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Didone, amica mia.

didone abbandonata

 

Sulla veranda invasa dal sole, la sedia a dondolo aspetta l’ospite. Il sole al crepuscolo non brucia più e trasforma in oro ogni cosa. È l’ora in cui il giorno muore portando con sé fatiche e doveri. Puntuale Agata arriva, si adagia piano e asseconda il dondolio che culla il piacere del riposo.

Un sollievo le gonfia l’esile petto. È questo il momento solo suo, sulle ginocchia tiene un libro importante. Prima di correggere gli occhiali sul naso distrae lo sguardo all’orizzonte dove vanno a dormire mille e più fenicotteri rosa. Lo spettacolo che la natura le offre, nell’ora serale, ben concilia la lettura. Per nulla al mondo permetterà mai alla vita di rubarle quel momento di solitudine.

Le letture, mai casuali, la guidano nel limbo che connette i suoi sensi, e le antiche eroine le parlano.

Agata legge seguendone la scia discreta e cortese lasciata dal passaggio, ne insegue il profumo, coglie i sorrisi, le emozioni, le paure e le gioie. Calpesta le impronte rosa sulla trama storica zampettando tra le pennellate sparse da pittori distratti, come pietre colorate su torrenti a tratti impetuosi e poi placidi.

Didone l’aspetta sul ciglio del tempo. Agata aggiusta gli occhiali, ma non legge, appoggia la testa allo schienale imbottito e chiude gli occhi, la mano accarezza lenta l’Eneide che giace paziente sul grembo, il segnalibro di seta viola apre al libro IV.

“Didone, amica mia, come stai?”

“Sto qui, sospinta dal vento di qua, di là, di giù, di sù, dove m’incontrò Dante nel suo peregrinare e dove il mio peccato mi ha condotta. Ma quale fu la mia vera colpa? Ché se amare è davvero peccato, allora sarò mille e mille volte colpevole ancora. La vita mi ha donato gioie la cui grandezza misurò sui dolori inferti. Tanto fui felice e tanto patii. M’innamorai, fanciulla, di un grande uomo. Sicheo era il sacerdote di Eracle, ricco e potente. Da lui appresi la saggezza, e con lui divenni donna. Il mio amore era smisurato, mi votai a lui totalmente tanto era l’ammirazione che ho provato verso la sua persona.

Sono stata una fanciulla felice[1].

Dopo la morte di mio padre, mio fratello Pigmaglione ereditò il trono, ma temendo l’ombra del potere di mio marito e per impossessarsi di tutte le sue ricchezze, lo attirò in un tranello e lo uccise.

Il mio dolore fu immenso, la spada che trafisse il cuore del mio amato, lacerò anche il mio. Piansi e piansi sul suo cadavere e poi sulla sua tomba, ignara che la mano assassina era la mano che consideravo amica e a me tanto famigliare. Ma non fui mai sola. Sicheo non mi abbandonò mai, fu sempre accanto a me, mi parlava e mi consolava. Quando una notte apparendomi in sogno, come suo solito, mi svelò il segreto della sua morte e mi esortò a lasciare Tiro e a cercare una nuova terra. Quindi decisi di andare lontano. Riuscii a sottrarre a mio fratello le ricchezze che aveva rubato, le feci caricare su delle navi e salpai portando con me mia sorella Anna e uno stuolo di nobili e cittadini a me fedeli. Le navi fecero una prima tappa all’isola di Cipro. Qui i Fenici rapirono ottanta fanciulle da portare con come spose e proseguimmo verso occidente. Dopo molte peripezie, nell’anno 813 aC, sbarcammo in Africa.

Fu allora che lasciai Elissa e divenni Didone, cioè Colei che vaga….

Vidi un tranquillo e solitario porto naturale e ordinai alle navi di attraccare. Il capo della popolazione indigena, i Libici, che si chiamava Jarba, si presentò per chiedere che intenzioni avessi.

Jarba da subito manifestò interesse per la mia persona, ma la mia devozione a Sicheo era rimasta immutata. Lui era sempre con me. Mi appariva in sogno per consigliarmi e mettermi in guardia dalle insidie che il mondo nascondeva. Tuttavia stetti al gioco. Il capo degli indigeni che ci aveva accolti era uomo potente e desideroso di prendersi gioco di me. Ai suoi occhi apparivo come una donna sciocca, stanca e disperata che affronta i rischi del mare con una flotta di uomini e donne in cerca di terra dove mettere radici. Ingenua e inconsapevole di andare incontro a morte certa. Ero nelle sue mani, lui pensava. Quindi, come fa il gatto che stuzzica il topo morente, anche Jarba giocava con me ritenendomi ormai vinta. Già mi immaginava nel suo letto, bramava di possedermi soggiogata dal di lui potere e forse meditava di abbandonarmi una volta sazio. Quindi non si sottrasse al gioco quando gli dissi:

‘Vorrei comperare della terra – Lo sguardo malizioso e divertito tradiva i suoi pensieri e i piani notturni, ma io incalzai alimentando la sicurezza che ostentava con tutta la sua persona,- quanta ce ne sta sotto una pelle di bue distesa.’

Pattuimmo un prezzo e il capo accettò. Allora feci scuoiare un grosso bue, feci tagliare la pelle a striscioline sottilissime, ne feci una matassa e con questo filo circondammo una collina. Questa fu l’acropoli di Qart-Hacht, cioè Cartagine. Cartagine divenne in breve tempo potente, fiorente di commerci, ricca di belle costruzioni. I buoni rapporti con i Libici favorirono le attività nella nuova colonia fenicia. Io divenni la regina Didone, molto amata dai sudditi perché governavo con saggezza. Si erano già formate molte nuove famiglie fra i fenici e le donne rapite a Cipro. Invece io non desideravo nuove nozze. Ero fedele al ricordo del mio sposo morto, in suo spirito era sempre con me e non mi abbandonava un momento.  Accadde però un fatto che cambiò il destino mio. Jarba, il re dei Libici, mi propose di sposarlo. Forse fu amore, o ammirazione, o forse fu il desiderio di appropriarsi delle ricchezze e della potenza. Io lo rifiutai. Jarba insistette. Alle sue insistenze si unirono quelle dei sudditi che vedevano di buon occhio questa unione. Mi trovai costretta. Chiesi tre mesi di tempo per fare sacrifici in memoria di mio marito. Feci costruire una grande pira su cui sacrificai degli animali, poi alla fine, quando stava scadendo il tempo, salii sulla pira e mi trafissi con un pugnale”[2].

Questa è la mia vita, tramandata di bocca in bocca, come la scrisse Timeo, e Giuseppe Flavio e poi Giustino, ma il poeta Virgilio[3] cantò di me altre avventure, vicende nuove che portarono a Cartagine chi mi condannò all’inferno. Virgilio mi volle innamorata di Enea, sedotta e abbandonata. Ero una dea e mi rese mortale. Lui mi regalò una nuova gioia e una grande sofferenza e di me dipinse un’immagine di donna corrotta, tant’è che il poeta fiorentino mi vide nel secondo cerchio tra i peccatori, coloro che si macchiarono della colpa del suicidio, morti di morte violenta a causa dell’amore”.

“Cara amica mia, comprendo la tua indignazione. Tuttavia al poeta latino devi riconoscere il merito di aver resa famosa e ancora attuale la tua storia. È grazie alla drammaticità della tua morte, così come lui l’ha raccontata, che le tue gesta sono diventate famose e noi oggi sappiamo che la regina Didone ha fondato Cartagine. Attraverso il veicolo del romanzo, Virgilio ha raccontato la gioia dell’innamoramento e dei timori che accompagnano il sentimento che rende fragili e vulnerabili. Ha narrato il dramma di una donna sconvolta della passione e la disperazione per la perdita della felicità. Lui ha fatto di te un personaggio amato e compianto. Tu dici che ti ha resa mortale, ma non è così, in realtà ti ha resa immortale proprio perché capace dei sentimenti eterni. Sentimenti di donna, comuni a ogni donna a dispetto del tempo. Virgilio ha mostrato il lato umano della dea: una regina innamorata”.

“Dici bene: regina! Io sono stata una grande regina amata e rispettata dai miei sudditi per la mia integrità, per la mia dedizione e per essere stata fedele alla parola data, cosi come fui fedele al voto fatto sulle ceneri del mio amato marito che mai avrei tradito. E il tuo stimato Poeta mi rende una donnicciola frivola e superficiale che s’invaghisce e perde la testa per un avventuriero! Un uomo egocentrico e presuntuoso e che non capisce il valore del dono che gli dei gli concedono permettendogli di conquistare il mio cuore, e lo rifiuta pure! No, io ho saputo farmi beffe di capi potenti e ho tenuto a bada guerrieri a capo di regni sterminati e il tuo Poeta mi mette alla mercé di un presunto semidio senza patria né regno”.   

“Didone, la tua bellezza si esalta sorretta dall’indignazione che scaturisce da tutta la tua persona. Sei donna fiera e integerrima nel ruolo che ti sei scelta e che ha fatto di te la donna potente che fosti. Ma credimi se ti dico che la tua immagine a noi è arrivata integra, non viene scalfita dalla debolezza che ti rende umana, e completa la donna che sei. Nessuna donna avrebbe potuto restare indifferente alla magnificenza di un semidio, all’eloquenza e al fascino dell’avventuriero. Enea arrivò nella tua Cartagine come un vento impetuoso, mai freddo, ma travolgente. Il suo entusiasmo rapirebbe il cuore di qualsiasi donna, anche la più irremovibile. Le donne devono essere fiere delle loro debolezze perché è la parte debole a renderle uniche e migliori. Ma quanto è dolce lasciarsi rapire dai pensieri che sconvolgono l’anima e turbano i sensi? Virgilio ti ha resa protagonista delle fantasie intime di ogni donna. Interprete della favola.  

Enea con l’infelice Didone si prepara
a andare a caccia nei boschi, domani, non appena
il sole si alzerà rivelando il mondo coi raggi…;
bellissimo su tutti Enea s’offre di scorta
alla bianca Didone e unisce le due schiere…;
lui va per i gioghi del Cinto e raccoglie i capelli
fluenti adornandoli di flessibile fronda
e incoronandoli d’oro; i dardi gli suonano in spalla.
Non meno pronto e animoso veniva Enea, tanta
bellezza gli splendeva sul nobilissimo volto.

Intanto con un gran murmure il cielo si turba,
e arriva subito un nembo di pioggia mista a grandine:
spaventati i Fenici, i giovani troiani
e il dardanio nipote di Venere qua e là
si disperdono in cerca d’asilo per i campi;
impetuosi torrenti precipitano dai monti

Didone e Enea riparano in una stessa grotta.
Per prima la Terra e Giunone pronuba danno il segnale:
rifulsero lampi nell’aria a festeggiare l’unione,
e sulle cime dei monti ulularono le Ninfe.

“Virgilio è poeta fantasioso e assai romantico, ma un pochino distratto. Tu lo sai. Io non avrei mai potuto incontrare Enea, solo nel suo romanzo fu possibile ciò. Quando fondai Cartagine, delle ceneri di Troia non ne rimaneva nemmeno il ricordo. La citta di Troia aveva smesso di bruciare da oltre 300 anni quando io sbarcai in Libia, ma ai poeti sono concesse le licenze e i romanzi raccontano di eroi. E allora sia. Regaliamo il sogno.

“…ma una sera c’incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton
!”

(Come Pioveva Massimo Ranieri)

Monica Bauletti

[1] Questa è la storia secondo Timeo. Fu Timeo, storico greco del IV secolo a.C. a raccontarci di Didome, di lei parlò lo storico ebreo Giuseppe Flavio, del I secolo e Giustino, scrittore romano del II secolo, ma a fare della regina di Cartagine un mito fu Virgilio che della vita di Didone ne fece un romanzo, una commedia o meglio: un dramma.
[2] Didone fu venerata come dea dai Cartaginesi fino a che la città fu distrutta dai Romani.
[3] Virgilio si prende la licenza di modificarne il finale e la vuole innamorata di Enea, da lui sedotta e abbandonata. La sua è una licenza strategica che colloca Didone nei paressi della guerra di Troia (1250 a.C. o al 1194 a.C ) anticipando così di circa quattrocento anni la nascita di Cartagine (814 a.C.).