicidio, morti di morte violenta a causa dell’amore”.

“Cara amica mia, comprendo la tua indignazione. Tuttavia al poeta latino devi riconoscere il merito di aver resa famosa e ancora attuale la tua storia. È grazie alla drammaticità della tua morte, così come lui l’ha raccontata, che le tue gesta sono diventate famose e noi oggi sappiamo che la regina Didone ha fondato Cartagine. Attraverso il veicolo del romanzo, Virgilio ha raccontato la gioia dell’innamoramento e dei timori che accompagnano il sentimento che rende fragili e vulnerabili. Ha narrato il dramma di una donna sconvolta della passione e la disperazione per la perdita della felicità. Lui ha fatto di te un personaggio amato e compianto. Tu dici che ti ha resa mortale, ma non è così, in realtà ti ha resa immortale proprio perché capace dei sentimenti eterni. Sentimenti di donna, comuni a ogni donna a dispetto del tempo. Virgilio ha mostrato il lato umano della dea: una regina innamorata”.

“Dici bene: regina! Io sono stata una grande regina amata e rispettata dai miei sudditi per la mia integrità, per la mia dedizione e per essere stata fedele alla parola data, cosi come fui fedele al voto fatto sulle ceneri del mio amato marito che mai avrei tradito. E il tuo stimato Poeta mi rende una donnicciola frivola e superficiale che s’invaghisce e perde la testa per un avventuriero! Un uomo egocentrico e presuntuoso e che non capisce il valore del dono che gli dei gli concedono permettendogli di conquistare il mio cuore, e lo rifiuta pure! No, io ho saputo farmi beffe di capi potenti e ho tenuto a bada guerrieri a capo di regni sterminati e il tuo Poeta mi mette alla mercé di un presunto semidio senza patria né regno”.   

“Didone, la tua bellezza si esalta sorretta dall’indignazione che scaturisce da tutta la tua persona. Sei donna fiera e integerrima nel ruolo che ti sei scelta e che ha fatto di te la donna potente che fosti. Ma credimi se ti dico che la tua immagine a noi è arrivata integra, non viene scalfita dalla debolezza che ti rende umana, e completa la donna che sei. Nessuna donna avrebbe potuto restare indifferente alla magnificenza di un semidio, all’eloquenza e al fascino dell’avventuriero. Enea arrivò nella tua Cartagine come un vento impetuoso, mai freddo, ma travolgente. Il suo entusiasmo rapirebbe il cuore di qualsiasi donna, anche la più irremovibile. Le donne devono essere fiere delle loro debolezze perché è la parte debole a renderle uniche e migliori. Ma quanto è dolce lasciarsi rapire dai pensieri che sconvolgono l’anima e turbano i sensi? Virgilio ti ha resa protagonista delle fantasie intime di ogni donna. Interprete della favola.  

Enea con l’infelice Didone si prepara
a andare a caccia nei boschi, domani, non appena
il sole si alzerà rivelando il mondo coi raggi…;
bellissimo su tutti Enea s’offre di scorta
alla bianca Didone e unisce le due schiere…;
lui va per i gioghi del Cinto e raccoglie i capelli
fluenti adornandoli di flessibile fronda
e incoronandoli d’oro; i dardi gli suonano in spalla.
Non meno pronto e animoso veniva Enea, tanta
bellezza gli splendeva sul nobilissimo volto.

Intanto con un gran murmure il cielo si turba,
e arriva subito un nembo di pioggia mista a grandine:
spaventati i Fenici, i giovani troiani
e il dardanio nipote di Venere qua e là
si disperdono in cerca d’asilo per i campi;
impetuosi torrenti precipitano dai monti

Didone e Enea riparano in una stessa grotta.
Per prima la Terra e Giunone pronuba danno il segnale:
rifulsero lampi nell’aria a festeggiare l’unione,
e sulle cime dei monti ulularono le Ninfe.

“Virgilio è poeta fantasioso e assai romantico, ma un pochino distratto. Tu lo sai. Io non avrei mai potuto incontrare Enea, solo nel suo romanzo fu possibile ciò. Quando fondai Cartagine, delle ceneri di Troia non ne rimaneva nemmeno il ricordo. La citta di Troia aveva smesso di bruciare da oltre 300 anni quando io sbarcai in Libia, ma ai poeti sono concesse le licenze e i romanzi raccontano di eroi. E allora sia. Regaliamo il sogno.

“…ma una sera c’incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton
!”

(Come Pioveva Massimo Ranieri)

Monica Bauletti

[1] Questa è la storia secondo Timeo. Fu Timeo, storico greco del IV secolo a.C. a raccontarci di Didome, di lei parlò lo storico ebreo Giuseppe Flavio, del I secolo e Giustino, scrittore romano del II secolo, ma a fare della regina di Cartagine un mito fu Virgilio che della vita di Didone ne fece un romanzo, una commedia o meglio: un dramma.
[2] Didone fu venerata come dea dai Cartaginesi fino a che la città fu distrutta dai Romani.
[3] Virgilio si prende la licenza di modificarne il finale e la vuole innamorata di Enea, da lui sedotta e abbandonata. La sua è una licenza strategica che colloca Didone nei paressi della guerra di Troia (1250 a.C. o al 1194 a.C ) anticipando così di circa quattrocento anni la nascita di Cartagine (814 a.C.).

 

Storia triste

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Conobbi Nicola circa venti anni fa. Aveva solo 14 anni. Veniva da noi, già appassionato di informatica, per acquistare schede madri, CPU e altri componenti, per costruirsi da solo il suo computer. Sapeva il fatto suo ed era preparatissimo. L’ho visto crescere. Passava spesso da noi, ci aveva adottati come fornitori preferiti perché ci sapeva disponibili a consigliarlo e ad assisterlo in caso di necessità urgenti, anche se non ne ha mai avuto veramente bisogno. Inutile dire che si è laureato in ingegneria elettronica, ma si è specializzato in programmi software abbandonando l’hardware. Una volta imparato a comporre il suo PC ha perso interesse e si è lasciato affascinare dalle più ampie soddisfazioni che offre la costruzione di software. Tra Padova e Milano era spesso in viaggio, ma questo non gli ha impedito di formarsi una famiglia, ho conosciuto la moglie. I clienti che hanno cominciato a venire da noi da ragazzini vengono orgogliosi accompagnati dalle compagne a fare acquisti, è come se tacitamente volessero affermare la loro maturità. A me fanno una gran tenerezza perché mi sembrano sempre piccini, come il primo giorno che li ho visti entrare in negozio un po’ impacciati anche se sicuri dei loro acquisti. Ho sempre imparato molto dai ragazzi. Arrivano informatissimi e devo essere pronta a rispondere alle loro richieste, questo mi costringe a tenere il passo studiando e tenendomi al corrente sulle novità del settore. Nicola aveva fatto carriera e si era fatto una famiglia. Aveva una moglie e due figli, un maschietto che gli assomigliava molto e una bellissima bambina down, dolcissima e adorabile. Non l’ho mai visto triste o arrabbiato, neanche quando passò per ordinare due nuovi notebook a breve distanza. Mi meravigliai del nuovo ordine a e gli chiesi come mai gliene servivano altri due uguali a quelli appena presi, che cosa non era stato dei precedenti? Gli erano stati rubati, mi disse. Erano entrati i ladri in casa e avevano trovato il suo notebook e quello della moglie comodi comodi nelle valigette in ingresso, dove li avevano lasciati pronti per portarli al lavoro il giorno dopo. Era contento di non aver perso i dati perché il ladro non si era accorto del NAS e tutti gli archivi erano salvati lì. Mi ha spiazzato la sua serenità e quel sorriso che i ladri non erano riusciti a rubargli. Stavo male io per lui e ho fatto tutto quel che potevo per compensare in parte, nei limiti delle mie risorse, al danno subito.

Doveva passare a ritirare un pezzo che aspettava e mi informò via mail che sarebbe passato con qualche giorno di ritardo perché si trovava all’ospedale, ma mi assicurava che appena uscito sarebbe venuto. E così fu. È arrivato e sul momento non l’ho riconosciuto, la sua chioma bionda e riccia non c’era più, ma gli occhi azzurri, e quel sorriso limpido era inconfondibile. Gli ho consegnato il suo ordine e gli ho chiesto, con prudenza, che cosa fosse successo. Sto facendo la chemio, è stata la sua risposta, detta con un tono talmente naturale che veniva vogli a di digli: bravo. Non ho avuto il coraggio di chiedergli nulla, se non fosse stato per i capelli che non c’erano più non avrei mai detto che stava male, tant’è che quando è uscito l’ho salutato e  gli ho fatto un grosso imbocca al lupo più scaramantico che preoccupato. Ero certa che sarebbe guarito, ne era certo pure lui. Qualche giorno fa ho saputo che è morto. Il tumore si è preso la sua giovane vita. Da allora non mi do pace e penso a lui ogni giorno, penso a quanto è fragile il filo che ci tiene sospesi sul confine del prima e del dopo. È terribile la tristezza che cala sulla fine prematura di una vita promettente, in piena fioritura con tanto, tanto futuro ancora da vivere. È una rabbia disarmata che investe l’anima di chi perde il piacere di vedere ancora quel sorriso limpido e sereno, imperturbabile difronte ogni avversità.

ISABELLA

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Abitavo in via dei Cherubini al numero otto interno 6. Due piani sopra ci stava una puttana.

Isabella non è nata puttana. Ricordo molto bene il giorno del suo arrivo, era il primo giorno dell’esame di matura. Quando rientrai dalla prova scritta, mia mamma era raggiante, mi disse: è nata Isabella, una bellissima bambina di tre chili e duecento cinquanta grammi. Un fagottino che così bello non ce n’è.

Mia mamma ha avuto solo me e diosolosà quanto avrebbe desiderato una femmina. Quindi esultava ogni volta che ne nasceva una.

Isabella però era davvero molto bella e non si è mai guastata crescendo.

La ricordo il primo giorno di scuola. Io avevo il più importante colloquio di lavoro della mia vita. Si presentò davanti alla porta di casa col grembiulino bianco, le treccine ben acconciate e lo zainetto rosa di una certa fatina con le ali. Ne andava molto fiera e non vedeva l’ora di mostrarsi perché le facessi i complimenti. Era una bambina molto timida, non parlava con nessuno, ma con me chiacchierava di continuo. Oggi parla con tutti, con me non parla più.

Io non abito più in via dei Cherubini, ma ci torno con regolarità a trovare la mamma che ancora si ostina a tenere quella casa scomoda e vetusta. Dice che i muri la conoscono, le vogliono bene, le parlano e le ricordano tutte le cose che dimentica. Una casa nuova non la saprebbe amare altrettanto, la tratterebbe da estranea facendole dispetti e nascondendole tutte le cose a cui tiene di più. Mi sono rassegnato. E faccio kilometri e kilometri più volte la settimana per farle visita e portarle la spesa. Le porto solo le cose ingombranti e pesanti, per tutto il resto ce la fa ancora da sola.

Incontro Isabella per le scale qualche volta, la saluto con la solita cordialità, ma lei abbassa lo sguardo e, schiva, mugugna un saluto. Almeno credo sia un saluto, potrebbe essere un vaffanculo per quel che capisco. Quindi mi sono molto meravigliato quando, quel mattino che portavo il fustino di detersivo per lavatrice e la confezione di ginger che alla mamma piace tanto, Isabella mi corse incontro sulle scale fissandomi dritto negli occhi, affannata e molto spaventata. Non me lo aspettavo, lì per lì pensai che ci fosse qualcuno dietro di me e che lei accogliesse un altro. Fu uno shock capire che ero io.

Era sconvolta, questo lo notai al primo sguardo. Parlava senza prendere fiato mettendo insieme parole sconnesse. Mi fermai a metà scala e appoggiai il mio carico. Le afferrai le braccia. Anche se lei era un paio di gradini sopra di me, riuscivo a guardarla dritto negli occhi. La scossi appena un po’ come facevo con la mia vecchia radio quando emetteva suoni fastidiosi. Che scemo!, come se i fusibili dissaldati potessero essere paragonati alle sinapsi in corto circuito. Tant’è che funzionò. Si calmò e prese fiato.

Aveva un ospite. Uno nuovo. Doveva essere l’ultimo, mi disse, aveva discusso la tesi di laurea già da una settimana ed era pronta a partire. Aveva messo da parte abbastanza soldi per trasferirsi e cambiare lavoro, ma adesso, con quel tipo nella sua camera da letto. Era la fine. Cominciò a piangere.

Si era laureata? Voleva partire? Era pronta a ricominciare? Mi resi conto che non sapevo nulla di lei.

Quel suo primo giorno di scuola, tanti anni prima, fu anche il mio primo giorno di lavoro. Un importante studio legale mi assunse e da allora ne ho fatto di strada e non solo perché ho cambiato casa e città. Mi sono allontanato dalla mia prima vita e da tutti quelli che ne facevano parte, Isabella per prima. Solo con mamma sono rimasto in contatto. La mia non è stata vanità, è stata una conseguenza. Non ho mai disprezzato Isabella per il lavoro che faceva, anche se non l’approvavo, ma mai avrei immaginato che lo facesse per mantenersi agli studi. Certo è che avrei potuto immaginarlo, o almeno chiedermi perché una ragazza come lei si prostituisse. Inutile recriminare, ora la cosa sorprendente era che in un momento così critico lei decidesse di rivolgersi a me per chiedere aiuto.

Era rimasta orfana appena maggiorenne. A quel tempo io mi ero allontanato già da una decina d’anni. Aveva perso entrambi i genitori in un incidente stradale. Nel condominio tutti pensarono che avesse ricevuto un sostanzioso risarcimento dall’assicurazione perché continuò ad abitare nella casa senza fare nulla. Poi si scoprì che riceveva ospiti e quando cominciarono a essere sempre diversi, si diffuse la voce che fosse diventata una squillo. Io subii l’effetto delle chiacchiere e mi disinteressai. Adesso, ascoltandola, mi sentivo sempre più un verme. Un senso di colpa e di pena mi investì.

Anche sconvolta era bellissima. Gli occhi lucidi e smarriti, le labbra tremolanti e la fronte corrugata non scalfivano il suo fascino. La feci sedere sulle scale per paura che svenisse, era bianca come il marmo che rivestiva la parete della tromba delle scale. Ritrovarmi seduto sui gradini accanto a lei come spesso facevamo circa vent’anni prima, cancellò tutto il tempo trascorso. Come allora lei mi parlava e in pochi minuti colmò il vuoto di quel lungo periodo di silenzi.

La causa di tanta disperazione era il cliente che giaceva nel suo letto; a suo dire: era morto. Non sapeva cosa fare. Il tipo era sposato e come se non bastasse era anche famoso.

Continuava a torturarsi le dita delle mani, poi si copriva il viso premendo forte sugli aocchi e sulla bocca. Era in preda al panico. Cercai di calmarla e di convincerla a farmi entrare in casa per verificare se il tipo fosse davvero morto. Poteva essere solo svenuto.

L’appartamento era come me lo ricordavo, lindo e luminoso, nulla era cambiato da quando, ragazzino, venivo a giocare con lei. Le avevo insegnato io a camminare.

Il tipo era steso a letto, sembrava dormisse. Provai a tastargli il polso e mi parve di sentire un leggero battito. Chiamai subito il centodiciotto, non c’era tempo da perdere. I medici del pronto intervento avrebbero fatto il dovuto con la massima discrezione.

Tutto si risolse senza conseguenze, almeno per Isabella. Del tipo non mi interessai più, seppi solo che era stato un piccolo infarto, poca cosa. delle conseguenze del fatto sulla sua vita famigliare non ne seppi mai niente.

Ora Isabella vive con me e lavora nel mio studio.

Monica Bauletti

Maurella

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Maurella lavora al Boc, ma nessuno la vede. Lei fa le pulizie con discrezione e in silenzio. Entra nelle stanze vuote pulisce veloce, ma con cura, e poi va via prima che qualcuno arrivi. Maurella conosce a memoria gli orari e le abitudini di tutti quelli che lavorano lì, ma nessuno conosce il suo nome. Per tutti lei è la donna delle pulizie. A volte li incrocia in piazza o al bar, lei sa tutto di loro, conosce gusti, vizi e virtù di ognuno. Più vizi che virtù, ma non dice mai niente a nessuno. Per esempio, lei sa che chi occupa la seconda stanza del primo piano, mangia tutti i giorni un’arancio. Il rettore sta cercando di smettere di fumare da più di un anno. C’è uno che si fa la barba durante la pausa pranzo. E la signora che lavora nell’ufficio amministrativo non sa che la collega è l’amante di suo marito. Maurella deve tenere ben a mente il calendario perché a una certa ora di un certo giorno della settimana in un certo ufficio dell’ultimo piano è meglio non disturbare. A ogni faccia lei sa dare un nome e attribuire un difetto, ma c’è una stanza, una stanza che lei pulisce con tristezza e ogni volta che spolvera la scrivania non può fare a meno di sentire una stretta al cuore e le prende la commozione. È la stanza al piano terra, quella in fondo al corridoio, ci lavora Carla Zabai, docente di filosofia. Ha una foto incorniciata. La ritrae sorridente. Non le assomiglia più. Carla ora ha una faccia diversa, gli è stata ricostruita con la chirurgia plastica. Le hanno trapiantato la pelle dall’interno coscia per coprire la cicatrice lasciata dall’acido. Carla aveva un marito e due figlie, ora ha solo una foto. Insegna filosofia e lavora nell’ultima stanza al pianoterra de Boc.

 

Monica Bauletti