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DONNE IN NERO-GENOCIDIO DI SREBRENICA 1955

manina
11 luglio 2015 20anni fa più di 8000 esseri umani

venivano uccisi a Srebrenica, la sola colpa:

esistere.

Un genocidio riconosciuto e volutamente

disconosciuto.

Se bastasse rifiutare la morte per far trionfare la vita,
se bastasse dimenticare le violenze per ritrovare la felicità,
se bastasse sanare la sofferenza per ritrovare l’entusiasmo,
si potrebbe anche dimenticare, ma non è così.

Leggo tra alcune note:
non si ricorda per alimentare l’odio e la vendetta, ma per non permettere che la storia si ripeta.”

DONNE IN NEROAtmosfera carica di presenze a Palazzo Moroni-Padova nella serata di sabato 11 alle 19,00.
Un’ora di voci che ricordano: letture e musica
testia cura di: Donne in Nero

Voci narranti: Anita Pesiri e Francesco BredaAssociazione Culturale i Fantaghirò
canto e musica: Diana Grgic e Stefano Lionello

NON C’È PACE SENZA VERITÀ E GIUSTIZIA

.

francesco e anita

Legge Francesco
20 anni fa iniziava la guerra in Bosnia Erzegovina, una guerra crudele e inutile che provocò morte e distruzione, sconvolgendo la vita di intere popolazioni.
La cessazione dei combattimenti non porta la pace; perché ci sia pace è necessario ristabilire la giustizia e individuare e sanzionare le responsabilità dei crimini di guerra.

Legge Anita
Una donna, Hanija M., sopravvissuta alla strage di Srebrenica, parla a Potocari, presso il Memoriale e i luoghi dove anni fa sono avvenuti i massacri:
“Qui c’era il grano quando siamo stati ammazzati… Questo campo era pieno di gente, centinaia di persone, uccise qui, a Potocari. Qui in questo luogo sono stati presi. Erano tutti senza testa, nel mezzo del grano, non se ne sono andati finché non li hanno sgozzati tutti…
Là c’era la fabbrica dove stazionavano i caschi blu olandesi. Siamo andati da loro. Non avevamo altra strada… Molte donne, bambini, molti maschi che non si erano sporcati le mani di sangue nella guerra, che non erano militari… comuni civili, si sono consegnati lì, però gli uomini sono stati separati e sono stati uccisi qui, in questo prato. Vicino alla fabbrica, vicino al fiume, li hanno uccisi ovunque. Hanno lasciato le donne e i bambini, ecco vedete cosa è successo…
Io ho lottato coi soldati olandesi, ho pregato i soldati semplici, io non li incolpo come soldati, colpevoli sono i loro comandanti, colpevoli sono quelli cui hanno richiesto il bombardamento, di colpire le forze serbe e non hanno fatto niente. Uno mi ha detto cinque volte attraverso la radio che nessuno sarebbe venuto a bombardare le forze serbe e che erano insieme a noi, nella stessa situazione.
Io vengo regolarmente qui in visita. Ero qui quando le orde di Mladic uccidevano. Mi costa venire qui, ma lo farò finché potrò camminare. E dimostrerò la verità e la giustizia finché le gambe mi permetteranno di camminare.
Una piccola parte di persone è sepolta qui, ecco vedete… Ce ne sono ancora molti da seppellire, ce ne sono ancora molti da trovare e molti da identificare… Il mio unico desiderio, dopo tutto ciò che è successo, è di trovare i miei scomparsi per poterli almeno seppellire, per sapere dove posso andare a trovarli, su che tomba. Questo, come vedete, è ciò che hanno fatto Mladic, Karadzic, Milosevic, e molti altri che ancora oggi passeggiano per la Bosnia, che non sono ancora stati arrestati. L’anima mi si placherà quando li vedrò almeno in galera, ma ecco, a qualcuno serve che siano in libertà.
Qui in questa fabbrica, dove stazionava il contingente olandese dell’ONU, nel 1995, dopo la caduta di Srebrenica, erano arrivate le donne e bambini, li avevano sistemati qui gli Olandesi, per fare in modo che venissero trasferiti da qualche parte. Qui in questa fabbrica c’è stato il più grosso massacro, degli uomini che si erano consegnati all’ONU. Qui c’è stato un grande massacro, tutti gli altri sono saltati dalle finestre, e di nuovo sono stati uccisi, sono stati impiccati, in questa fabbrica, si sono trovati da soli col coltello alla gola, qui è successo di tutto.”

Oggi la Bosnia Erzegovina è in tempo di pace… Verrà anche il tempo della riconciliazione?

“Riconciliazione con chi? Come facciamo a riconciliarci con quelli che ci hanno ucciso i figli? Come faccio a riconciliarmi con quelli che mi hanno ucciso i fratelli? Che mi hanno ucciso la madre, che mi hanno lasciata sola? Non possiamo riconciliarci con loro, ma con il resto del popolo serbo che non ha partecipato ai crimini, che è innocente, possiamo e di fatto viviamo insieme con loro. Cambierà molto quando i criminali dovranno rispondere di quel che hanno fatto. Molta gente tornerà a casa propria. Perché ovunque è presente la paura di quelli che sappiamo essere nei boschi, in libertà. Ognuno teme per la propria vita a causa di questa gente.
Per me tutto questo è molto pesante, ma prego tutti, tutta la gente che è in grado di aiutarci a dimostrare la verità, perchè non succeda mai più al mondo una cosa come Srebrenica. Questo è il mio intento, il mio desiderio, e che lo sia per tutte le persone giuste e sincere. Che ci aiutino a contribuire alla pace, alla vita in comune.
(Andrea Rossini, Luka Zanoni,Osservatorio dei Balcani)

Legge Francesco
“A volte ho cercato di raccontare a qualcuno che a Srebrenica vivono ancora coloro che hanno preso parte al massacro, ma alla gente sembra impossibile.
Abbassare la testa davanti al carnefice… Fare finta di nulla… Continuare a vivere e magari pure salutarli quando vai a prendere il pane e incontri i loro occhi e ti chiedi che diavolo sanno quegli occhi che tu invece non potrai mai sapere. Quanti ne hanno presi? Non so il numero esatto, ma è irrisorio, perché gli accusati di crimini di guerra in Bosnia sono più di 18.000.
Non è possibile costruire la pace mentre abbassi la testa davanti al carnefice di tuo padre. Si costruisce solo timore, che provoca silenzioso rancore, che piano si accumula fino a diventare odio puro e poi… Poi i Balcani tornano a essere più sangue e meno miele.”
(Elvira Muicic, Al di là del caos, 2007)

cantante

Legge Anita
La scena che dovrebbe suonare consolatoria
A me in realtà non è successo niente sono riuscita a uscire dalla città prima che catturassero la mia camicetta gialla di seta prima che con la baionetta accorciassero le mie gonne troppo lunghe che comunque non amavi perché nascondevano le ginocchia
Dico che non mi è successo niente
Ma io ancora tremo a piedi nudi sul cemento bagnato di un qualche lager e nessuno mi troverà mai più
Lontana da tutto svolgo attività quotidiane completamente libera
Ma in ogni sogno mi catturano di nuovo mentre mi difendo tento di fuggire piango mi fa male tutto così tanto che in stato di veglia non ho coraggio di muovermi
Quando nessuno guarda tastando cerco i gonfiori e conto le unghie sulle dita mentre stringo la maniglia nel tram
Parlo normalmente rido scrivo poesie d’amore mangio con gusto e regolarmente
Ma io in realtà raggomitolata nell’angolo di un qualche lager sul cemento bagnato piango
Quando le previsioni del tempo alla TV annunciano l’abbassamento della temperatura il vento del nord e la neve sui monti io stretta ad un termosifone caldo tremo perché sono a piedi nudi sopra la fossa al freddo secco e aspetto che mi chiamino
Mentre ti telefono e fisso l’appuntamento per il caffè che mi rende felice disegno con grande precisione le sbarre sulla carta
Nessuno mi potrà mai più liberare mentre mi dici dormi non è successo niente.
(Josefina Dautebegovic)
Legge Francesco
Il primo luglio del 2005 fu reso pubblico un filmato di pochi minuti che mostrava l’’esecuzione a freddo, dopo maltrattamenti e torture, di 6 prigionieri musulmani, per lo più minorenni, da parte delle truppe paramilitari serbe chiamate Scorpioni. Jasmina Tesanovic ha seguito tutto il processo insieme alle Donne in Nero di Belgrado che accompagnavano le famiglie delle vittime e lo ha raccontato:
Legge Anita
26 febbraio 2007
Oggi il Tribunale dell’Aja per i crimini di guerra ha dichiarato la Serbia non colpevole di genocidio, ha dichiarato che non c’è stato genocidio in Bosnia, ma solo a Srebrenica. Che la Serbia non ne è responsabile, né lo sono gli Scorpioni. Che lo Stato serbo è colpevole di non aver prevenuto il genocidio. Che non è tenuto a pagare i danni alla Bosnia, ma soltanto a dichiarare pubblicamente che il genocidio di Srebrenica è avvenuto, e a collaborare con il tribunale dell’Aja operando per l’arresto di Ratko Mladic e degli altri.

Legge Francesco

10 aprile 2007
Il verdetto di oggi del tribunale per i crimini di guerra di Belgrado sullo squadrone della morte degli Scorpioni è nello spirito della sentenza del tribunale internazionale del’Aia per i crimini di guerra, che ha dichiarato lo Stato della Serbia non colpevole di genocidio. Il genocidio c’è stato, ma non fu commesso da una persona giuridica.
Gli Scorpioni non colpevoli di genocidio… Non ci sono abbastanza testimonianze per un’accusa come questa, non ci sono prove… I corpi dei morti sono là, l’intento genocida è ovvio, ma chi diede gli ordini? Chi era cosa, e perché lo fece? Non genocidio, ma un turbine nelle tempeste della guerra… questa è la sentenza di oggi.
La madre di uno dei ragazzi uccisi dice: “Per tutti questi anni abbiamo sperato nella giustizia. Per tutti questi mesi siamo venuti a Belgrado sperando di ottenerla: abbiamo ottenuto la verità, ma non la giustizia. Come può mai sfuggire alla massima pena qualcuno che prende a calci con i suoi stivali un ragazzo prigioniero, lo colpisce con il fucile, lo chiama codardo, gli nega un bicchier d’acqua e poi gli spara?”.
Ma chi in Serbia darà quell’ordine: condannare gli Scorpioni? Le stesse persone che comandavano in Serbia negli anni ’90 sono ancora al potere oggi. Milosevic è morto, la maggior parte dei criminali cammina per le strade di Belgrado, facendo baccano e minacciando…
(Jasmina Tesanovic, Processo agli Scorpioni)
Legge Anita
“Nessuno degli imputati si sentiva colpevole. Fra tutte quelle persone che avevano distrutto un paese intero, tra quei capipopolo, politici, generali, militari, criminali, assassini, mafiosi, bugiardi, ladri, mascalzoni e volontari, non se ne poteva trovare uno che rispondesse semplicemente: ’Sono colpevole’… Tutti facevano solo il loro lavoro…
Mi domandai che ne era stato di quelle centinaia di migliaia di persone senza nome, senza il cui sostegno la guerra non ci sarebbe stata. Si sentivano colpevoli; loro? Che ne era di quella carovana di politici stranieri, diplomatici, funzionari e soldati che avevano attraversato il paese? Gli alberghi non erano male, si mangiava bene, la costa adriatica era vicina. Si sentivano colpevoli, loro? Anche loro facevano solo il proprio lavoro. Quell’assassino dall’alto, quel cecchino che aveva colpito una donna nelle strade di Sarajevo, anche lui faceva il suo lavoro. Il fotografo straniero che aveva filmato quella stessa donna, e in quel frangente non aveva pensato di chiamare il pronto soccorso (per poi ricevere il primo premio al concorso per la fotografia di guerra dell’anno), anche lui faceva il suo lavoro. La povera donna che si contorceva sul marciapiedi perdendo sangue, perfino lei, senza saperlo, faceva volontariamente il proprio lavoro, rappresentando autenticamente la guerra.”
(Dubravka Ugrešić, Il ministero del dolore, 2007)

Legge Francesco
Hasan Nuhanovic era uno dei tre traduttori bosniaci di supporto al contingente di caschi blu olandesi a Srebrenica; il 12 luglio 1995 vide la madre, il padre, il fratello uscire dal campo per essere consegnarti ai macellai serbi. Non li rivide più.
Otto anni fa Hasan Nuhanović ha iniziato una causa al tribunale olandese accusando il contingente olandese di essere complice nell’omicidio dei suoi genitori, in quanto gli olandesi non potevano non sapere che i serbi avevano dichiarato che avrebbero passato per le armi ogni uomo di Srebenica. Erano meglio armati dei serbi e avevano anche l’aviazione a disposizione. Ed invece mandarono a morire anche quelle 5.000 persone che inizialmente avevano accolto nel loro campo.

Oggi ho identificato mio fratello grazie alle sue scarpe da ginnastica. Quest’autunno mi dissero di mia madre. La trovarono, o meglio quello che rimaneva di lei, in un ruscello nel villaggio di Jarovlje, a due chilometri da Vlasenica. I serbi che ci vivono hanno continuato a buttare per 14 anni l’immondizia su di lei. Non era sola. Ne ammazzarono altri 6 nello stesso posto. Gli avevano dato fuoco.
Dissi: spero li abbiano arsi da morti.
Ho letto la dichiarazione di uno dei boia: “Non riuscivo più a premere il grilletto, avevo l’indice informicolato da quanto avevo sparato. Andavo avanti ad ammazzarli per ore”. Dichiarò inoltre che qualcuno aveva promesso loro 5 marchi per ogni musulmano ucciso quel giorno. Disse che costrinsero anche gli autisti a scendere e ammazzare almeno un paio di musulmani, in modo da assicurarsi il loro silenzio. Capito, poveri autisti!

Nella primavera del ’95 comprai a mio fratello delle scarpe da ginnastica nuove, Adidas, da uno che viveva all’estero. Le aveva portate da Belgrado ritornando a Srebrenica dalle vacanze. Non le aveva portate nemmeno due mesi quando successe. Gli avevo comprato anche un paio di jeans Levi’s 501. Li aveva addosso. Ricordo esattamente quale maglia e quale camicia indossasse.
Il dottore mi ha mostrato oggi le foto dei vestiti. Non è rimasto molto – disse – ma abbiamo le scarpe da ginnastica. Mise la foto sul tavolo e vidi le scarpe, le Adidas di mio fratello, come se le avesse appena tolte. Non erano nemmeno slacciate.
Allora il dottore portò un sacco e rovesciò davanti a me sul cartone tutto quello che rimaneva degli effetti personali di mio fratello, le cose trovate sui suoi resti. Dopo 15 anni di attesa presi le sue scarpe da ginnastica in mano. Trovarono la cintura con la grande fibbia metallica e il resto dei jeans. Avevano anche entrambe le calze. Cercavo la ben nota etichetta Levi’s, un indizio in più per aiutarci a confermare la sua identità. Presi in mano, i resti dei jeans. I bottoni metallici. Gli interni delle tasche. Le parti in cotone si erano sgretolate. Non c’erano più. Erano rimaste solo le parti sintetiche. Un’etichetta diversa, solo leggermente sporca, penzolava intera, aggrovigliata tra i fili e i resti. Cercando il contrassegno della Levi’s lessi: Made in Portugal.
Tutto il giorno avevo davanti agli occhi quella scritta. Credo che l’avrò davanti per tutta la vita. Forse comincerò a odiare tutto quello che è Made in Portugal, come odio la birra Heineken che i soldati olandesi tracannavano nella base di Potočari, nemmeno un’ora dopo che avevano cacciato tutti i musulmani – dritti nelle mani dei cetnici. O forse comincerò ad amare tutto quello che reca la sigla Made in Portugal, visto che mi ricorderà per tutta la vita il mio fratello ucciso.

Io, come tanti altri, ho continuato a pregare Dio per 15 anni di farmi la grazia di scoprire, una volta che la verità sarebbe venuta a galla, che non avevano sofferto molto, che non erano morti torturati.
Sono 15 anni che sono morti. Quell’anno nacquero dei bambini. Adesso hanno 15 anni; anzi alcuni festeggeranno proprio l’11 luglio il loro quindicesimo compleanno.
Non farò mai e in nessun modo niente che possa mettere a repentaglio il futuro di questi bambini. Non ci penso nemmeno, anzi confidiamo in Dio che questo non debba accadere mai più a nessuno. Solo ricordati, Amico, che non c’è amnistia. Per i boia non ci deve essere amnistia.

Come accaduto già molte volte, anche ieri i giornalisti mi chiesero quale sarebbe il mio messaggio per le future generazioni. Io gli avevo raccontato come dopo Dayton passavo in macchina attraverso la Bosnia orientale cercando le tracce di persone scomparse, assassinate. Sapevo che vicino a Konjević Polje, Nova Kasaba, Glogova sulla strada per Srebrenica, ci sono le fosse comuni, che i prati ne sono pieni. Anche quando attraversavo questi luoghi nei giorni quando tutto fioriva, quando tutto sbocciava, io non ero in grado di vedere quella bellezza. Io vedevo solo le fosse che nascondevano quei prati. Sotto i fiori giacevano i nostri padri, fratelli, figli. Le loro ossa. Viaggiando attraverso i luoghi abitati dai serbi, li guardavo dalla finestra e pensavo: chi di loro è un assassino? Chi è un assassino?
Per anni non pensavo, non vedevo altro. Per anni interi. Poi, un giorno, sul prato che avevo sentito nascondere una fossa comune, vidi giocare una bambina. Avrà avuto 5, 6 anni. L’età di mia figlia. Sapevo che lì abitavano i serbi. Lei correva sul prato. Senti pervadermi un miscuglio di emozioni: tristezza, dolore, odio.
Poi un pensiero mi passò per la mente: quali colpe ha questa bambina? Lei non intuisce nemmeno cosa nasconde il prato, cosa si cela sotto i fiori. Provai pietà per quella povera bambina così somigliante a mia figlia. Potrebbero giocare insieme sul prato – pensai. Desiderai che quella bambina e mia figlia non debbano mai vivere quello che abbiamo vissuto noi. Mai. Loro meritano un futuro migliore. Questo dissi ai giornalisti di Belgrado.
(Hasan Nuhanović sul settimanale bosniaco Dani, 18 giugno 2010)

Legge Anita
“Nella mia testa non riesco ad accettare la guerra come l’unica soluzione, non posso costringermi ad odiare, non posso credere che le armi, i massacri, la vendetta, l’odio, l’accumularsi di malvagità possano mai risolvere alcunché.… mi dispiace, la mia scala di valori è un’altra. Per me ci sono sempre stati e sempre ci saranno soltanto esseri umani, singoli individui, e io mi rifiuto di applicare a questi individui qualsiasi tipo di generalizzazione, anche ora che siamo travolti da un immenso cataclisma. Io, purtroppo, non sarò mai capace di odiare i serbi e neppure di capire che cosa questo in realtà significhi… Ho recitato in queste ultime rappresentazioni a Belgrado per tutti quei disperati che non sono serbi, ma esseri umani, esseri umani come me, esseri umani disgustati da questa orribile granguignolesca farsa in cui volano teste mozzate”.
(Slavenka Drakulic, Balkan Express, 1993)

Legge Francesco
Svetlana Broz ha raccolto centinaia di testimonianze di persone che hanno ricevuto o dato aiuto a persone di altre etnie durante la guerra in Bosnia Erzegovina. Parlando con degli studenti italiani di Scienza della Formazione li invita ad avere “coraggio civile”:

“Esistono molte definizioni del coraggio civile: io ve ne darò una. Si tratta di avere il coraggio di contrastare un’autorità negativa.
Non so se come studenti della vostra facoltà avete mai sentito queste parole di Hannah Arendt: ‘L’uomo può sempre dire no o sì. E’ una frase molto semplice ma dice tutto: dice come si può contrastare un’autorità negativa. E senza questa coscienza non potremo mai sapere che noi, come uomini, abbiamo la possibilità di scegliere. Se voi, come studenti, non riflettete su questo argomento, sarà molto più difficile un giorno, quando sarete nel mondo del lavoro, ribellarvi a un’autorità negativa…
Proprio per questo, quando è iniziato il conflitto nei Balcani, ho deciso di andare dove c’era la guerra, per raccogliere le testimonianze delle persone che hanno avuto la forza di ribellarsi e di contrastare i meccanismi politici che c’erano allora. Ero cosciente che noi dovevamo fare di tutto per lasciare alle future generazioni delle testimonianze di quello che è successo. Il mio libro ne raccoglie molte. In tempo di guerra ci sono sempre delle situazioni in cui bisogna ribellarsi e contrastare il ‘male’, che è costituito non solo dai carri armati e dalle bombe, ma soprattutto dalla malvagità dell’uomo. In questa guerra ci sono state delle persone che hanno sacrificato la loro vita per aiutare chi era diverso. Quando voi, che vivete in Italia, in una società dove la guerra non c’è, leggete un libro come questo, dovreste chiedervi se voi avreste il coraggio civile di contrastare le ingiustizie, oppure se girereste la testa, facendo finta di niente.”
(Svetlana Broz, I giusti nel tempo del male. Testimonianze dal conflitto bosniaco)

Legge Anita
“…..Quello che possiamo fare oggi è di non permettere di rimuovere una guerra con un’altra, non concedere che sempre una nuova guerra stenda il velo su quella precedente, annulli e sospinga all’oblio i lutti, le sofferenze, i soprusi. Possiamo tenere vivo il dibattito sulle modalità, gli strumenti e gli artefici di quanto è avvenuto…..Possiamo, inoltre, contribuire alla diffusione della consapevolezza che la questione della responsabilità per i crimini di guerra e il genocidio non possa essere una questione affidata alla scelta di qualche governo balcanico, che può valutare di collaborare o meno con il Tribunale de L’Aja; la questione riguarda la maturità politica di questi popoli, ma anche di ogni uomo e donna che si considerano soggetti storici nell’Europa dei cittadini”.
(Melita Richter nell’Introduzione a Le guerre cominciano a primavera, 2003)

Null’altro da aggiungere.

monica azzurra  Monica Bauletti