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Sono l’ultimo a scendere di Giulio Mozzi

…e quel che sembrava cupo diventa

esilarante.

Sono l'ultimo a scendere (e altre storie credibili) di Giulio Mozzi edizione Laurana Editore in versione eBook € 4,99 Categoria libro: Letteratura 2013 Dimensione del file: 1,2 MB Protetto con Social DRM Lingua: ita Isbn: 9788896999776 Se lo volete di carta
Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) di Giulio Mozzi edizione Laurana Editore
in versione eBook € 4,99
Categoria libro: Letteratura 2013
Dimensione del file: 1,2 MB
Protetto con Social DRM
Lingua: ita
Isbn: 9788896999776
Se lo volete di carta

 

Sono l’ultimo a scendere è una raccolta di racconti che hanno tutta l’aria di essere aneddoti, esperienze di vita quotidiana, in perfetta sintonia con lo stile già definito “minimale” di Giulio Mozzi. Definizione che, a mio avviso, se ben descrive il linguaggio che l’autore usa nello scrivere, stride non poco con i contenuti. Se è condivisibile definire il suo stile: “stile volutamente piano e uniforme con il frequente ricorso a temi autobiografici” (=definizione di minimalismo in letteratura e narrativa) io sento, invece, tutt’altro che “minima” l’analisi introspettiva che il Mozzi conduce quando descrive gli atteggiamenti dei personaggi coinvolti nei singoli eventi. È come se con il suo stile volesse evidenziare quanto è paradossale definire piano e uniforme ciò che si rifà ai temi definiti autobiografici. Sento, infatti, profonde e molto acute le sue intuizioni. Avverto solida la sua capacità di non perdersi, travolto dalla giostra caleidoscopica monocromatica delle miserie e meschinità che tingono di grigio il quotidiano.

L’autore, per noi, osserva con tolleranza e ironia chi abbiamo accanto ed è come se invitasse il lettore a fingersi cieco ponendosi lui stesso a guida tra i percorsi di vita che calpesta nell’arco di una giornata indottrinandolo (il lettore) a non trascurare quel briciolo di disponibilità che rende l’uomo umano.

Da questa raccolta emerge un altro aspetto del carattere di Giulio Mozzi: oltre alla nostalgica tenerezza che ho percepito in Questo è il giardino, con Sono l’ultimo a scendere l’autore mi presenta l’aspetto coriaceo e mi fa intendere che non ha nessuna remora a usare il pungiglione in caso di necessità.

Non sono mai velenose, ma possono diventare fortemente urticanti, le tossine che sprigiona con le frecciatine e gli attacchi verbali che inscena quando incarna il “filosofo” che questiona col poliziotto al posto di blocco, oppure il malcapitato inseguito dal mendicante di dubbia nazionalità, o, ancora, il viaggiatore a volte vittima innocente di prepotenze e ignoranza altre volte burlone impertinente e, anche se gli argomenti che di volta in volta i vari “Giulio Mozzi” portano a sostegno delle proprie posizioni sono inconfutabili, ciò nonostante, disarmando il malcapitato di turno, diventano estremamente irritanti pur non mancando di appiattire ogni tentativo di contrattacco. Solo chi difetta di una minima (o massima) dose di autocritica finisce coll’infuriarsi, forse più con se stesso tuttavia, riversando la collera sul “Mozzi” di turno.

In Sono l’ultimo a scendere l’autore guarda il mondo con distacco e diventa lo spettatore assente di se stesso che punta la lente sullo scorrere della vita “normale” di un viaggiatore solitario che non sfugge al ridicolo e al paradosso di relazioni nemmeno quando se ne sta al sicuro, in solitaria compagnia, dentro le mura casalinghe dove viene inesorabilmente raggiunto da voci incorporee anche se “nonime” (invento questo termine come contrario di anonime che invece sarebbe: inanonime, ma che non mi piace, quindi mi prendo la libertà di cambiarlo con tante scuse ai puristi della lingua però il testo è mio e ci faccio quello che mi pare) delle conversazioni con impiegati di call center.
Questo testo viene definito “diario pubblico”, la forma è appunto diaristica, gli episodi sono rapidi specchi di vita credibili e spinti fino al paradosso in certi casi, ma quello che rende unico e diverso questo raccontare è la prospettiva. Lui ci porta fino all’orlo del precipizio e poi ci sposta offrendoci la soluzione a volte più corretta, altre più comoda, altre più divertente senza trascurare i principi basilari del rispetto verso il prossimo e verso se stessi, il tutto in chiave comica, e quello che sembrava cupo diventa esilarante.

monica azzurra

Monica Bauletti

SFOGLIA L’AUTORE CAPITOLO 2: GIULIO MOZZI

La rubrica SFOGLIA L’AUTORE ospiterà per un po’ GIULIO MOZZI.

viaSFOGLIA L’AUTORE CAPITOLO 2: GIULIO MOZZI.

Favole del morire di Giulio Mozzi

“Credete di muovervi, e siete incatenati al centro del circolo che perpetuamente, ma non perpetuamente, percorrete.”

favole del morireeFavole del morire di Giulio Mozzi Prezzo di copertina € 14,00 2015, 155 p. Laurana Editore- collana Rimmel narrativa italiana

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Non so perché ho voluto leggere questo libro. Per curiosità? Sì. Per curiosità. E la mia curiosità è stata soddisfatta. Ho trovato questo un testo davvero originale -per lo meno in base alla mia esperienza di lettrice-, ma non poteva che essere così. Già dal titolo si può intuire che l’argomento non è usuale e nemmeno facile. Che un Vivo parli di morte e ne voglia raccontare storie può indurre diffidenza. Lo scettico riterrà l’idea un atto di presunzione. C’è il rischio che un autore cada in ambienti mistici o che pecchi; proprio nel senso di peccare, di commettere eresia. Devo dire però, che Giulio Mozzi con queste favole è riuscito a sorvolare gli ostacoli della miscredenza e senza alcuna mistificazione (concedetemi il giochetto cacofonico, non ho resistito) ci consegna un’idea di fine e infinito senza venire risucchiato dal vortice di elucubrazione filosofiche che come una vite senza fine, a volte, trascina nei regni sconfinati dell’uovo e la gallina (di chi è nato prima, intendo). Ciò nonostante è proprio qui che mi porta l’autore: al senso di infinito (concreto) nel momento in cui tutto è finito (astratto). No, non è un gioco di parole, non ho invertito i termini, o forse sì?, ma è proprio giocando con le parole che Mozzi mi fa vivere l’avventura in un ipotetico aldilà dove la morte racconta. Inizio a leggere e mettendo in relazione i concetti opposti di “finito” e “infinito”, a un certo punto perdo la prospettiva. Cerco di seguire la “trama” e di immedesimarmi in qualcosa che non riesco a cogliere. L’abilità dell’autore viene fuori tutta nel riuscire a coinvolgermi, senza coinvolgermi, nel riuscire a incuriosirmi senza davvero capire che cosa leggo. È stata un’esperienza particolare, unica a suo modo, per certi versi anche simpatica. Sono molte le immagini che i testi proiettano nella mia mente e la lettura mi trascina dentro una stanza che non è una stanza, al buio che non è buio. Mi costringe a vedere cose che non sono cose. Mi alza e mi solleva fuori per mostrarmi ciò che da dentro non posso percepire. Se la prima parte mi ha lasciata sconcertata, mi ha tuttavia, preparata alla seconda parte che definirei affascinante. È stato emozionante ascoltare il brano a pagina 47: “Operetta di giugno” narrato, musicato e cantato:

Molto bello! Mentre ascolto immagino un teatro poco illuminato dove le voci del coro trascinano corpi sinuosi ed evanescenti. Ectoplasma rivestito da veli, fluttua sullo sfondo scenico, vuoto e nero, a volte lambendo il lettore puntato dall’occhio di bue al centro del palco,  che legge il brano e a mano a mano rimane vittima di ciò che legge. Un rito celebrato allo scopo di esorcizzare la morte? Chissà? I due brani finali mi sono piaciuti moltissimo: – Emilio delle tigri se n’è andato.Un dialogo tra finito e infinito, molto azzeccato, una riflessione sulle cause ed effetti.  Uno sguardo sul dopo dopo il Se. L’ultimo brano: – Novella col fantasma è la degna conclusione. Da questa lettura ne sono uscita col sorriso. Un sorriso scaramantico? No. Un sorriso sereno, di pace. Anche se l’idea che ciò che è destinato a finire (la vita conosciuta) possa diventare infinito (la morte assoluta) non è presentato con l’intento di terrorizzare. Voglio dire: anche se mi incute un certo smarrimento non sapere che cosa sarà di me quando di me non ci sarà più niente, non essere più quella che sono, sapermi dispersa in un cosmo conosciuto o sconosciuto, frammentata in tante particelle che portano il ricordo del mio pensiero o sapermi scollegata da un corpo fisico e libera di stare sola con la mia anima, alla fine non mi spaventa. Per così dire, leggere Favole del morire di Giulio Mozzi mi ha lasciato la serenità dell’accettazione di quel che sarà. Ci immaginiamo senza posa del morire e del nascere. Quali erano i tuoi pensieri nella pancia della madre? Quali sono ora i tuoi pensieri nella pancia dei batteri? C’è un pensiero, una scintilla di pensiero, che vaga di corpo in corpo, che si conservano di corpo in corpo?

Se penso al mio vivere come una cosa ferma, sono morto. Se penso al mio morire come a un movimento, sono vivo… Se il seme non muore, non può far vivere. Si può morire con ottimismo?

0c932d5777f56a089aadb5621d892759 Monica Bauletti