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Didone, amica mia.

didone abbandonata

 

Sulla veranda invasa dal sole, la sedia a dondolo aspetta l’ospite. Il sole al crepuscolo non brucia più e trasforma in oro ogni cosa. È l’ora in cui il giorno muore portando con sé fatiche e doveri. Puntuale Agata arriva, si adagia piano e asseconda il dondolio che culla il piacere del riposo.

Un sollievo le gonfia l’esile petto. È questo il momento solo suo, sulle ginocchia tiene un libro importante. Prima di correggere gli occhiali sul naso distrae lo sguardo all’orizzonte dove vanno a dormire mille e più fenicotteri rosa. Lo spettacolo che la natura le offre, nell’ora serale, ben concilia la lettura. Per nulla al mondo permetterà mai alla vita di rubarle quel momento di solitudine.

Le letture, mai casuali, la guidano nel limbo che connette i suoi sensi, e le antiche eroine le parlano.

Agata legge seguendone la scia discreta e cortese lasciata dal passaggio, ne insegue il profumo, coglie i sorrisi, le emozioni, le paure e le gioie. Calpesta le impronte rosa sulla trama storica zampettando tra le pennellate sparse da pittori distratti, come pietre colorate su torrenti a tratti impetuosi e poi placidi.

Didone l’aspetta sul ciglio del tempo. Agata aggiusta gli occhiali, ma non legge, appoggia la testa allo schienale imbottito e chiude gli occhi, la mano accarezza lenta l’Eneide che giace paziente sul grembo, il segnalibro di seta viola apre al libro IV.

“Didone, amica mia, come stai?”

“Sto qui, sospinta dal vento di qua, di là, di giù, di sù, dove m’incontrò Dante nel suo peregrinare e dove il mio peccato mi ha condotta. Ma quale fu la mia vera colpa? Ché se amare è davvero peccato, allora sarò mille e mille volte colpevole ancora. La vita mi ha donato gioie la cui grandezza misurò sui dolori inferti. Tanto fui felice e tanto patii. M’innamorai, fanciulla, di un grande uomo. Sicheo era il sacerdote di Eracle, ricco e potente. Da lui appresi la saggezza, e con lui divenni donna. Il mio amore era smisurato, mi votai a lui totalmente tanto era l’ammirazione che ho provato verso la sua persona.

Sono stata una fanciulla felice[1].

Dopo la morte di mio padre, mio fratello Pigmaglione ereditò il trono, ma temendo l’ombra del potere di mio marito e per impossessarsi di tutte le sue ricchezze, lo attirò in un tranello e lo uccise.

Il mio dolore fu immenso, la spada che trafisse il cuore del mio amato, lacerò anche il mio. Piansi e piansi sul suo cadavere e poi sulla sua tomba, ignara che la mano assassina era la mano che consideravo amica e a me tanto famigliare. Ma non fui mai sola. Sicheo non mi abbandonò mai, fu sempre accanto a me, mi parlava e mi consolava. Quando una notte apparendomi in sogno, come suo solito, mi svelò il segreto della sua morte e mi esortò a lasciare Tiro e a cercare una nuova terra. Quindi decisi di andare lontano. Riuscii a sottrarre a mio fratello le ricchezze che aveva rubato, le feci caricare su delle navi e salpai portando con me mia sorella Anna e uno stuolo di nobili e cittadini a me fedeli. Le navi fecero una prima tappa all’isola di Cipro. Qui i Fenici rapirono ottanta fanciulle da portare con come spose e proseguimmo verso occidente. Dopo molte peripezie, nell’anno 813 aC, sbarcammo in Africa.

Fu allora che lasciai Elissa e divenni Didone, cioè Colei che vaga….

Vidi un tranquillo e solitario porto naturale e ordinai alle navi di attraccare. Il capo della popolazione indigena, i Libici, che si chiamava Jarba, si presentò per chiedere che intenzioni avessi.

Jarba da subito manifestò interesse per la mia persona, ma la mia devozione a Sicheo era rimasta immutata. Lui era sempre con me. Mi appariva in sogno per consigliarmi e mettermi in guardia dalle insidie che il mondo nascondeva. Tuttavia stetti al gioco. Il capo degli indigeni che ci aveva accolti era uomo potente e desideroso di prendersi gioco di me. Ai suoi occhi apparivo come una donna sciocca, stanca e disperata che affronta i rischi del mare con una flotta di uomini e donne in cerca di terra dove mettere radici. Ingenua e inconsapevole di andare incontro a morte certa. Ero nelle sue mani, lui pensava. Quindi, come fa il gatto che stuzzica il topo morente, anche Jarba giocava con me ritenendomi ormai vinta. Già mi immaginava nel suo letto, bramava di possedermi soggiogata dal di lui potere e forse meditava di abbandonarmi una volta sazio. Quindi non si sottrasse al gioco quando gli dissi:

‘Vorrei comperare della terra – Lo sguardo malizioso e divertito tradiva i suoi pensieri e i piani notturni, ma io incalzai alimentando la sicurezza che ostentava con tutta la sua persona,- quanta ce ne sta sotto una pelle di bue distesa.’

Pattuimmo un prezzo e il capo accettò. Allora feci scuoiare un grosso bue, feci tagliare la pelle a striscioline sottilissime, ne feci una matassa e con questo filo circondammo una collina. Questa fu l’acropoli di Qart-Hacht, cioè Cartagine. Cartagine divenne in breve tempo potente, fiorente di commerci, ricca di belle costruzioni. I buoni rapporti con i Libici favorirono le attività nella nuova colonia fenicia. Io divenni la regina Didone, molto amata dai sudditi perché governavo con saggezza. Si erano già formate molte nuove famiglie fra i fenici e le donne rapite a Cipro. Invece io non desideravo nuove nozze. Ero fedele al ricordo del mio sposo morto, in suo spirito era sempre con me e non mi abbandonava un momento.  Accadde però un fatto che cambiò il destino mio. Jarba, il re dei Libici, mi propose di sposarlo. Forse fu amore, o ammirazione, o forse fu il desiderio di appropriarsi delle ricchezze e della potenza. Io lo rifiutai. Jarba insistette. Alle sue insistenze si unirono quelle dei sudditi che vedevano di buon occhio questa unione. Mi trovai costretta. Chiesi tre mesi di tempo per fare sacrifici in memoria di mio marito. Feci costruire una grande pira su cui sacrificai degli animali, poi alla fine, quando stava scadendo il tempo, salii sulla pira e mi trafissi con un pugnale”[2].

Questa è la mia vita, tramandata di bocca in bocca, come la scrisse Timeo, e Giuseppe Flavio e poi Giustino, ma il poeta Virgilio[3] cantò di me altre avventure, vicende nuove che portarono a Cartagine chi mi condannò all’inferno. Virgilio mi volle innamorata di Enea, sedotta e abbandonata. Ero una dea e mi rese mortale. Lui mi regalò una nuova gioia e una grande sofferenza e di me dipinse un’immagine di donna corrotta, tant’è che il poeta fiorentino mi vide nel secondo cerchio tra i peccatori, coloro che si macchiarono della colpa del suicidio, morti di morte violenta a causa dell’amore”.

“Cara amica mia, comprendo la tua indignazione. Tuttavia al poeta latino devi riconoscere il merito di aver resa famosa e ancora attuale la tua storia. È grazie alla drammaticità della tua morte, così come lui l’ha raccontata, che le tue gesta sono diventate famose e noi oggi sappiamo che la regina Didone ha fondato Cartagine. Attraverso il veicolo del romanzo, Virgilio ha raccontato la gioia dell’innamoramento e dei timori che accompagnano il sentimento che rende fragili e vulnerabili. Ha narrato il dramma di una donna sconvolta della passione e la disperazione per la perdita della felicità. Lui ha fatto di te un personaggio amato e compianto. Tu dici che ti ha resa mortale, ma non è così, in realtà ti ha resa immortale proprio perché capace dei sentimenti eterni. Sentimenti di donna, comuni a ogni donna a dispetto del tempo. Virgilio ha mostrato il lato umano della dea: una regina innamorata”.

“Dici bene: regina! Io sono stata una grande regina amata e rispettata dai miei sudditi per la mia integrità, per la mia dedizione e per essere stata fedele alla parola data, cosi come fui fedele al voto fatto sulle ceneri del mio amato marito che mai avrei tradito. E il tuo stimato Poeta mi rende una donnicciola frivola e superficiale che s’invaghisce e perde la testa per un avventuriero! Un uomo egocentrico e presuntuoso e che non capisce il valore del dono che gli dei gli concedono permettendogli di conquistare il mio cuore, e lo rifiuta pure! No, io ho saputo farmi beffe di capi potenti e ho tenuto a bada guerrieri a capo di regni sterminati e il tuo Poeta mi mette alla mercé di un presunto semidio senza patria né regno”.   

“Didone, la tua bellezza si esalta sorretta dall’indignazione che scaturisce da tutta la tua persona. Sei donna fiera e integerrima nel ruolo che ti sei scelta e che ha fatto di te la donna potente che fosti. Ma credimi se ti dico che la tua immagine a noi è arrivata integra, non viene scalfita dalla debolezza che ti rende umana, e completa la donna che sei. Nessuna donna avrebbe potuto restare indifferente alla magnificenza di un semidio, all’eloquenza e al fascino dell’avventuriero. Enea arrivò nella tua Cartagine come un vento impetuoso, mai freddo, ma travolgente. Il suo entusiasmo rapirebbe il cuore di qualsiasi donna, anche la più irremovibile. Le donne devono essere fiere delle loro debolezze perché è la parte debole a renderle uniche e migliori. Ma quanto è dolce lasciarsi rapire dai pensieri che sconvolgono l’anima e turbano i sensi? Virgilio ti ha resa protagonista delle fantasie intime di ogni donna. Interprete della favola.  

Enea con l’infelice Didone si prepara
a andare a caccia nei boschi, domani, non appena
il sole si alzerà rivelando il mondo coi raggi…;
bellissimo su tutti Enea s’offre di scorta
alla bianca Didone e unisce le due schiere…;
lui va per i gioghi del Cinto e raccoglie i capelli
fluenti adornandoli di flessibile fronda
e incoronandoli d’oro; i dardi gli suonano in spalla.
Non meno pronto e animoso veniva Enea, tanta
bellezza gli splendeva sul nobilissimo volto.

Intanto con un gran murmure il cielo si turba,
e arriva subito un nembo di pioggia mista a grandine:
spaventati i Fenici, i giovani troiani
e il dardanio nipote di Venere qua e là
si disperdono in cerca d’asilo per i campi;
impetuosi torrenti precipitano dai monti

Didone e Enea riparano in una stessa grotta.
Per prima la Terra e Giunone pronuba danno il segnale:
rifulsero lampi nell’aria a festeggiare l’unione,
e sulle cime dei monti ulularono le Ninfe.

“Virgilio è poeta fantasioso e assai romantico, ma un pochino distratto. Tu lo sai. Io non avrei mai potuto incontrare Enea, solo nel suo romanzo fu possibile ciò. Quando fondai Cartagine, delle ceneri di Troia non ne rimaneva nemmeno il ricordo. La citta di Troia aveva smesso di bruciare da oltre 300 anni quando io sbarcai in Libia, ma ai poeti sono concesse le licenze e i romanzi raccontano di eroi. E allora sia. Regaliamo il sogno.

“…ma una sera c’incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton
!”

(Come Pioveva Massimo Ranieri)

Monica Bauletti

[1] Questa è la storia secondo Timeo. Fu Timeo, storico greco del IV secolo a.C. a raccontarci di Didome, di lei parlò lo storico ebreo Giuseppe Flavio, del I secolo e Giustino, scrittore romano del II secolo, ma a fare della regina di Cartagine un mito fu Virgilio che della vita di Didone ne fece un romanzo, una commedia o meglio: un dramma.
[2] Didone fu venerata come dea dai Cartaginesi fino a che la città fu distrutta dai Romani.
[3] Virgilio si prende la licenza di modificarne il finale e la vuole innamorata di Enea, da lui sedotta e abbandonata. La sua è una licenza strategica che colloca Didone nei paressi della guerra di Troia (1250 a.C. o al 1194 a.C ) anticipando così di circa quattrocento anni la nascita di Cartagine (814 a.C.).

 

Wanted Benjamín Mendoza y Amor – Sergio Campailla – Gli specchi Marsilio

 

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Wanted
Benjamín Mendoza y Amor è la biografia del pittore che ha cercato di ammazzare il papa.

Il fatto risale al 27 novembre 1970, in occasione del viaggio nel Sud-est asiatico di Papa Paolo VI nella capitale delle Filippine, Manila.

Un libro che ho letto con interesse e che avvince passo passo. È come un cerchio che trova la sua perfezione nel ricongiungimento dei due punti: primo e ultimo.

È la vita di Benjamín Mendoza y Amor, pittore sconosciuto a molti e rinnegato da chi poteva lodarne i meriti. L’autore Sergio Campailla è riuscito a ricostruirne la biografia seguendo le tracce dei suoi numerosi viaggi intorno al mondo, tracce che per assurdo si perdono proprio quando, alla fine dei suoi giorni, Benjamín si ferma. Con questa biografia l’autore ci presenta un artista animato da una geniale follia, malato dell’amore del vivere, o del vivere l’amore. “y Amor”.

Una vita dissoluta e una vita sfortunata?

Oppure semplicemente una vita voluta e cercata?

È stata una vita strana quella che troviamo descritta in questo libro. A tratti affascinante, avventurosa, sregolata e portata all’estremo con atti incomprensibili dettati da quale ispirazione?, che cosa cercava realmente di dimostrare con la messa in scena dell’attentato al Papa? “Ho voluto liberare l’umanità dalla superstizione”, la sua dichiarazione di colpevolezza. Un gesto simbolico pure questo, non poteva davvero pensare che bastasse uccidere il Papa per estirpare la superstizione, (morto un Papa se ne fa un altro). Ogni opera che l’autore ci presenta e interpreta per noi è carica di simboli. Mendoza sintetizza messaggi con disegni che lasciano sgomenti, ma i messaggi che attraversavano la mente del pittore vengnivano attinti da una memoria di vita vissuta con consapevolezza, dall’inconsapevole memoria di un’infanzia difficile e cupa oppure dalla memoria universale che apre le sue porte alle menti creative? Io credo da tutte e tre.

Albert Einstein disse: “Un essere umano è la parte di un tutto che noi chiamiamo Universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Ha esperienza di sé, dei suoi pensieri e sentimenti, come fosse separato dal resto, una sorta di illusione ottica della sua coscienza. Questa illusione è per noi come
una prigione, che ci limita ai nostri desideri personali e all’affetto per poche persone che ci sono vicine. Il nostro compito deve essere liberarci da questa prigione, ampliando la nostra cerchia di compassione per includere ogni creatura vivente e l’intera natura nella sua bellezza”.

 Ecco, sembra proprio che Benjamín Mendoza cerchi di adempiere al “compito  di  liberarsi da questa prigione… per includere ogni creatura vivente e l’intera natura nella sua bellezza”. y Amor.

 Il racconto inizia con il casuale ritrovamento di uno “scrigno di tesori”, una valigia dimenticata in un garage romano contenente una raccolta di documenti e disegni abbandonati dall’autore in fuga e destinati alla distruzione. Una quantità di disegni fortunatamente ritrovati da occhio sensibile che ha fiutato un possibile interesse artistico e che invita l’autore ad esaminarne alcuni.

La prima volta che ho visto un suo disegno, ho provato subito curiosità per quella mano che, con tratti essenziali ed efficaci, esprimeva una realtà insieme lucida e visionaria”.

tratti essenziali ed efficaci…, …una realtà insieme lucida e visionaria…

Queste le colonne che sorreggono l’esistenza del pittore Benjamín. La capacità del tratto, la dote del disegnare, la connessione diretta della mano con la mente, anzi delle due mani in quanto l’artista usa la destra e la sinistra con indifferente disinvoltura, quindi una dote che raddoppia, e la sua personale visione del mondo e della realtà.

Una vita triste nel suo epilogo, un’esistenza tormentata da un destino che l’ha voluto figlio incompreso e artista, ammirato e indesiderato, in un mondo che non ha saputo vedere la perla dentro la conchiglia e ha lasciato scivolare un tesoro sotto lo strato di ignoranza che domina la società del consumismo.

Si è spento così, in solitudine e in povertà, e sarebbe svanita nel nulla la sua memoria se Sergio Campailla non avesse colto il messaggio di quel tratto particolare e non avesse voluto capire qualerealtà insieme lucida e visionaria” consegnava alla memoria universale Benjamí Mensoza y Amor.

E i disegni e le poesie che cosa sono se non lettere d’amore che cercano un destinatario?”

Monica Bauletti

 

Layla, fatalmente stega.

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Layla non voleva la scopa.

Layla si sentiva diversa.

Layla voleva diventare una fata.

C’erano anni, secoli, millenni di scuola che pesavano nel suo patrimonio genetico. Una lunga dinastia di streghe aveva convogliato in lei il sapere infuso come la perla nera di una saggezza malefica perfezionata nei secoli attraverso riti, formule e sortilegi.

Ma Layla rifiutava il male. Non conosceva il bene, tuttavia sentiva di non voler recar danno ad alcun chi e si ribellò alla natura che la voleva malvagia.

Per prima cosa volle andarsene dalla foresta nera. Uscì dall’inviolabile nido di rovi dove era cresciuta. La stessa tana che era stata la dimora di sua mamma e delle mamme delle mamme prima di lei. Trovò alloggio in una casupola abbandonata al limite del villaggio. Rinfrescò le sue vesti, cambiò il cappello nero appuntito con una cuffietta bianca bordata da un grazioso pizzo e chiuse in un cassone la scopa fatata. Unico legame con la sua vita precedente fu Diavolo, il lupo che sua madre le aveva affiancato il giorno che era nata e che, dominato da un sortilegio, non la abbandonava mai. Diavolo obbediva a tutti i suoi ordini, proteggendola e sbranando chiunque costituisse per lei una minaccia.

Layla si guardò un po’ attorno e iniziò a frequentare le piazze, andò alle fiere nei giorni di festa e a palazzo presentandosi come una fatina, un giocoliere o un’acrobata. Si esibiva in giochi di prestigio e divertenti esperimenti magici, ma non riusciva mai a ottenere il risultato voluto. Un giorno, nella piazza del paese aveva raccolto un folto capannello di gente e molti bambini si erano seduti attorno a lei per ammirare la sua abilità di giocoliera nel far volare in aria ben 6 arance. Presa dall’entusiasmo volle fare un gioco di magia e sfilò il cappello a un contadino che passava di là, disse una formuletta magica e ordino al cappello di liberare tutti i coniglietti bianchi che conteneva. Il cappellaccio cominciò ad agitarsi ma non uscirono dei bellissimi coniglietti bianchi e paffuti bensì uscirono una miriade di pantegane brutte e repellenti. Tutti i bambini corsero via spaventati lanciando urli e insulti alla povera Layla.

Layla se ne tornò a casa triste e sconsolata, ma sempre più decisa a diventare una fata perfetta. Studiò e studiò, ripassò tutte le formule magiche e ci riprovò. Questa volta riuscì ad entrare a palazzo e per intrattenere gli ospiti che i signori avevano invitato per festeggiare la nascita del loro primo figlio lei doveva fare la funambola camminando sopra tutta la folla in delirio a bel 10 metri di altezza, portando con sé solo una verga per tenersi in equilibrio. Tutti guardavano ammirati la sua abilità e qualcuno sperava che cadesse per godersi lo spettacolo aggiunto del suo corpicino grazioso sfracellato al suolo. Non accadde, ma, lei che leggeva nelle menti della gente, sentiva che si aspettavano qualcosa di più e allora decise di fare una delle sue magie. A metà del percorso, dove tutti potevano vederla, si fermò, appoggiò la verga davanti ai suoi piedi e tirò fuori un fazzoletto bianco. Tutti erano meravigliati da quel fuori programma chiedendosi che cosa avesse intenzione di fare proprio nel bel mezzo di una così faticosa esibizione. Layla stese per benino il panno per mostrare a tutti che non conteneva niente, poi lo raccolse nel palmo della mano e disse una delle sue formule magiche ordinando al fazzoletto di liberare la bianca colomba che conteneva. Tra le sue mani qualcosa si agitò, ma non era una bianca colomba bensì un nero e viscido pipistrello che volò basso spaventando tutti i presenti. Il pubblicò in fretta scappò via in un gran pigia pigia coprendosi la testa e agitando le mani per spaventare l’orrenda bestia.

Così non poteva andare. C’era qualcosa che non funzionava. Il verso non era quello giusto. Layla cercò di immaginare che cosa poteva recare disturbo alle sue intenzioni e pensò fosse giunto il momento di consultare qualche libro di magia bianca. Lì poteva trovare la risposta. Lì potevano esserci le indicazioni per correggere tutte le formule che conosceva. Studiò, imparò a memoria ricette per preparare pozioni e incantesimi, ma quando arrivò alla fine del libro, la sua attenzione fu catturata da una noticina scritta a fondo pagina in piccolo piccolo, che diceva:

-Ogni formula trova la sua efficacia nel cuore di chi la pronuncia. L’amore genera amore. L’odio genera odio-

“Quindi il segreto è l’amore”. Pensò Layla. Ma lei non conosceva l’amore, non sapeva il significato dei sentimenti. “Come si fa ad amare?, si può imparare ad amare?, dove si studia l’amore?”

Questa cosa dell’amore poteva diventare un ostacolo insuperabile per lei che giammai all’amore aveva pensato. Assorta cercando di trovare una traccia da seguire per arrivare fin in fondo al suo cuore, allungò una mano e fece una carezza a Diavolo che le sedeva accanto attento a tutto ciò che si muoveva intorno a loro. Fu osservando la propria mano che lentamente strofinava la testa dell’animale e vedendo il muso della bestia che da feroce andava pian piano addolcendo i tratti, che ebbe l’idea. Un segno di piacere espresse il lupo appoggiando, per la prima volta, il muso sulla sua gamba. Layla comprese che quello poteva essere un esercizio utile per imparare il significato di un sentimento. Si sforzo di considerare Diavolo come un compagno, un amico, non solo come una bestia da combattimento, ma come un confidente. Gli parlava, usciva anche solo per farlo correre e giocava con lui, gli permetteva di dormirle accanto. Tutto le sembrava strano, sentiva di non essere spontanea nel suo nuovo modo di agire, ma era convinta che prima o poi tutto sarebbe diventato normale e che l’affetto e l’amore sarebbero arrivati. I giorni passarono e una mattina mentre andava nel bosco per raccogliere delle bacche che le servivano a fare un infuso medico incontrarono un orso, che li aggredì. Diavolo subito si frappose tra l’enorme bestia e la sua padrona e si batté come un vero diavolo tanto che l’orso si scoraggio e scappò via. Diavolo sembrava stare bene ma dopo pochi minuti si fermò piegò le gambe davanti, lanciò un latrato e crollò a terra. Layla andò subito in suo soccorso chiamandolo a più riprese: “Diavolo, Diavolo, che cosa succede?. Che cos’hai?” Il lupo non rispose, le leccò per l’ultima volta la mano e chiuse gli occhi per sempre. Un terribile dolore investì Layla che sentì il cuore stringersi in una morsa. Fu un dolore fortissimo mai sentito prima. Urlò forte, un urlo straziante che usciva dalle viscere lacerate come tele da far bende. Cominciò a piangere, pianse e pianse per tre giorni e tre notti fino a quando il dolore si placò e rimase la consapevolezza di aver amato il suo povero lupo. Capì che l’avrebbe sempre amato anche se lui non c’era più. Diavolo  le aveva fatto il dono più grande: le aveva insegnato il sentimento.     

di Nevio e Monica

Domani ti faccio un regalo

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È un grigio mattino in questa primavera di false partenze.

Mi attardo nel letto rapita dal verde confuso del tiglio che,

smosso dal vento, sfuma al grigio brillante e

sembra sparire tra le nuvole in corsa.

Sul balconcino Il garofano rosso esita e ondeggia

sospinto dal vento: bacio fuggevole,

i cento boccioli sono pronti a sbocciare.

Il geranio rosso corallo sfida il cielo imbronciato,

ha già al suo attivo tre fiori e altri in arrivo.

Mi abbraccio nel letto e mi arriva l’aroma di te,

dov’è il mio pensiero felice?

Ti guardo e sorrido: domani ti faccio un regalo.

 

Monica Bauletti

Ti coltiverò

pianteTi coltiverò, giovane virgulto,
nel giardino che non sarà mio
osserverò il tuo crescere,
ti proteggerò con l’ombrello del mio seno
dalla grandine e dai saettanti fulmini
e filtrerò la gioia dal tuo cielo.
Sovvertirò il pianeta
per estirpare le erbacce dai tuoi passi,
proteggerò il tuo crescere su percorsi certi,
guarderò invisibile le foglie
che si espandono col fusto verso il cielo
con ansia e con timore
seguirò i tuoi rami catturare il sole.
Ammirerò i tuoi fiori variopinti
Mi siederò nell’ombra.
Raccoglierò le foglie ad una ad una
e, se Dio vorrà,
preparerò il letto del mio riposo.

M.B.

 

LA PUNTURA DELLA MEDUSA

La puntura della medusa Monica Bauletti Pag. 90 - 17/09/2015 formato eBook offerta 0,99
La puntura della medusa-  Monica Bauletti
Pag. 90 – 17/09/2015 – formato eBook
offerta 0,99

Narra di una donna, una giovane donna cresciuta senza la madre, con un padre che adorava e dal quale si separa in modo brusco soggiogata da un uomo dominante. La dipendenza di questo amore produrrà l’annullamento della personalità della protagonista, ma alla morte un po’ ambigua di questo marito-padrone la protagonista inizierà un viaggio di rinascita alla ricerca di se stessa elaborando i lutti e il dolore represso.

Chi ha letto la bozza ha detto:

  • Leggendo l’incipit si pensa subito ad una più “moderna” Nora di Casa di bambole o anche a Le parole che non ti ho mai detto. Bello il contrasto tra la serenità del luogo; la calma degli elementi naturali; la placidità delle cose e la solitudine inquieta che da subito si avverte di Mia. Una inquietudine che poi si esplicita subito nel primo flashback e nella descrizione del rapporto con Carlo; già introdotto come perverso, condizionante, aberrante: questa aggettivazione mette molto bene il luce la scelta e il senso del titolo. Efficace usare il dialogo per i falshback: affronta la questione e l’opposizione dei due personaggi in modo più diretto e vero. Anche più sfrontato. Sfrontatezza che perdiamo invece nella narrazione dove però troviamo degli altri elementi molto importanti: le emozioni e gli stati d’animo di Mia. Una indole di donna-bambina; questo rapporto con il padre e il suo spezzarsi e divenire rimorso, ancora di più, sottolineano l’indole vittimistica e sottomessa di questa donna. Una donna divisa dalle due facce della stessa medaglia: l’uomo positivo e quello negativo. Il modello del bene e del male; del giusto e dell’ingiusto; del sano e del malato; del valoroso e del perverso. La narrazione – molto corretta nella costruzione grammaticale.

  • Racconto emotivamente molto sentito. I personaggi sono ben definiti, sia la protagonista che i due uomini della sua vita, il padre e il marito. Il viaggio in barca è una metafora del viaggio attraverso il dolore della protagonista che vorrebbe andare alla deriva, ma che, comunque, non si perde perché il mare la fa avvicinare alla riva. 

  • I dialoghi sono il punto di forza della narrazione. Didascalie e riferimenti a chi ha pronunciato la frase non ci sono e risulterebbero del tutto superflui se ci fossero, le poche parole e la punteggiatura forniscono al lettore tutte le informazioni di cui ha bisogno. La trama è semplice e poco pretenziosa, se si cerca un intreccio complesso nella successone di eventi, ma allo stesso tempo efficace, ben mirata. I vari flashback non risultano pesanti o noiosi, nonostante le molteplici ripetizioni che altro non fanno, se non rendere i personaggi più reali. Il lettore vive il disagio interiore della protagonista grazie ad uno stile magnetico e concreto. Individuare un punto debole per fornire una critica costruttiva quanto completa, risulta alquanto difficile e ci si deve addentrare nella sfera dei pareri personali. Non tutti potrebbero apprezzare la storia unicamente per la sua matrice malinconica, ma questo non sminuisce minimamente l’opera che nella sua modestia svolge egregiamente il compito di intrattenere il lettore.
  • Trovo questo libro semplicemente bellissimo. Ho viaggiato per le poche pagine lette, cullata nei ricordi coinvolgenti della protagonista, descritti in maniera eccellente da quella che descriverei una vera scrittrice. Ho amato il modo in cui il racconto passava dal ricordo al presente, e come le parole scritte prendessero forma e mi permettessero di entrare nella vita di Mia e di immergermi con lei nel suo mare. 
  • Un lavoro molto curato per quanto riguarda l’aspetto psicologico del personaggio principale e apprezzabile la conoscenza di termini tecnici marinareschi usati con disinvoltura. Interessante l’idea del viaggio in solitaria intramezzato da ricordi.

IL GIOVANE HOLDEN – J.D.SALINGER – Einaudi

Non farò la recensione a questo libro

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Questo è un libro evergreen. Di quelli che si possono leggere a ogni età.

Scritto in prima persona.

L’autore si è calato perfettamente nel personaggio che attraversa lo stretto passaggio dell’adolescenza. Periodo della crescita dove ogni evento amplifica gli effetti e il viaggio si fa in carne viva, senza protezioni, esposti a tutti i virus virtuali che infettano la mente. Periodo di grandi verità e di vita vera.
Leggetelo, seve sempre.

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  • Copertina flessibile: 248 pagine
  • Editore: Einaudi (20 maggio 2008)
  • Collana: Super ET
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8806193090
  • ISBN-13: 978-8806193096

“Alla fine del primo atto siamo usciti con tutti gli altri imbecilli a fumare una sigaretta. Che roba. Giuro che in vita vostra non avete mi visto tanti ipocriti messi insieme. Tutti che fumano come ciminiere, parlando dello spettacolo in modo che gli altri li sentissero per bene e capissero quant’erano intelligenti”.

8 MARZO, IL COMPLICATO MONDO DELLE DONNE – MARIA

By Monica Bauletti
By Monica Bauletti

Appena sentivamo chiudere quella porta del terzo piano, Marco e io correvamo nel sottoscala del pianoterra. Zitti e ben nascosti aspettavamo con ansia che la signorina Maria scendesse le scale. Il ticchettio dei tacchi altissimi preannunciava il suo arrivo e allora noi spalancavamo gli occhi per ammirare quello spettacolo. Una minigonna sempre molto colorata, le calze nere a rete e poi su su fino a dove si poteva vedere. Sempre bellissima, truccata ed elegante, usciva in strada dove una macchina la aspettava.
La signorina Maria abitava nell’appartamento proprio sopra il nostro e il papà quando parlava di lei con la mamma, diceva che “faceva la vita”. Io non capivo, però la mia mamma diceva che la Maria era una ragazza tanto gentile e buona. Infatti spesso mi portava dei regali e mi piaceva tanto quando mi spettinava i capelli, mi guardava sorridente e mi dava un bacino sulla guancia. Un bacino così bello, che mi tenevo l’impronta sul viso per tutto il giorno. Aveva dei lunghi capelli neri e lisci, degli occhi verdissimi e una bocca che sembrava dipinta da un grande pittore.
D’estate, quando le scuole erano finite, spesso andavo al mercato con lei, così l’aiutavo a portare le borse della spesa. Mi piaceva tanto, perché Maria mi teneva per mano, poi comprava il gelato per me e sempre qualcosa da portare anche alla mamma.
Una domenica mattina verso le nove, bussarono alla porta.
“Apro io mamma.”
“Ciao Alberto, sei già sveglio? C’è la tua mamma?”
Era la signorina Maria. Sempre bellissima, ma quella mattina era diversa, senza trucco, con un vestito grigio scuro e i capelli raccolti in una lunga treccia.
“Buongiorno signora Marta, volevo darle una bella notizia: mi sposo e vado a vivere a Friburgo.”
“Maria, ma che sorpresa! E quando?”
“Oggi pomeriggio verso le tre passa il mio fidanzato Hans e parto con lui. Il tempo di completare le formalità necessarie e poi ci sposiamo in una chiesetta nella Foresta Nera penso entro la fine della settimana. Le manderò le fotografie e i confetti.”
“Così all’improvviso! Cara Maria mi dispiace tanto che vai via, ma sono contenta per te. Ma come fai a liberarti dal “contratto”?”
“Eh mi è costato un bel po’. Ma ora è tutto a posto. Ho anche trasferito il mio conto bancario in Germania, così quando arrivo non ho problemi. Ha pensato a tutto Hans. Volevo chiedere ad Alberto se oggi potrà aiutarmi a portare giù le valige.”
Ero molto triste e avrei fatto di tutto per farle cambiare idea, ma ero solo un bambino di undici anni. L’amavo profondamente e pensare di non poterla vedere più mi creava una vera disperazione.
“Alberto. Mi aiuterai? Sei triste perché vado via? Non ti preoccupare, un paio di volte all’anno dovrò tornare e così verrò a trovarti.”
Mi spettinò i capelli come al solito e smack un bel bacione sulla guancia.
“Ti chiamo prima delle tre, va bene?”
“Dopo mangiato, vengo io su da lei, così l’aiuto a preparare tutto. Va bene?”
Mi rispose con il suo sorriso.
Alle quindici esatte arrivò una grande Volkswagen bianca. Un omone grosso e alto caricò le valige, salì in macchina e mise in moto. Dal finestrino aperto Maria salutava sorridendo e mi mandò un bacio. Fu l’ultima volta che la vidi.
La sera dopo, ero seduto sulle scale insieme al mio amico Marco, quando arrivò trafelato mio padre con un giornale in mano.
“Marta, Marta. Leggi qui!” La mamma lesse il giornale, si appoggiò al muro e scoppiò a piangere.
“Ma papà cosa è successo?”
“La signorina Maria. L’hanno trovata morta in un’area di servizio dell’autostrada per il Brennero. Devono averla ingannata, derubata di tutto e uccisa.”
Piansi a lungo anche se non riuscivo a capire bene cosa fosse successo.
“Ma non doveva andare a sposarsi? Era così felice.”
Ancora oggi che ho 44 anni, penso spesso a Maria, con tanta nostalgia, dolcezza e amore.
E’ stato il mio primo vero amore.

Questo racconto non è mio

Monica Bauletti