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Fiera delle parole 2016 – Montegrotto Terme: un successo.

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Questa edizione “Termale” della Fiera delle parole – Associazione Cuore di carta – è un successo. Bruna Coscia ha superato se stessa.  I consensi e gli applausi sono più che meritati. Si percepisce tra il pubblico la gratitudine per l’opportunità di poter ascoltare e interagire con i protagonisti della cultura, dell’informazione e dello spettacolo. Ogni evento è spunto di riflessione. Ogni ospite porta un punto di vista alternativo e si sente forte il bisogno di conoscere in questo nostro momento storico carico di incertezze e anche di qualche timore.

L’affluenza di pubblico supera ogni aspettativa. Anche tra i presenti c’è meraviglia nel costatare di non essere soli.

Non è vero che viviamo l’era dell’ignoranza. Si sente forte il bisogno di capire e di conoscere. C’è sete di sapere.

Non è vero, come vorrebbe farci credere certa propaganda, che va diffondendo una mentalità di indifferenza e di chiusura, che apparteniamo all’era digitale, che la vita è diventata virtuale e si esiste solo sui social.

Il pubblico comprende tutte le fasce d’età e ci sono molti giovani. Lo staff del Comune di Montegrotto è molto attivo e si dà un gran daffare. L’organizzazione è ottima, coordinata dagli assessori e consiglieri gestita da volontari che non si risparmiano per poter offrire a tutti un servizio per tutti, ogni evento è gratuito, completamente gratuito.

Lo spettacolo comincia già nel vedere esaurirsi i posti a sedere mentre i visi dei presenti si accendono in sorrisi ritrovando amici e conoscenti, felici di condividere gli stessi interessi, gli stessi valori e gli stessi gusti. Anche questi sono momenti di comunione, di aggregazione e di scambio. L’armonia è d’obbligo, la cortesia è doverosa, il rispetto è spontaneo.

E non manca mai il momento musicale offerto dal vivo da Giuseppe Lopizzo, Simone Bortolami e Davide Antonio Pio, molto apprezzati che con la loro versatilità riescono a incontrare i gusti del pubblico intrattenendolo e coinvolgendolo durante le loro performance.

L’evento che, nella prima settimana della kermesse, ha battuto il record di presenze è con Mauro Corona, più di 1500 presenze. Nei primi dodici giorni di Fiera si sono registrati diecimila spettatori.  Ma abbiamo ancora due settimane di eventi e molti ospiti illustri da incontrare. Le somme si tirano alla fine, e tutto fa presagire un bilancio più che attivo. sono moltele famiglie di Montegrotto e dintorni, che consultano giornalmente il programma e organizzano le proprie serate in funzione degli eventi offerti.

Venerdì 23 settembre, ore 21-21:30 è dunque la seata di Mauro Corona e il Palaberta si anima, una porzione di popolo è pronta ad accogliere un personaggio amato seppur discusso e tutti prendono posto educatamente, con la pazienza d’obbligo in ambienti letterari. Le sedie in platea non bastano, rimangono solo posti in piedi, ma le tribune sono generose e, seppur piene, assicurano un posto a sedere anche ai ritardatari.

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Questa sera l’applauso di benvenuto parte all’apparire dell’ospite nello specchio della porta d’ingresso. Non ha bisogno di presentazione, è conosciuto da tutti, inconfondibile con la sua canotta e bandana, chi altro potrebbe presentarsi a un evento in abbigliamento così “casual”? un’espressività tutta personale fuori dai rigori. È il primo dei messaggi che Mauro Corona lancia a chi lo guarda: io sono così, posso piacerti oppure no, puoi criticarmi o ammirarmi, io resto io e non cambio per accattivarmi simpatie o rispetto, rispettatemi e amatimi per le mie debolezze, mancanze e per la mia “ignoranza”.
Quest’uomo disarmato è disarmante. Non fa mistero di sé e delle sue intenzioni. A un salone del libro disse, testuali parole: “non importa se non leggete i miei libri quello che conta e che li compriate perché è così che faccio studiare i miei figli”. Lui ci campa con la scrittura e mantiene la sua famiglia e lo dice. È un creativo e come tale la sua sensibilità è amplificata, i ricettori di emozioni sono a fior di pelle e le prsone come lui provano gioie e dolori elevati alla massima potenza. Questa dote non è concessa a tutti e per certi versi può diventare una condanna. Bisogna passare per terribili sofferenze prima di trovare un equilibrio, sempre ammesso che un equilibrio sia raggiungibile. Sono tanti i nomi nell’ambiente letterario che non sono morti di morte naturale. Persone fragili con una spinta vitale incredibile, che tuttavia sembrano accompagnate nel loro cammino dalla presenza costante della morte.
Si spaccia per un ignorante, ma cita Macedonio Fernández, Jorge Luis Borges, Carlo Sgorlon, filosofi e poeti che non si studiano a scuola anche se hanno lasciato tracce e contributi importanti alla cultura e alla civiltà moderna, lui, con tutta la semplicità che gli è propria ammonisce Claudio Magris, che è già di suo un umile.
Insomma Mauro Corona che gira per le piazze allo scopo di vendere i suoi libri lascia la scia di una speranza che come la traccia del passaggio di una lumaca, riflette il suo tortuoso percorso, fatto di paure, sofferenze e vuoti esistenziali, contro i quali ha lottato e ha superato con la forza della volontà di vivere che è insito in ogni essere vivente. Il suo messaggio è questo. Ci sono e ci saranno sempre momenti bui nella vita di tutti, com’è vero che arriva sempre la notte dopo il giorno, ma bisogna lasciare che il buio passi, che la notte liberi le sue ombre perché è altrettanto vero che la luce ritorna come ritornano le albe ad annunciare il nuovo sole.
“io quello che voglio dire è che spero che tra voi ci sia qualcuno che pensa che può farcela se ce l’ha fatta un coglione come me”.

M.B.

Wanted Benjamín Mendoza y Amor – Sergio Campailla – Gli specchi Marsilio

 

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Benjamín Mendoza y Amor è la biografia del pittore che ha cercato di ammazzare il papa.

Il fatto risale al 27 novembre 1970, in occasione del viaggio nel Sud-est asiatico di Papa Paolo VI nella capitale delle Filippine, Manila.

Un libro che ho letto con interesse e che avvince passo passo. È come un cerchio che trova la sua perfezione nel ricongiungimento dei due punti: primo e ultimo.

È la vita di Benjamín Mendoza y Amor, pittore sconosciuto a molti e rinnegato da chi poteva lodarne i meriti. L’autore Sergio Campailla è riuscito a ricostruirne la biografia seguendo le tracce dei suoi numerosi viaggi intorno al mondo, tracce che per assurdo si perdono proprio quando, alla fine dei suoi giorni, Benjamín si ferma. Con questa biografia l’autore ci presenta un artista animato da una geniale follia, malato dell’amore del vivere, o del vivere l’amore. “y Amor”.

Una vita dissoluta e una vita sfortunata?

Oppure semplicemente una vita voluta e cercata?

È stata una vita strana quella che troviamo descritta in questo libro. A tratti affascinante, avventurosa, sregolata e portata all’estremo con atti incomprensibili dettati da quale ispirazione?, che cosa cercava realmente di dimostrare con la messa in scena dell’attentato al Papa? “Ho voluto liberare l’umanità dalla superstizione”, la sua dichiarazione di colpevolezza. Un gesto simbolico pure questo, non poteva davvero pensare che bastasse uccidere il Papa per estirpare la superstizione, (morto un Papa se ne fa un altro). Ogni opera che l’autore ci presenta e interpreta per noi è carica di simboli. Mendoza sintetizza messaggi con disegni che lasciano sgomenti, ma i messaggi che attraversavano la mente del pittore vengnivano attinti da una memoria di vita vissuta con consapevolezza, dall’inconsapevole memoria di un’infanzia difficile e cupa oppure dalla memoria universale che apre le sue porte alle menti creative? Io credo da tutte e tre.

Albert Einstein disse: “Un essere umano è la parte di un tutto che noi chiamiamo Universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Ha esperienza di sé, dei suoi pensieri e sentimenti, come fosse separato dal resto, una sorta di illusione ottica della sua coscienza. Questa illusione è per noi come
una prigione, che ci limita ai nostri desideri personali e all’affetto per poche persone che ci sono vicine. Il nostro compito deve essere liberarci da questa prigione, ampliando la nostra cerchia di compassione per includere ogni creatura vivente e l’intera natura nella sua bellezza”.

 Ecco, sembra proprio che Benjamín Mendoza cerchi di adempiere al “compito  di  liberarsi da questa prigione… per includere ogni creatura vivente e l’intera natura nella sua bellezza”. y Amor.

 Il racconto inizia con il casuale ritrovamento di uno “scrigno di tesori”, una valigia dimenticata in un garage romano contenente una raccolta di documenti e disegni abbandonati dall’autore in fuga e destinati alla distruzione. Una quantità di disegni fortunatamente ritrovati da occhio sensibile che ha fiutato un possibile interesse artistico e che invita l’autore ad esaminarne alcuni.

La prima volta che ho visto un suo disegno, ho provato subito curiosità per quella mano che, con tratti essenziali ed efficaci, esprimeva una realtà insieme lucida e visionaria”.

tratti essenziali ed efficaci…, …una realtà insieme lucida e visionaria…

Queste le colonne che sorreggono l’esistenza del pittore Benjamín. La capacità del tratto, la dote del disegnare, la connessione diretta della mano con la mente, anzi delle due mani in quanto l’artista usa la destra e la sinistra con indifferente disinvoltura, quindi una dote che raddoppia, e la sua personale visione del mondo e della realtà.

Una vita triste nel suo epilogo, un’esistenza tormentata da un destino che l’ha voluto figlio incompreso e artista, ammirato e indesiderato, in un mondo che non ha saputo vedere la perla dentro la conchiglia e ha lasciato scivolare un tesoro sotto lo strato di ignoranza che domina la società del consumismo.

Si è spento così, in solitudine e in povertà, e sarebbe svanita nel nulla la sua memoria se Sergio Campailla non avesse colto il messaggio di quel tratto particolare e non avesse voluto capire qualerealtà insieme lucida e visionaria” consegnava alla memoria universale Benjamí Mensoza y Amor.

E i disegni e le poesie che cosa sono se non lettere d’amore che cercano un destinatario?”

Monica Bauletti

 

Parole d’Autore – Fiera delle parole

prigionieri dell'islam

Venerdì 8 luglio 2016, ore 21:00 Piazza Primo Maggio, Montegrotto Terme (PD)

Lilli Gruber presenta il suo ultimo libro -Prigionieri dell’islam-  edito da Rizzoli.

È una serata gradevole, il caldo del giorno si è attenuato appena il sole è sceso dietro il profilo dei colli euganei che allungano su tutta la cittadina padovana un’ombra ristoratrice. A completare l’effetto rinfrescante non è arrivata la brezza serale tiepida e gentile, così le numerosissime signore presenti estraggono i ventagli o, chi ne è sprovvista, improvvisa alla meglio con i pieghevoli del programma distribuiti dagli organizzatori.

La platea allestita nella piazza davanti al palco adiacente ai giardini si riempie in fretta e anche i posti in piedi non bastano più, ma si sente bene anche dalle panchine lungo il sentiero dei giardinetti dietro il palco e la gente si accalca anche lì. Si scoprirà il giorno dopo che più di 1500 persone hanno voluto ascoltare la giornalista invitata da Bruna Coscia per aprire il programma Voci d’Autore che ospiterà, nelle successive due tappe, Mario Corona e Valerio Massimo Manfredi.

Ad accogliere il pubblico che s’ingrossa sempre più c’è Giuseppe Lopizzo, (Vocal Coach, l’unico insegnante di canto italiano associato a Brett Manning) che intrattiene il pubblico con la sua bellissima voce aspettando l’arrivo di Lilli Gruber, protagonista della serata.

I totem triangolari collocati ai lati del palco e in altri punti strategici della piazza vantano con orgoglio gli ospiti dell’evento “Parole d’Autore”. Parole d’Autore è solo un assaggio di ciò che potremo gustare a Ottobre, sempre a Montegrotto Terme, in occasione della grande kermesse che è la Fiera delle Parole, un evento collaudato che è giunto alla sua X edizione. Le prime quattro edizioni si sono svolte a Rovigo. Dal 2011 al 2015 la fiera delle parole ha traslocato a Padova e finalmente nel 2016 approda a Montegrotto Terme e speriamo che getti l’ancora e non salpi più.” Alcuni ospiti, amici storici dell’evento hanno già aderito anche all’edizione termale dell’evento e non mancheranno volti nuovi e sorprese”, garantisce Bruna Coscia, la “patron” dell’evento. Ma questa avventura la vivremo a ottobre adesso è il momento dedicato a Lilli Gruber.

L’interesse per la giornalista televisiva è evidente, al suo ingresso l’applauso è caloroso. Lilli Gruber ha lavorato per il TGR, il TG2 e il TG1 e più volte si è trovata là dove la storia cambiava il volto al futuro, per testimoniare come inviata producendo servizi per la RAI. Uno tra i servizi, forse, più rischiosi e che probabilmente ha cambiato anche i suo personale futuro è stato quello come inviata RAI, corrispondente durante la guerra in Iraq, da questa esperienza nasce il suo primo libro – I miei giorni a Bagdad-.

A introdurre e a moderare più che intervistare l’ospite è il giornalista Rai Stefano Edel.

Queste le prime battute tra il, e la, giornalista (l’intera intervista potete ascoltarla cliccando qui)

  • Stefano Edel: Prigionieri dell’islam, ma chi sono i prigionieri dell’Islam e perché prigionieri
  • Lilli Gruber: Siano “noi”, occidentali, che troppo spesso siamo prigionieri della nostra ignoranza e dei nostri pregiudizi e quindi poco conosciamo i musulmani che vivono a casa nostra. E prigionieri sono purtroppo troppo spesso “loro”, invece, di una interpretazione molto retrograda e molto oscurantista del loro testo sacro che è il corano e questo fa male a entrambi, fa male a noi e fa male a loro perché l’islam è già tra noi ed è qui per retare non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa e quindi io penso che faremmo bene tutti ad attrezzarci un po’ meglio per riuscire a fare insieme un percorso di conoscenza e un percorso d’integrazione…”

In merito all’integrazione la Grubber si sofferma e marcatamente mette in risalto i “valori non negoziabili”.

  • … con questo libro cerco di fare un viaggio attraverso l’Islam italiano che prima avevo poco esplorato e sullo sfondo scorrono decenni di tragedie, guerre e conflitti mediorientali e dobbiamo sapere lì che cosa è successo e che cosa sta succedendo per capire anche come mai siamo arrivati ad oggi a vivere una situazione di profonda paura inquietudine preoccupazione. Abbiamo paura delle cose che non conosciamo e attraverso questo libro cerco di fornire qualche elemento di conoscenza in più per capire il mondo complesso in cui stiamo vivendo.
  • E.: Come si fa a disinnescare la bomba dell’odio?
  • G.: la stragrande maggioranza degli italiani non è mossa da nessun odio nei confronti degli stranieri, immigrati e nei confronti dei profughi. Ovunque sono andata ho incontrato uno stato che funziona sia nel ramo dei servizi segreti sia nelle forze dell’ordine nella marina militare c’è un’efficienza che nessuno si aspetterebbe e poi la così detta gente che è molto solidale e molto disponibile. Una regione come la Sicilia che deve far fronte da anni a decine di migliaia di migranti che approdano sulle loro coste, cambia l’equilibro demografico di una società e di una popolazione eppure hanno sempre mantenuto un equilibrio e hanno sempre mantenuto una mano tesa…Il rischio di avere fratture violente tra la nostra società e loro, i migranti che arrivano, possiamo solo conoscerci meglio. Non dobbiamo credere a quello che ci dicono molti politici, io credo che una parte della politica che vi propone una soluzione pragmatica e realistica a un problema così complesso come quello delle immigrazioni è una politica credibile tutto il resto è fuffa alla quale non bisogna credere perché non è vero che possiamo fermarli in mezzo al mare perché l’unico modo per fermarli è affondarli… in questo libro non troverete niente di buonista, perché io penso che la politica che ci governa abbia il dovere di trovare delle soluzioni a delle questioni complicate, sono pagati per questo… (il seguito dell’intervista lo puoi ascoltare qui)

 

Nel libro Prigionieri dell’Islam, la Gruber propone diverse interviste fatte ai capi che rivestono incarichi al vertici del potere, dei servizi di intelligence, della polizia, e a Imam in Italia. Ricostruisce, attraverso tappe storiche, conflitti e ingerenze internazionali, il percorso che ha portato alla nascita di molti gruppi terroristici, ultimo e fra tutti quello che attualmente spaventa solo a pronunciarlo l’Isis.

 L’argomento è importante, bisogna parlarne e bisogna leggerne.

Bisogna sentire tutti i battiti della campana per poter avere una visione armonica e completa della situazione che minaccia la sicurezza mondiale. Questo libro è un buon strumento per iniziare a capire. La scrittrice presenta fatti e conseguenze con estrema obiettività, ci passa informazioni di prima mano con la trascrizione di domande e risposte che lei stessa a posto a persone di spicco nel panorama politico internazionale lasciando spazio alla libera interpretazione del lettore.

“Guardo fuori dal finestrino vedo il mare che custodisce i suoi cadaveri. E penso alla domanda ricordata da Francesco nella sua preghiera a Lampedusa, tanti mesi fa. “Dov’è tuo fratello?” Secondo la Bibbia, lo chiese Dio a Caino. E dobbiamo chiedercelo anche noi, per ogni nuovo giorno che comincia sulla terra. E sul mare.”-Prigionieri dell’Islam –

8lugliolilli

 

M.B.

Favole del morire di Giulio Mozzi

“Credete di muovervi, e siete incatenati al centro del circolo che perpetuamente, ma non perpetuamente, percorrete.”

favole del morireeFavole del morire di Giulio Mozzi Prezzo di copertina € 14,00 2015, 155 p. Laurana Editore- collana Rimmel narrativa italiana

≈≈≈≈

Non so perché ho voluto leggere questo libro. Per curiosità? Sì. Per curiosità. E la mia curiosità è stata soddisfatta. Ho trovato questo un testo davvero originale -per lo meno in base alla mia esperienza di lettrice-, ma non poteva che essere così. Già dal titolo si può intuire che l’argomento non è usuale e nemmeno facile. Che un Vivo parli di morte e ne voglia raccontare storie può indurre diffidenza. Lo scettico riterrà l’idea un atto di presunzione. C’è il rischio che un autore cada in ambienti mistici o che pecchi; proprio nel senso di peccare, di commettere eresia. Devo dire però, che Giulio Mozzi con queste favole è riuscito a sorvolare gli ostacoli della miscredenza e senza alcuna mistificazione (concedetemi il giochetto cacofonico, non ho resistito) ci consegna un’idea di fine e infinito senza venire risucchiato dal vortice di elucubrazione filosofiche che come una vite senza fine, a volte, trascina nei regni sconfinati dell’uovo e la gallina (di chi è nato prima, intendo). Ciò nonostante è proprio qui che mi porta l’autore: al senso di infinito (concreto) nel momento in cui tutto è finito (astratto). No, non è un gioco di parole, non ho invertito i termini, o forse sì?, ma è proprio giocando con le parole che Mozzi mi fa vivere l’avventura in un ipotetico aldilà dove la morte racconta. Inizio a leggere e mettendo in relazione i concetti opposti di “finito” e “infinito”, a un certo punto perdo la prospettiva. Cerco di seguire la “trama” e di immedesimarmi in qualcosa che non riesco a cogliere. L’abilità dell’autore viene fuori tutta nel riuscire a coinvolgermi, senza coinvolgermi, nel riuscire a incuriosirmi senza davvero capire che cosa leggo. È stata un’esperienza particolare, unica a suo modo, per certi versi anche simpatica. Sono molte le immagini che i testi proiettano nella mia mente e la lettura mi trascina dentro una stanza che non è una stanza, al buio che non è buio. Mi costringe a vedere cose che non sono cose. Mi alza e mi solleva fuori per mostrarmi ciò che da dentro non posso percepire. Se la prima parte mi ha lasciata sconcertata, mi ha tuttavia, preparata alla seconda parte che definirei affascinante. È stato emozionante ascoltare il brano a pagina 47: “Operetta di giugno” narrato, musicato e cantato:

Molto bello! Mentre ascolto immagino un teatro poco illuminato dove le voci del coro trascinano corpi sinuosi ed evanescenti. Ectoplasma rivestito da veli, fluttua sullo sfondo scenico, vuoto e nero, a volte lambendo il lettore puntato dall’occhio di bue al centro del palco,  che legge il brano e a mano a mano rimane vittima di ciò che legge. Un rito celebrato allo scopo di esorcizzare la morte? Chissà? I due brani finali mi sono piaciuti moltissimo: – Emilio delle tigri se n’è andato.Un dialogo tra finito e infinito, molto azzeccato, una riflessione sulle cause ed effetti.  Uno sguardo sul dopo dopo il Se. L’ultimo brano: – Novella col fantasma è la degna conclusione. Da questa lettura ne sono uscita col sorriso. Un sorriso scaramantico? No. Un sorriso sereno, di pace. Anche se l’idea che ciò che è destinato a finire (la vita conosciuta) possa diventare infinito (la morte assoluta) non è presentato con l’intento di terrorizzare. Voglio dire: anche se mi incute un certo smarrimento non sapere che cosa sarà di me quando di me non ci sarà più niente, non essere più quella che sono, sapermi dispersa in un cosmo conosciuto o sconosciuto, frammentata in tante particelle che portano il ricordo del mio pensiero o sapermi scollegata da un corpo fisico e libera di stare sola con la mia anima, alla fine non mi spaventa. Per così dire, leggere Favole del morire di Giulio Mozzi mi ha lasciato la serenità dell’accettazione di quel che sarà. Ci immaginiamo senza posa del morire e del nascere. Quali erano i tuoi pensieri nella pancia della madre? Quali sono ora i tuoi pensieri nella pancia dei batteri? C’è un pensiero, una scintilla di pensiero, che vaga di corpo in corpo, che si conservano di corpo in corpo?

Se penso al mio vivere come una cosa ferma, sono morto. Se penso al mio morire come a un movimento, sono vivo… Se il seme non muore, non può far vivere. Si può morire con ottimismo?

0c932d5777f56a089aadb5621d892759 Monica Bauletti

Che cosa resta dell’amore

Che cosa resta dell'amore
Che cosa resta dell’amor
Che cosa resta dell’amore

di Rosita Romeo

Genere: Sentimenti

Dimensioni file: 1127 KB

Lunghezza stampa: 194

Editore: Libromania (3 dicembre 2014)

Che cosa resta dell’amore. Per chiunque abbia amato, non amato più e riamato ancora, questo tema non è sconosciuto.
La protagonista del romanzo dopo un evento imprevisto che la travolge demolendo ogni ragionevole resistenza, si trova risucchiata nel gorgo senza fine dei perché? Perché è successo? Perché ho lasciato che succedesse? Perché a me? Perché ora? Perché…? Perché..? Perché?
L’autrice Rosita Romeo con questo romanzo segue i tortuosi sentieri dei sentimenti alla ricerca di un ingrediente che spieghi quale reazione chimica trasforma l’indifferenza in attrazione fatale, o quale chiave apra il cuore al mistero dell’amore. I percorsi si complicano sempre quando la ragione interviene a spiegare le emozioni, quando la mente pretende il sopravvento sul cuore. La natura ci insegna che i due sistemi nervosi sono indipendenti, ma allora quale dei due va seguito? Quando si deve seguire uno piuttosto che l’altro? Una risposta universale non esiste altrimenti “che cosa resta dell’amore”?
La protagonista del romanzo rischia di perdere la felicità perseguendo il ragionamento. Tuttavia è solo col ragionamento che si sconfigge la sofferenza. Allora, come si dosano gli ingredienti?
Potrà mai tradursi in una formula ciò che è condizionato da innumerevoli variabili?
Dal romanzo emerge una risposta, ma solo chi saprà leggere con attenzione senza pregiudizi, potrà coglierla.
Buona lettura.

24live : “sulla Rivista “Terzo Millennio” fondata da Carmelo Aliberti, un racconto di Monica Bauletti”

Su 24live parlano dei miei romanzi:

“La Rivista ospita anche un racconto inedito “Tu non mi ami” della scrittrice padovana Monica Bauletti che ,con i suoi due romanzi ”ATTACCO AGLI ILLUMINATI

ATTACCO AGLI ILLUMINATI UN INTRIGO INTERNAZIONALE ESPLOSIVO
ATTACCO AGLI ILLUMINATI
UN INTRIGO INTERNAZIONALE ESPLOSIVO

e “L’amica più preziosa

L'amica più preziosa ragione e sentimento in una storia di amicizia tra donne
L’amica più preziosa
ragione e sentimento in una storia di amicizia tra donne

entrambi editi da Libromania, rappresenta la vera rivelazione di scrittrice, in questi anni di stagnante letteratura, perché riesce a descrivere con spirito di rinnovamento le tematiche di coraggiosa captazione, come la scalata al potere universale assoluto delle 13 famiglie più ricche del mondo, mediante l’accumulo di tutta la ricchezza del mondo, con mezzi crudeli, disumani, tra i quali i genocidi. Di contro la lotta dell’amore, interpretata dalla giovane ricercatrice Maggy, dotata di una rara e ingenua purezza, nonostante le notevoli difficoltà che la sospingono inconsapevolmente verso la trappola (miracolosamente scongiurata) della morte brutale, preparata ciecamente dal padre capo degli “Illuminati”. La tecnica narrativa è agile e consente trapassi immediati da una sequenza fotogrammatica all’altra con nitida velocità da “suspence”, pilotata con misurata simmetria. Nel secondo volume, il primo scritto, il filo conduttore è il sentimento dell’amicizia, che, dopo tante difficoltà, compresa la malattia, riesce ad illuminare di nuova luce la vita. Nel racconto citato, la Bauletti dipana la soluzione di un amore, mediante un razionale dialogo della donna che, alla fine rivela la superficialità del suo rapporto, fondato esclusivamente sulla sessualità forsennata. Emerge la rara capacità del dialogo asciutto, senza legamenti narrativi, ma fluente solo sulla domanda e risposta, senza orpelli distraenti, un dialogo di rifrazione moraviana.

3°m Terzo Millennio - Rivista Letteraria no profit - Registrazione Tribunale di Barcellona P.G. (Me) - n° 70/2009 del 01-6-2009

Su 24live di oggi per la RUBRIUCA: Cultura è stato pubblicato un articolo sulla rivista Terzo Millennio di dicembre 2014

http://www.24live.it/91792-in-uscita-un-altro-numero-della-rivista-terzo-millennio-fondata-dal-poeta-aliberti

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È uscito il numero di Dicembre 2014 della Rivista Internazionale di Letteratura e di Varia Cultura, diretta dal nuovo direttore Prof. Antonino Motta, giornalista professionista dal 1992, redattore di un quotidiano del Gruppo Repubblica.

Il fascicolo di 150 pp. ospita due introduzioni del prof. Jean Igor Ghidina (Università Blaise Pascal-Francia) su due recenti saggi di Carmelo Aliberti su “LA POESIA DI BARTOLO CATTAFI tra strazio terrestre e ansia metafisica” e ” FULVIO TOMIZZA E LA FRONTIERA DELL’ANIMA”, due dei più grandi autori del Secondo Novecento, presentati in Sicilia per invito del Comuni di Rodì Milici e Barcellona P.G., città natale del grande poeta nel 35° anniversario della scomparsa.

Altro importante contributo critico al ricordo di Cattafi è dato dalla giornalista e scrittrice Cristina Saja, che delinea un profilo…

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RECENSIONE: la ferocia di Nicola Lagioia

logo_einaudila ferociaNicola Lagioia La ferocia

2014 – Supercoralli pp. 418 € 19,50  anche in eBook € 8,99 ISBN 9788806214562

Una giovane donna, un fratello disturbato, una famiglia potente, una società malsana, una regione traviata: L’Italia.

Questo romanzo è uno zoom sulle vite di due giovani ragazzi, fratello e sorella, cresciuti uniti nell’ingenuità della fanciullezza e disgiunti, nella maturità, dal potere malato di un ceto sociale che non gli apparteneva e al quale, loro malgrado, si trovano a farne parte.

La trama si sviluppa arrampicandosi sulla catena di sequenze che, come anelli legati tra loro, si susseguono partendo dall’immagine iniziale dove è descritta la morte della protagonista: Clara. La prima scena è carica di atmosfera che attenua la drammaticità dell’evento attutendo lo schianto che produrrà nelle vite di chi le sopravvive. L’ambiguità della morte di Clara costituisce un ottimo perno su cui s’ innesca la successione degli interventi di un cast corale che traccia pennellate sparse sulla tela che rivelerà l’immagine totale solo alla fine. Un quadro sul quale goccia dall’alto il noire di poteri costituiti diffondendosi a macchiare di ombre il paesaggio luminoso e carico di colori sgargianti della Puglia, regione gemella, figlia d’Italia, dove una generosa natura ha sfogato sapori forti e dove la mano famelica dell’uomo devasta.

Il personaggio che più ho apprezzato è Michele, il fratello a metà, che subisce le sottili angherie di una matrigna rancorosa,  ferita da un tradimento e che imprime alla vita famigliare l’aridità tipica delle esistenze vuote e votate al potere economico e sociale. Michele elabora il suo disagio nell’evoluzione della crescita: inconsciamente da bambino poi adolescente ribelle, confuso nella prima giovinezza e finalmente consapevole nell’età matura quando, in piena lucidità darà sfogo, nell’atto finale, all’istinto autodistruttivo che ha prodotto la crescita sofferta.

La morte di Clara scatenerà in tutti i personaggi un disagio carico di rimorsi e pentimenti nonché paure di scandali assopiti nelle singole vite e assorbiti dal quotidiano, ma liberati dalla scomparsa di chi teneva chiusa la porta del covo di una nidiata di pipistrelli notturni inferociti.

Questo romanzo è il racconto di uno schianto che libera la ferocia.

Monica Bauletti.