La fata Turchina

 

la fata turchina

 

L’ultima prova d’abito era stata qualche giorno prima, come pure l’ultimo cucchiaio di quello sciroppo schifoso che doveva saper di fragola, ma che di fragola non aveva nemmeno l’odore. Le capitava di ammalarsi sempre nei momenti peggiori: a Natale, oppure in vacanza. Il soggiorno al mare dell’ultima estate, l’aveva passato chiusa in camera con la febbre alta e la solita tonsillite. Guarì l’ultimo giorno, pronta per tornare a casa con mamma e papà. Il mare non l’aveva neanche visto. E adesso che mancavano pochi giorni alla festa di carnevale aveva le tonsille rosse e gonfie con il solito febbrone.

Seduta accanto al letto, a vegliare il sonno febbricitante, c’era la mamma che lavorava di taglio e cucito; stava preparando il vestitino per la festa di carnevale. Lo vedeva prendere forma tra le mani esperte, bellissimo e splendente con pizzi nastri e taffetà, ma chissà se sarebbe riuscita a metterlo. Che peccato però!

Il pezzo forte del costume era la parrucca, di colore turchino, con le trecce lunghissime e lei non vedeva l’ora di indossarla. La provava a ogni momento, spesso di nascosto:

“Lascia stare quella parrucca che la sgualcisci e poi va a finire che il giorno della festa è tutta sporca e spettinata”.

Il vestito che la mamma stava confezionando era a dir poco delizioso: azzurro con le finiture bianche e oro. E non mancava la mitica bacchetta magica tutta d’oro con una stellina in cima. Sarebbe stata una fata turchina come poche e il maestro le avrebbe fatto la foto.

“Se questo febbrone non passa mi sa che dovrò allungare l’abito. Ogni volta che ti ammali cresci qualche centimetro, avanti di questo passo diventerai un gigante”.

Invece no, era sempre la più piccola della classe.

Quando alla lezione di ginnastica il maestro metteva tutti i bambini in fila, in ordine di grandezza, lei si contendeva il primo posto con la compagna che misurava uguale, anche se sosteneva di essere un centimetro più alta. A lei non pesava essere la più bassa perché così era la prima della fila. Sempre meglio che essere l’ultima, no? Però certe volte avere una mezza spanna in più le sarebbe tornato utile, oppure, in alternativa, le sarebbe bastata una bacchetta magica, ma vera, una che le magie le facesse per davvero e non solo per finta come quella di carnevale. Che bello sarebbe stato poter diventare invisibile, oppure avere il potere di immobilizzare Renzo. Quel bambino prepotente se la prendeva sempre con lei, ma perché poi! Lei non gli aveva fatto niente, lo conosceva appena. Non si spiegava come mai lui si divertisse tanto a farle i dispetti. Che poi, se non le avesse fatto paura, sarebbero potuti essere amici. Ma quando la puntava con lo sguardo minaccioso lei sentiva che stava meditando qualche dispetto. Non bastava ignorarlo facendo finta di non averlo visto e neppure cambiare strada tenendo la testa bassa, non bastava fingere di leggere o di occuparsi di altre cose, non bastava fare dietro front come avendo dimenticato qualcosa, e non bastava nemmeno rifugiarsi in qualche negozio per chiedere informazioni su prodotti che non avrebbe mai comperato. Lui restava sempre lì, ad aspettare e poi la seguiva fino a quando non riusciva a mettere in atto i suoi cattivi propositi. In quei momenti le faceva davvero paura.

Ricordava molto bene quando Renzo aveva cominciato a perseguitarla. Una mattina, uscendo dalla chiesa dopo la preghiera mattutina, attraversando la piazzetta per entrare nel cortile della scuola, lui le si era parato davanti a bloccarle il passaggio, lei aveva cambiato percorso per passare oltre, ma lui di nuovo in mezzo a sbarrare la strada. Non aveva avuto il coraggio di chiedergli perché facesse così, però capiva che voleva attaccare briga. Non era possibile che lei potesse fronteggiarlo, piccina com’era, di fronte a lui misurava la metà. Non si sentiva in grado di fare a botte, in mezzo alla piazza poi!, si sarebbe vergognata da morire a rotolare per terra lottando con un ragazzo, lei che aveva il suo bel vestitino sotto il grembiule verde con il colletto di pizzo e il fiocco blu. Magari un paio di calci e spintoni a quel ragazzino prepotente glieli avrebbe anche dati se non avesse dovuto “tenersi pulita e in ordine almeno fino all’ora di pranzo”, come le raccomandava la mamma tutte le mattine durante il rituale-tortura dello chignon. La mamma non la lasciava uscire di casa fino a quando non erano stati catturati e imprigionati nell’elastico tutti i suoi ricciolini dorati. Però doveva ammettere che era uno spettacolo l’acconciatura che risultava a suon di colpi di spazzola, accompagnati dalla colonna sonora dei suoi strilli e pianti. Alla fine, quando il dolore passava, le pareva di avere la coroncina di principessa. I riccioli d’oro formavano una cipolla in cima alla testa, un piccolo fiocco completava l’opera.

Quel mattino che Renzo incominciò a provocarla non poteva reagire e rovinare tutto il lavoro di mamma, quindi aveva di nuovo evitato l’insolente attaccabrighe e si era messa a correre fino all’ingresso della scuola, lì c’era il bidello che le voleva bene e la difendeva sempre. Dopo quel primo episodio capitò spesso che Renzo la importunasse. A volte non era solo. E in compagnia di altri ragazzini, spesso più grandi, diventava anche più cattivo. Una volta l’aveva spinta e, cadendo, si era sbucciata le ginocchia, la cartella che teneva sulle spalle si era aperta seminando intorno libri, quaderni e l’astuccio con tutto il suo contenuto. Si era vergognata tantissimo, oltre al male anche l’imbarazzo. Renzo era andato via soddisfatto ridendo e urlando parolacce. Da allora aveva cercato in tutti i modi di evitarlo. Certe volte, sapendo che lui era nei paraggi, aspettava che arrivasse il papà a prenderla restando al sicuro all’interno del patronato o in biblioteca, sperando che non la cacciassero fuori per la chiusura, oppure si affiancava alle amichette accompagnate dalle loro mamme e faceva un pezzetto di strada con loro fino a quando si sentiva fuori pericolo, ma davvero fuori pericolo non si sentiva mai, non era mai sicura che Renzo fosse abbastanza lontano da non vederla. Certe volte le pareva di sentirlo arrivare da dietro le spalle invece poi, era un sollievo, accorgersi di essersi sbagliata. Tuttavia, pur sapendo che era sbagliato quello che lui faceva, credeva fosse normale e pensava pure di meritarselo, inoltre: trattandosi di cose da bambini, credeva di doversela sbrigare da sola e non ne aveva mai parlato con i grandi. Che poi quel bambino, un po’, le faceva pena e non riusciva a provare rabbia o rancore nei suoi confronti, solo paura. Le dispiaceva vederlo sempre rabbioso, pronto a litigare per fare soffrire e spaventare gli altri bambini. Lei amava giocare, ridere e fare tante cose in compagnia con tutti, non capiva l’astio che animava Renzo, non concepiva l’aggressività che lo portava a litigare e picchiare gli altri. Lei, quando bisticciava con la sorella o con le amichette, stava così male che subito dimenticava qualsiasi torto, perdonava se doveva, e tornava a giocare come se nulla fosse. Tutto passava in un baleno. Invece Renzo era in collera con il mondo intero sempre. Era come se lui uscisse da un mondo buio, fatto di violenza, dove nessuno sa che cosa sia l’amicizia.

Un giorno, e fu l’ultima volta che successe, in una strada poco frequentata fuori dal centro del paese, si trovò faccia a faccia con lui. Erano in bici. Come previsto lui le andò contro e la bloccò. Non aveva via di scampo, non le restava che affrontarlo. Lasciò cadere la bici e lo sfidò. Sembravano due galletti da combattimento in attesa della prima mossa. Aveva il cuore in gola, ma non abbassò lo sguardo, era decisa a non lasciarsi sopraffare e a difendersi come poteva. Da dove le venne la forza fu un mistero e così pure come fece a resistere agli attacchi di Renzo, ma nella lotta si ritrovarono dentro al fossato in secca e riuscì a farlo cadere e a metterlo a terra. Bastò. Fu forse la sorpresa per l’inaspettata reazione, tant’è che Renzo capì che lei non era più disposta a sopportare le sue angherie e che, anche da sola, sarebbe riuscita a difendersi. Da quel giorno non la importunò più.

Non seppe mai perché Renzo l’aveva presa di mira. Forse non lo sapeva nemmeno Renzo. Non furono mai amici. Le loro strade proseguirono in direzioni diverse; divennero grandi senza incrociarsi più.

La ragazza al mercatino del vintage vendeva cimeli. Tra le tante cose messe in vendita per sgomberare la casa ereditata dal padre: il maestro, c’era la scatola delle foto collezionate in tanti anni di insegnamento. C’era pure la sua foto vestita da fata turchina, con la parrucca, la bacchetta magica e il ricordo di un bambino al quale era stata rubata l’infanzia. Un bambino che non aveva imparato la gioia dell’amicizia. Chissà, forse se la bacchetta magica della Fata Turchina fosse stata davvero magica avrebbe potuto vedere dentro al cuore di Renzo. Avrebbe potuto liberarlo dalla rabbia e insegnargli che i bambini devono essere amici. Che è più bello voler bene.

Monica Bauletti

 

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Luna

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Da bambina facevo un sogno che annunciava il sopraggiungere della febbre. Era sempre lo stesso e ogni volta la paura mi impediva di vederne la fine, mi svegliavo e correvo nel lettone, in mezzo, tra mamma e papà. Mamma, con un bacio in fronte mi misurava la febbre, ma io, io questo questo l’ho capito solo quando divenni grandina. Da piccina credevo che il bacio servisse a cacciare i brutti sogni.
Sognavo che al crepuscolo, quando il cielo sfuma dal cobalto al blu di prussia e la luna trova il suo primo piano io mi attardavo a giocare nel cortile, che non c’era mai la voglia di rientrare. Alzavo gli occhi al cielo e vedevo la luna diventare sempre più grande e grande e grande. Io restavo paralizzata a osservare questa enorme palla luminosa gonfiarsi mentre si avvicinava e scendeva viaggiando verso di me adagiata su un nido volante fatto di rami intrecciati e paglia. Quando la luna arrivava a pochi passi da me mi svegliavo tutta sudata e correvo dalla mamma in cerca del bacio salvifico. Non ho mai finito questo sogno, non ne ho mai capito il significato, mai fino a oggi. Oggi ho scoperto che c’è un passaggio nel Nuovo Testamento, nell’Apocalisse, dove Giovanni descrive la venuta di “una donna vestita di sole, con la luna ai sui piedi e 12 stelle in testa”. E una certa corrente predice che questo passaggio sta a significare l’ascesa in cielo dei giusti guidati dalla signora di sole sulla luna, e la condanna dei cattivi che resteranno sulla terra in preda all’anticriso.

Questo evento è previsto per il prossimo 23 settembre: “La teoria è nota con il nome di Revalation 12 Sign”. La teoria si basa su un evento astrale che vede l’allineamento dei pianeti: il sole attraverserà la costellazione della Vergine.

Ecco spiegato perché avevo tanta paura e non volevo finire il sogno. Il 23 devo ricordarmi di andare da mamma, ma questa volta il bacio in fronte glielo darò io che non si preoccupi, lei il paradiso se l’è conquistato e non ha nulla da temere.

 

Monica

SCHEDA DEL LIBRO: BERTA, LA LEGGENDA

   SCHEDA DEL LIBRO

  

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Berta, la leggenda –

Monica Bauletti

Settembre 2017

ISBN 9788871633787

Copertina flessibile: 206 pagine € 12,00

http://www.monicabauletti.it/berta.htm

L’autrice ha superato abilmente una collocazione razionale e trait d’union molto intelligenti, da non far capire al lettore il salto all’indietro del racconto che poi fluisce con limpidezza seguendo le sequenze micro e macro della grande storia. Gli inserti colloquiali sul binario del sentimento e le interlocuzioni tra i personaggi risultano utilissimi per riportare il lettore al riflesso dell’amore, ora puro e simbiotico, contrapposto alle unioni di potere medievali. Si rivela una scansione storica adeguata ai processi confusi del periodo affrontato.

Miracolosa e convincente la specularità di due limpide storie, quella di Bertha di Susa, che continua a superare la dimensione del tempo, senza alcun momento di stasi, ma in continuo consolidamento e, all’unisono la continuità di un sentimento di felicità, con la gioia inseguita dall’amore per i figli, l’altra scissa dalla fame di orge in cui affonda Enrico, imperatore arrogante e indegno che si rifiuta di amare una creatura angelica e grondante di virtù, che la scrittrice, con una ineccepibile, ma solida conoscenza storica, riesce a declinare con saldature diafane, per rendere meno difficoltosa la chiave di lettura del periodo più buio del Medioevo.

Sulla scena si alternano poco noti e più noti personaggi che lasciarono al fluire della grande Storia una eredità di inganni, di ignote sparizioni dei rivali potenti, di soprusi e sopraffazioni incredibili, particolarmente incarnate in Enrico IV in buona compagnia.

La costante e bene articolata progressione strutturale, l’evoluzione linguistica e l’organizzazione delle sequenze narrative, rappresentate con una lineare e simmetrica consecutio fonematica, stilematica che agganciano le linee rappresentate del midollo dei dialoghi, non sovrapposti da dispersivi grovigli inventivi o immaginifici. Sa mescolare con semplicità e penetrante vigore fatalità storica e turbinìo dei sentimenti appiattendoli secondo gli schemi e le modalità dei tempi.

La Bauletti, raro talento di scrittrice nata, arricchita dalle letture dei grandi dell’Ottocento (russi, francesi e inglesi) e dei grandi italiani del Novecento, è dotata di una inedita genialità creativa che riesce a trasformare in racconto anche le “sciabolate luminose sulle placide acque del lago”, con rara resa poetica anche di stilemi e lessemi. L’eccezionale e coinvolgente suo modo di narrare non può essere collocato in correnti culturali codificate, ma riuscendo a commistionare una storia vera e una personale storia d’amore, nato e cresciuto magicamente come un’orchidea nella totale desertificazione del nostro tempo, senza più dei credibili, ma effimeri, indica a chi non conosce la vera sostanza del battito del cuore, e soprattutto ai giovani che rimangono in bilico sull’orlo del burrone, nella vana attesa di una salvifica e calorosa mano.

Cammina con chiarezza e sicurezza sui sentieri obbligati della storia e dei sentimenti contrattuali e quegli inserti dialogici tra emittente apparentemente narratore neutro e ricevente, sussultante difronte all’arido fluire di tempi e dei sentimenti della voce femminile dialogante, rovescia le rigide regole matrimoniali medievale e intride di moderno sentire del cuore, uscendo, al tempo giusto del racconto, a esprimere sue esigenze affettive lasciandosi risucchiare dalle armoniose voci della bellezza e dolcezza del tramonto.                                                          

                                                                                             Carmelo Aliberti

                                                                              (poeta e critico letterario)

 

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Vita di mamma

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Qualcosa si è mosso. Chissà cos’era.
Nidia raccoglie la borsa e prima di chiudere la lampo sbircia all’interno. Non fa più tanto caldo e serve lo scaldacuore. Gli scaldamuscoli anche no, ma sono belli li mette lo stesso. Il tutù l’ha smesso da tempo ora porta solo un body e calze nere, in vita lega un gonellino incrociato di morbida organza. Lo scaldacuore però è quello rosa, il primo. A sei anni le era grande, arrotolava le maniche e doppiava l’incrocio sul cuore. Ora le maniche sono a tre quarti e l’incrocio è perfetto, ma il calore è rimasto immutato.
Nidia ancora non sa che non potrà più danzare.
A ogni esercizio il cuore impazzisce e la respirazione aumenta. Qualcuno controlla il suo corpo e non è lei.
È lei, la piccola vita attaccata al suo utero che dirige la danza, ora e per sempre.
Si annuncia così, con un movimento, con il fiatone, si rivela con un ritardo.
Nidia è smarrita, confusa, sorpresa. I pensieri corrono sul soffitto della camera. Quale sarà quello giusto?
Una mano sul ventre e una sul cuore. Chi parlerà per primo? Ora la mano sul ventre segue il pedino che spinge e sono altri i pensieri che corrono sul soffitto.
Ne verrano di nuovi. Tanti e diversi.
Che storie! Che grande avventura. Vent’anni passati tra gioie e dolori. Le mute preghiere rivolte al soffitto. Ma basta un sorriso, saperti felice e Nidia sorride, la vista annebbiata lava tutti i pensieri. Non c’è gioia più grande: la gioia di mamma.

Marmellata di fichi

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Ho lasciato sul tavolo della cucina il vaso di marmellata di fichi, quella che hai fatto tu.

Mi piace spalmata sulle fette integrali. Faccio colazione così, tutte le mattine, con una tazza di the verde al gelsomino. Il gelsomino non sa di niente, ma profuma di te.

Ho lasciato la sciarpa di lana appesa vicino alla porta, dove la mettevi sempre tu.

Mi piace saperla a portata di mano. Che se ti servisse non la cercheresti più.

Ho raccolto i miei sogni appesi sul filo del ricordo di te. Li ho piegati per bene.

Ho pulito la polvere e lucidato ogni cosa.

Ho lavato il mazzo di fiori secchi che tu hai composto nel cesto appeso al terrazzo. Il grigio si è sciolto e ora sembra tornata la primavera.

Ho imbastito progetti, ho percorso i sentieri tracciati da te, ma non ho capito. Nemmeno rifarli al contrario, neanche guardare più in là è servito.

Il treno correva veloce, il vento ci scompigliava i capelli. Tenevo lo sguardo sulla linea del tuo orizzonte. La meta comune mi rassicurava.

Ho raccolto i miei sogni appesi sul filo del ricordo di te. Li ho legati col nastro di raso.

Ho trovato il vuoto delle frasi taciute. Ho sentito il peso dei pensieri inespressi il rimorso dell’amore scontato.

Ho riletto le mail, i messaggi vocali. Ho ripreso il vestito in pulitura, disdetto la rivista che leggevi tu e la consegna del latte al mattino.

A tratti riguardo la meta, mi vedo ancora sul treno, ma il vento non lo sento più.

Ho raccolto i miei sogni appesi sul filo del ricordo di te. Li ho ricoperti di canfora, cannella e chiodi di garofano.

Monca Bauletti

 

Lo dice la Copertina!

Quello che dice…, e non dice la copertina

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l’Immagine sulla destra presenta Berta di Savoia come una regina sfuocata, non ben delineata, così come emerge dai testi di storia. Lei è stata l’ultima Imperatrice del Sacro Romano Impero. Di lei si parla poco, o affatto, nei testi, nessuna biografia fu scritta, nessuno scritto le fu mai dedicato né dagli storici del tempo né in seguito, nessun biografo storico ha mai pensato di scrivere qualche pagina sulla vita di questa triste regina. Ho faticato a ricostruire la personalità di questa figura che rivestì un ruolo di semplice comparsa in rari episodi, ma la cui funzione nei momenti cruciali fu determinante per l’impero di Enrico IV. Una donna affascinante, a mio parere, e di forte impatto, dotata di una grande sensibilità e devozione. Qualità importanti in una Prima Donna consorte di leader. A mio avviso un modello esemplare, forse il primo, di “first lady”.

nella IV^ di copertina è tutta per Berta che fila: ,la leggenda.
Nella foto c’è la Torre di Berta che ancora resite in cima a Monte Castello a Montegrotto Terme. È ben visibile da diverse prospettive del paese anche se lambita dalla vegetazione che, libera, cresce tutta intorno. È un vero peccato non sia visitabile, ma il Monte Castello è proprietà della famiglia Sgaravatti e non si può accedere alla sommità senza permesso.
Oltre alla torre, dell’antico castello medioevale sono ancora presenti le rovine della cisterna, le fondazioni dell’edificio crollato e una seconda difesa collegata alla porta di accesso. Il castello faceva parte di un “feudum”, e quindi di una “curtis”, concessa in enfiteusi dall’abate del monastero di San Silvestro di Nonantola (Modena) ai membri della famiglia dei “da Montagnon”.
Questa è storia.
La leggenda invece vuole proprietaria del territorio che oggi è Montegrotto Terme (un tempo conosciuto come San Pietro Montragnon) Berta che fila.
La leggenda narra che la regina commossa dal gesto di gratitudine della poveretta che le porge l’unica sua ricchezza: un rocchetto di filo prodotto con le sue mani, le concede “tanta terra quanta ne poteva contenere il filo donatole”.
Quindi, nell’angolo a sinistra, il rocchetto di filo che traccia i confini di Montegrotto Terme.

Una sintesi del romanzo è presentata nella copertina, ma la storia ci parla di molti altri personaggi: di Gregorio VII, il papa conosciuto per la sua riforma della chiesa e la lotta per le investiture. Si parla di Matilde di Canossa e della sua disastrosa vita sentimentale. Si parla di due figure innamorate che raccontano raccontandosi e del dramma di una malattia che non perdona. E molte altre cose che si possono cogliere lettura facendo.

Monica Bauletti

NON LUOGO A PROCEDERE – CLAUDIO MAGRIS

 

 

 

non luogo a procedere

«Claudio Magris, universalmente riconosciuto come il più grande scrittore del nostro tempo, con il presente romanzo merita il Premio Nobel»

Carmelo Aliberti – Poeta e critico letterario.

«Claudio Magris – Non luogo a procedere – Autore dell’anno per la Lettura»

Corriere della Sera e migliore libro del 2015

«Claudio Magris merita di passare alla storia»

Antonio D’Orrico su Sette

«Claudio Magris è uno dei più grandi scrittori del nostro tempo

Mario Vargas Llosa

«In quest’epoca barbarica della storia, le opere e la presenza di Claudio Magris sono indispensabili.»

George Steiner

Non luogo a procedere è un monumento alla memoria.

L’ultimo romanzo di Claudio Magris è una sorta di cammino archeologico fatto attraverso le guerre con il recupero di armi utilizzate durante i conflitti passati. Il libro inizia proprio con un inserzione: “Sottomarini usati – compro e vendo”. La trama è in sé piuttosto semplice tuttavia diventa complessa e articolata nel momento in cui vengono assemblati iClaudio-Magris-linfinito-viaggiare-soluzione.jpg ricordi custoditi nei reperti bellici accumulati e accatastati nel sito destinato a diventare il museo della guerra: la Risiera di San Saba a Trieste.
È appunto questa la storia: un appassionato, “un personaggio … che ha un suo modello reale, anche se poi è completamente reinventato…che è realmente esistito e che nella realtà (Diego de Henriquez) ha dedicato la sua vita alla costruzione di questo museo che doveva raccogliere tutte le armi possibili e immaginali…col sogno di togliere le armi per creare un mondo di pace…” (Claudio Magris da Concita De Gregorio a Pane quotidiano)

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Diego de Henriquez (1) dopo aver dedicato la sua vita al progetto di realizzazione del museo lavorando intensamente nella raccolta dei reperti bellici, muore nel rogo del capannone in cui erano accatastate le armi e i cimeli della catastrofe, durante un incendio presumibilmente doloso e lascia la sua opera incompiuta; l’autore prende spunto da questo progetto e nel romanzo ne racconta la sua storia fondendo invenzione e verità: Luisa su incarico della Fondazione dovrà concretizzare il progetto del Museo. Questa è la parte “semplice” della trama che si intensifica quando la protagonista inizia a organizzare i reperti, cercando di mettere in ordine i lacerti del materiale scampato al rogo per collocarlo nelle stanze del Museo. Anche la scelta della location non è casuale: il luogo destinato a ospitare l’eterno riposo delle armi è la ex Risiera di San Saba di Trieste, monumento nazionale tutt’oggi visitabile, utilizzato dalle forze naziste come campo di prigionia e unico forno crematorio in Italia.

Quindi, compito di Luisa sarà collocare ogni singolo frammento recuperato nelle stanze numerate della Risiera, seguendo le tracce contenute nei taccuini e negli appunti che il suo ideatore aveva scritto per narrarne la storia. Luisa ogni volta che esamina un elemento e legge la raccolta di aneddoti e notizie contenuti negli appunti è come se “sfiorasse una lampada di Aladino” (dice Claudio Magris) perché ne scaturisce la storia vista e vissuta dal reperto. Si apre,così, la finestra sull’evento drammatico che ha avuto protagonista o comparsa l’oggetto stesso, mettendo in luce tutto il dolore, la sofferenza e la morte , generati dal suo imperversare o dal suo semplice stare. È struggente, a volte difficile, altre volte commovente e stupefacente, l’immagine che Magris ricrea narrando gli episodi di vita dei protagonisti, vittime o carnefici, delle guerre passate. È come se riuscisse a far diventare il lettore una sorta di paragnosta che, postogli in mano il reperto, può vedere proiettato nella mente nitido e reale il film dei ricordi che l’oggetto contiene. Sono molte le vite di persone realmente vissute che vengono raccontate e che l’autore incastra nel romanzo della vita di colei che costituisce il filo conduttore, unendo i segmenti degli episodi reali a quelli inventati che costruiscono la trama del romanzo. Per mezzo di Luisa, l’autore colma il silenzio di chi ha perso la voce nelle camere a gas e le cui parole si sono dissolte nel fumo dei camini. Sarà lei, attraverso l’analisi dei reperti, a far rivivere la parte di quel passato doloroso, difficile e torbido che è rimasto appiccicato addosso ai sopravvissuti, come sua madre e suo padre. Lei tra quegli appunti ricerca il significato di alcuni episodi della sua fanciullezza, il motivo dei silenzi di sua madre. Luisa ricerca fra i frammenti di frasi incompiute, di sguardi tristi e muti, ciò che per pudore le generazioni passate hanno voluto dimenticare e hanno taciuto.
risieradisan   sabaIn quella notte fra il 29 e il 30 aprile, alla Risiera altro fumo si è alzato scacciando quello di prima e poi è sparito anch’esso e con quel fumo, che un po’ di bora spazza via e fa dimenticare, è sparita la sparizione di tanti prigionieri torturati, massacrati, gassati, deportati, bruciati. ‘È di quel fumo che vado alla ricerca, di quei nomi fatti cenere. Non lotto contro l’oblio, ma contro l’oblio dell’oblio, contro la colpevole inconsapevolezza di aver dimenticato, di aver voluto dimenticare, di non voler e di non poter sapere che c’è un orrore che si è voluto – dovuto? – dimenticare. A Trieste vedo in ogni strada il fumo che non si è voluto vedere’”pag. 321
Quando finisce un orrore si deve dimenticare. Ogni ricordo arreca nuovo dolore e rinnovata sofferenza. Ogni lembo superstite può risvegliare la vergogna per le angherie subite, la paura che rende vigliacchi e l’impotenza dell’umanità perduta. C’è il bisogno di dimenticare per riuscire a proseguire sull’insidioso sentiero della vita. Poiché il non ricordo è una forma di perdono, chi sopravvive agli orrori non può soccombere all’odio.
La seconda guerra mondiale è stata un concentrato di orrori. Nessuno è in grado di capirne la reale portata, nessun termine può descriverne le dimensioni. Quando la guerra finì, perdonare fu una necessità, servì a mettere l’odio a tacere, un odio che avrebbe potuto consumare la vita salvata. La pace allora impose il perdono, ma certi ricordi non si possono cancellare e le immagini dolorose continuano a riemergere in ogni momento; come un bel ricordo ritorna legato a un suono o a un sapore, nello stesso modo le atrocità riaffiorano nella mente, anche se volutamente dimenticate. Molti reduci dai campi di concentramento si sono imposti il silenzio per poter oscurare il ricordo senza riuscire a dimenticare, ma a tal fine occorre assolutamente cancellare la memoria. Una memoria che è doveroso ricercare, ora che i mostri sono morti e non producono più odio, è necessario ricordare quanto pericolo si nasconde dietro atteggiamenti totalitari e repressivi, in modo da poter riconoscere i nuovi mostri e renderli impotenti, prima che sia troppo tardi. Ricordare il sacrificio di tante vite innocenti come insegnamento per un futuro migliore, recuperando un valore e imprimere un senso agli eroi “torturati, massacrati, gassati, deportati, bruciati”.
Sublime risulta il personaggio di Sara, la madre di Luisa, che rivela la sua storia. Sara è un personaggio intenso che concentra in sè tutto il dolore, la paura, la vergogna e l’innocenza dei sopravvissuti ai genocidi nazisti e titini, consumatisi a Trieste. In lei traspaiono le conseguenze incise nell’animo umano dagli orrori, legittimati dalla dichiarazione dello stato di guerra che travolge gli argini della civiltà, liberando gli istinti primordiali e animaleschi dell’uomo che non agisce più secondo coscienza, ma rispondendo al solo e unico istinto di sopravvivenza. Sara porta il peso di un’accusa, un rimorso non suo. Il sospetto di un’infamia commessa dalla madre ricade su di lei, innocente e inconsapevole, che dovrà scontare la pena di una presunta colpa, la cui verità è dispersa tra le ceneri mescolate alla sabbia della spiaggia di Salvore. È l’atrocità delle guerre che costringono i vivi a subire il sospetto e l’accusa, senza possibilità alcuna di difesa, di una colpa che esige espiazione.

“…nomi scritti sulle pareti e poi coperti dalla calce, alla fine della guerra, che non erano i nomi dei carnefici che si conoscono e neanche delle vittime che si conoscono, ma di questi complici innocenti, di persone che intrattenevano con i carnefici dei rapporti di buona conoscenze cioè persone che non avevano mani insanguinate ma che non avevano problemi a stringere mani insanguinate…” (Claudio Magris da Concita De Gregorio a Pane quotidiano)

È l’atrocità delle guerre che lasciano sui superstiti il sospetto e l’accusa di una colpa che esige espiazione. Colpe senza possibilità alcuna di difesa.

… e Lucia- si chiamava così la ragazza- si è alzata di colpo dal divano dove stava seduta, …C’era uno spavento, uno stupore smarrito e feroce nel suo volto di solito così dolce, così tenero, specie con me; lacrime di ghiaccio in quegli occhi azzurri d’improvviso duri, increduli, spietati… Il padre di Lucia, vagamente collegato a Giustizia e Libertà, era stato rastrellato – pare grazie a una soffiata – e portato in Risiera, dove era finito massacrato a colpi di mazza…, il mio posto e alla sbarra insieme agli altri. Sono, devo essere considerato un imputato…Che collabora ma non per avere sconti di pena. Non ci possono essere sconti, perché non c’è pena. È questo l’inferno; l’amnistia generale, la soluzione prima del processo, il non luogo a procedere. L’ignoranza non è un’attenuante, bensì un’aggravante. Chi ignorantemente pecca, come me, ignorantemente danna… la risiera è stata una prova generale dell’inferno, il cast dei carnefici ha avuto la sua buonuscita e non c’è altro…” pag 331-332
È il gioco violento della crudeltà dove la regola è che non ci sono regole, se il fine è la ricchezza. “Bernardino de Mendoza scrive che la vittoria va a chi possiede l’ultimo escudo”pag 298. A dirigere i giochi è il Potere tradotto in ricchezza, per cui ogni azione, anche se turpe e crudele, diventa lecita in funzione della produzione di Potere. Così , anche la donna di colore scappata ai selvaggi che l’avevano sequestrata per farne una regina, abbandonando i figli per tornare dalla legittima famiglia e dal marito bianco, viene assolta dall’inquisizione spietata e intollerante di fronte a qualsiasi eresia, solo grazie al miraggio di ritrovare i tesori sommersi, miraggio alimentato dalle notizie portate dalla donna.
Gli storici imputano il successo di Hitler al crollo della borsa valori di New Yotk il 24/10/1929 “Senza il crollo della borsa di Waal Street senza le conseguenze che questo ha sulla Germania che in grandissima parte dipendeva dai crediti Americani non avremo avuto Hitler al potere probabilmente” (dice il Prof. Emilio Gentile – storico- ospite di Massimo Bernardini nella trasmissione Il tempo e la storia – Rai3 del 19/01/2016)

La guerra è affare di potere. È un business. Un modo per produrre denaro. Gli ostacoli e le minacce si eliminano nel modo più produttivo.
Claudio Magris per ben due volte menziona i Protocolli dei Savi di Sion, li nomina soltanto. L’odio si coltiva seminando il germe della paura. Il rifiuto e l’intolleranza alimentano sentimenti antisemiti, razzisti, maschilisti, sessisti e omofobi, ed il pregiudizio sfoga in persecuzioni indiscriminate. “Il tumore nella Storia, che distrugge tutto ciò che gli sta vicino, è anche nella testa, forse è ancor prima nella testa. Manuali di storia come referti di TAC, e risonanze magnetiche?” pag 240.

L’umanità non va in guerra. Il ragazzo tedesco armato e mandato al fronte come soldato, solo, in un paese ostile, impaurito e affamato trovò rifugio in quelle stesse famiglie che avevano i figli rastrellati e imprigionati dai nazisti, perché l’umanità non ha bandiera e l’amore non conosce partito, razza o religione.

“Perla”… “la gazzella nella sua corsa piega appena l’erba che subito si raddrizza frusciando nel vento, poco dopo invece schiacciata sotto i passi pesanti e spietati degli inseguitori, dei cacciatori che alla fine raggiungono la preda, sempre troppo presto perché è sempre troppo presto per morire, ma sempre pure troppo tardi per impedire che la preda anche se braccata abbia talora conosciuto la felicità della corsa nel vento e l’odore delle foglie e dell’erba” pag. 162
È proprio questa la grande sconfitta della guerra, del potere, del demoniaco desiderio di ricchezza: l’amore, quell’amore che alberga nei cuori dei semplici, delle persone sensibili, di chi sa amare perché ha saputo custodire e tramandare quel dono divino che rende migliori.
“…le orme di quei piedi che fuggivano nella foresta non sono sparite, nessuna goccia di sangue disseccato è veramente cancellata.”…”Un oceano di gocce in lista d’attesa per fecondare essere fecondate e riprodursi; i cacciatori cercano di difendersi, di raschiare dal coltello il sangue di chi li ha preceduti ma quel sangue è vivo, pronto a ribollire nelle vene dei corpi resurrecturi nella memoria e nella coscienza del mondo,…”

1- Nuovo Museo della Guerra per la Pace “Diego de Henriquez”, sito nell’ex Caserma “Duca delle Puglie” in via C. Cumano 22, nel quale troverà definitiva sistemazione, in più fasi, la grande collezione di mezzi, pezzi di artiglieria, strumenti, armi, uniformi, documenti, opere d’arte, fotografie, modelli.

monica azzurra Monica Bauletti   

Berta, la leggenda

Sono in corso gli ultimi ritocchi tipografici a “Berta, la leggenda”. Intanto vi illustro la copertina.
l’Immagine sulla destra presenta una regina Bertha di Savoia sfuocata, non ben delineata, così come compare nei testi di storia. Lei è stata l’ultima Imperatrice del Sacro Romano Impero e fù trascurata dagli storici del tempo che scrissero poco su di lei. Ho faticato a ricostruire questo personaggio che compare in pochi episodi, ma la cui presenza è stata determinante per l’impero di Enrico IV. Donna affascinante, a mio parere, e di forte impatto, dotata di una grande sensibilità e devozione, qualità importanti in una Prima Donna consorte di leader. A mio avviso un modello esemplare, forse il primo, di “first lady”

La IV^ di copertina.
Se la copertina è dedicarla alla regina Bertha di Savoia, la IV^ è tutta per Berta che fila.
Nella foto c’è la Torre di Berta che ancora resite in cima a Monte Castello a Montegrotto Terme. E’ ben visibile da diverse prospettive del paese anche se lambita dalla vegetazione che libera cresce tutta intorno. E’ un peccato che non sia visitabile, ma il Monte Castello è propietà della famiglia Sgaravatti e quindi non si può accedere alla sommità.
Oltre alla torre, dell’antico castello medioevale sono ancora presenti le rovine della cisterna, le fondazioni dell’edificio crollato e una seconda difesa collegata alla porta di accesso. Il castello faceva parte di un “feudum”, e quindi di una “curtis”, concessa in enfiteusi dall’abate del monastero di San Silvestro di Nonantola (Modena) ai membri della famiglia dei “da Montagnon”.
Questa è storia.
La leggenda invece vuole proprietaria del territorio che oggi è Montegrotto Terme (un tempo conosciuto come San Pietro Montragnon) Berta che fila.
La leggenda narra che la regina commossa dal gesto di gratitudine della poveretta che le porge l’unica sua ricchezza: un rocchetto di filo prodotto con le sue mani, le concede “tanta terra quanta ne poteva contenere il filo donatole”.
Quindi, nell’angolo a sinistra, il rocchetto di filo che traccia i confini di Montegrotto Terme.

Il libro sarà presto disponibile nelle edicole di zona.
Per ricevere il libro direttamente a casa basta scrivere a libri@monicabauletti.it

Pensieri in libertà

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