Presenza

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Se io non ci fossi più sarei in ogni posto sei tu.

Se io non vivessi starei sospesa come un pallocino legato al tuo dito.
Sarei la preseza più presente che c’è.
Ti parlerei soffiando il vento tra i fili d’erba, ti accarezzerei con le tenere foglie della mimosa, rinfrescherei la tua fronte con la rugiada del mattino.
Ti canterei nei sogni dai rami bassi del nostro ulivo, come la cinciallegra che prepara il nido e tu finalmente sapresti che ti ho amato tanto.

 

M.B.

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Quanti dolori, dimmi, il tuo qual è.

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Quanti dolori, dimmi, il tuo qual è.

Ti sei mai chiesto che cosa prova una rosa mentre sfiorisce?

Dove vanno a morire le farfalle?

Chi coglie l’ultimo soffio della balenottera che si adagia per sempre in fondo al mare?

È indelebile l’impronta che lasci sul mio cuore. È incancellabile la presenza che cercherò nei miei ricordi.

Ti guardo e penso che presto rinascerai a nuova vita, così come fa l’aquila reale che sulla dura roccia rompe il becco allungato, si strappa i vecchi artigli ormai troppo flessibili e toglie dalle ali stanche le penne pesanti per spiccare il volo di rinnovamento.

O sei tu come il pettirosso che cede al freddo del lungo inverno?

 

m.b.

Come “Cime tempestose”

 

stormo

Ci sono eventi che catturano per la loro violenza.

Talmente attraenti da paralizzare. 

Dimentichi del pericolo non si stacca lo sguardo dallo spettacolo distruttivo.
Contro ogni ragionevole cautela aumenta il desiderio di fane parte.

La forza distruttiva promette libertà.
C’è l’illusione di soluzione e purificazione dopo la burrasca dimentichi delle macerie che resteranno.

Ogni tragedia porta un sentimento desolante.

Mancheranno i riferimenti, le abitudini, i panorami e i pensieri smarriti, vagheranno in cerca di rassegnazione.

M.B.

Ci sei

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Se ascolto ciò che voglio sentire,
che male c’è?
Se la menzogna addocisce i miei giorni,
che male c’è?
Se la speraresanza allontana la resa dei conti,
che male c’è?
Se ignoro il duello all’ultimo sangue,
che male c’è?
Se vedo un futuro senza scadenza,
che male c’è?
Se pretendo la vita oltre ogni ingiustizia e crudeltà,
che male c’è?
Il dolore arriverà, puntuale,
indifferente al tormento.
Il dolore dilata il tempo, il tempo amplifica il dolore.
Se ignoro il dolore che male c’è?

 

 

Un mondo tutto tuo

     Un mondo tutto tuo

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La sveglia quel mattino non suonò.

Avevo ripassato la lista di viaggio per gran parte della notte, al solito temevo di dimenticare qualcosa. Al mattino, quando aprii gli occhi, il led segnava un’ora scandalosa. Ero in ritardo! Non c’era tempo per niente! Feci il minimo necessario per essere decente, non potevo mica uscire in pigiama e pantofole!

Guardando a malincuore il bagno infilai il vestito appeso alla porta, chiusi il borsone e lo zaino. Calzai i sandali a mo’ di ciabatte e via! Fuori di corsa. Era ridicolo chiamare un taxi per fare pochi metri. Avevo sempre considerato una fortuna abitare dietro la stazione, ora non sapevo che cosa pensare. Mi misi a correre spinta da un istinto sconosciuto.

Il treno era in forte ritardo. Un segno?

A ripensarci, a distanza di tempo, finii col convincermi che quel giorno avevo un appuntamento col destino. Un appuntamento al quale non potevo mancare. C’era lui e c’era lei.

La vacanza regalatami per i miei trent’anni sembrava programmata sul filo degli imprevisti. Ogni casuale sabotaggio, per magia, veniva annullato, come se ci fosse una fatina ad assistermi e a guidarmi.

Attraversando la stazione esultai leggendo sul tabellone che il treno in arrivo era il mio. Ferma al binario 1 cercavo di riprendere fiato guardando scorrere i volti dei viaggiatori ai finestrini.  

Come il jackpot di una slot machine la porta del vagone designato dal destino si fermò davanti a me, non avevo scelta, era quella la mia carrozza. Le porte si aprivano offrendomi una nuova vita.

Lui era salito con il grosso della comitiva alla stazione precedente. Vedendomi in difficoltà, trafelata e anche un po’ sconvolta, mi aiutò con la valigia e la incastrò tra le altre che già occupavano spazi abusivi, poi mi indicò il posto libero accanto a sé. Fu amore a prima vista. Una vacanza pazzesca. Mare, sole e passeggiate immersi in un paesaggio lunare che niente aveva in comune con la città e lo stress quotidiano.

Al ritorno gli umori erano strani: la tristezza per la fine di una meravigliosa vacanza si mescolava ai dubbi e alle aspettative.

Ci saremmo frequentati dopo? Lui non chiedeva per paura di un rifiuto, io tremavo all’idea che non volesse un appuntamento.

Lì per lì si inventò una scusa assurda: non poteva tornare a casa per via di alcuni lavori idraulici sospesi a causa ferie. D’istinto gli offrii ospitalità fino al lunedì.

“Il mio appartamento non è molto grande, ma se ti adatti a dormire sul divano per qualche giorno ti posso ospitare”

Non se ne andò più.

Che vita pazzesca abbiamo avuto. Il lavoro, la casa, il cane, il mutuo e poi sei arrivata tu: il mio tesoro, la mia ragione di vita.

Vent’anni bruciati sempre di corsa per stare dentro i tempi.

Al mattino: l’asilo, la scuola, l’ufficio. A pranzo ogni secondo era prezioso. Eravate tutti affamatissimi e guai a farvi aspettare, poi di nuovo: la piscina, il corso di danza, il compleanno dell’amichetta, il saggio. La nonna da accompagnare a fare la spesa. Le pulizie, il disordine cadenzato. Le passeggiate con il cane per la pipi.

La lavatrice sempre accesa; ma quante ne ho fatte? I panni stesi, i panni da stirare…

Tu sei diventata grande, sei cresciuta tra una corsa e l’altra, e ora mi rimproveri il tempo che non ti ho dedicato e il viaggio che non abbiamo mai fatto.

“Mamma, non c’eri quando sono caduta sbucciandomi le ginocchia”

Arrivavo sempre di corsa quando mi chiamavano, con il cuore in gola, immaginando chissà quale dramma, aspettandomi di trovarti moribonda.

“Mamma, non mi ascoltavi quando mi confidavo”

Crollavo per il sonno, mentre mi parlavi, ma ti trovavo addormentata accanto a me al mattino.

“Mamma, non capivi che avevo bisogno di te?”

Non sembrava avessi bisogno di me. Sei sempre stata determinata. Sei diventata una splendida ragazza.

Sembri forte e invulnerabile, lanciata alla conquista del mondo. Ma che mondo ti ho costruito con tutto il mio correre?

Mi guardo indietro e anche se mi sento un supereroe, so di non esserlo affatto perché sono smarrita, spaventata e preoccupata.

Non ho un futuro per te, non so che futuro avrai. Vorrei regalarti un sogno, una fede, un amore. Ma oggi tutto questo non c’è, non più. Ho lottato per te. Ho vinto la mia battaglia e ho perso la tua.

Perdonami bambina mia.

Se fossi davvero un supereroe allungherei le braccia e prenderei questo mondo per portarlo in un altro mondo, dove i sogni son sogni da realizzare, dove la fede vuol dire crederci, dove si ama per amore e la vita è verità.

Se fossi un supereroe correggerei gli sbagli, annienterei i pericoli e ti dedicherei più tempo.

Se fossi un supereroe ti regalerei un futuro tutto tuo, e anche un po’ mio.

Monica Bauletti

La leggenda di Berta.

LA LEGGENDA DI BERTA

 Berta

“Sarà tua tutta la terra che riuscirai a circondare con la matassa del tuo filo.”

Questa è l’idea scatenante che ha dato vita a numerosi racconti e leggende.

La leggenda più antica ci riporta a Didone, figura mitologica, fondatrice e prima regina di Cartagine (814 a.C.)

Altra interprete di un episodio simile fu la regina Bertrada di Laon, moglie del re dei Franchi Pipino il Breve e madre di Carlomagno (Alto medioevo, 720-783)

Altre sono state le favole cantate e raccontate sul tema, ma quella che ci piace credere la più degna di fiducia è la leggenda di Berta che fila

La leggenda di Berta racconta la storia di una contadinella vissuta nei primi anni del XI secolo ai piedi dei Colli Euganei.

Correva l’anno 1084 quando Enrico IV, imperatore del Sacro Romano impero e la consorte: Imperatrice Berta di Savoia, fecero visita ai signori Da Montagnon, nelle terre…

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I^ e II^ parte – Rievocazione storica

LA LEGGENDA DI BERTA

icona Torre di berta

Il comitato – La leggenda di Berta – di Montegrotto Terme (PD)

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Riprese della rievocazione storica della leggenda di Berta.
Il filmato risale agli anni’60.
Le riprese, la regia, il montaggio e la produzione sono a cura del Dott,. Francesco Carmignoto che ha gentilmente offerto questo prezioso reperto.

I^ parte

II^ parte

Riprese, regia, montaggio e produzione
a cura del
Dott,. Francesco Carmignoto

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La fata Turchina

 

la fata turchina

 

L’ultima prova d’abito era stata qualche giorno prima, come pure l’ultimo cucchiaio di quello sciroppo schifoso che doveva saper di fragola, ma che di fragola non aveva nemmeno l’odore. Le capitava di ammalarsi sempre nei momenti peggiori: a Natale, oppure in vacanza. Il soggiorno al mare dell’ultima estate, l’aveva passato chiusa in camera con la febbre alta e la solita tonsillite. Guarì l’ultimo giorno, pronta per tornare a casa con mamma e papà. Il mare non l’aveva neanche visto. E adesso che mancavano pochi giorni alla festa di carnevale aveva le tonsille rosse e gonfie con il solito febbrone.

Seduta accanto al letto, a vegliare il sonno febbricitante, c’era la mamma che lavorava di taglio e cucito; stava preparando il vestitino per la festa di carnevale. Lo vedeva prendere forma tra le mani esperte, bellissimo e splendente con pizzi nastri e taffetà, ma chissà se sarebbe riuscita a metterlo. Che peccato però!

Il pezzo forte del costume era la parrucca, di colore turchino, con le trecce lunghissime e lei non vedeva l’ora di indossarla. La provava a ogni momento, spesso di nascosto:

“Lascia stare quella parrucca che la sgualcisci e poi va a finire che il giorno della festa è tutta sporca e spettinata”.

Il vestito che la mamma stava confezionando era a dir poco delizioso: azzurro con le finiture bianche e oro. E non mancava la mitica bacchetta magica tutta d’oro con una stellina in cima. Sarebbe stata una fata turchina come poche e il maestro le avrebbe fatto la foto.

“Se questo febbrone non passa mi sa che dovrò allungare l’abito. Ogni volta che ti ammali cresci qualche centimetro, avanti di questo passo diventerai un gigante”.

Invece no, era sempre la più piccola della classe.

Quando alla lezione di ginnastica il maestro metteva tutti i bambini in fila, in ordine di grandezza, lei si contendeva il primo posto con la compagna che misurava uguale, anche se sosteneva di essere un centimetro più alta. A lei non pesava essere la più bassa perché così era la prima della fila. Sempre meglio che essere l’ultima, no? Però certe volte avere una mezza spanna in più le sarebbe tornato utile, oppure, in alternativa, le sarebbe bastata una bacchetta magica, ma vera, una che le magie le facesse per davvero e non solo per finta come quella di carnevale. Che bello sarebbe stato poter diventare invisibile, oppure avere il potere di immobilizzare Renzo. Quel bambino prepotente se la prendeva sempre con lei, ma perché poi! Lei non gli aveva fatto niente, lo conosceva appena. Non si spiegava come mai lui si divertisse tanto a farle i dispetti. Che poi, se non le avesse fatto paura, sarebbero potuti essere amici. Ma quando la puntava con lo sguardo minaccioso lei sentiva che stava meditando qualche dispetto. Non bastava ignorarlo facendo finta di non averlo visto e neppure cambiare strada tenendo la testa bassa, non bastava fingere di leggere o di occuparsi di altre cose, non bastava fare dietro front come avendo dimenticato qualcosa, e non bastava nemmeno rifugiarsi in qualche negozio per chiedere informazioni su prodotti che non avrebbe mai comperato. Lui restava sempre lì, ad aspettare e poi la seguiva fino a quando non riusciva a mettere in atto i suoi cattivi propositi. In quei momenti le faceva davvero paura.

Ricordava molto bene quando Renzo aveva cominciato a perseguitarla. Una mattina, uscendo dalla chiesa dopo la preghiera mattutina, attraversando la piazzetta per entrare nel cortile della scuola, lui le si era parato davanti a bloccarle il passaggio, lei aveva cambiato percorso per passare oltre, ma lui di nuovo in mezzo a sbarrare la strada. Non aveva avuto il coraggio di chiedergli perché facesse così, però capiva che voleva attaccare briga. Non era possibile che lei potesse fronteggiarlo, piccina com’era, di fronte a lui misurava la metà. Non si sentiva in grado di fare a botte, in mezzo alla piazza poi!, si sarebbe vergognata da morire a rotolare per terra lottando con un ragazzo, lei che aveva il suo bel vestitino sotto il grembiule verde con il colletto di pizzo e il fiocco blu. Magari un paio di calci e spintoni a quel ragazzino prepotente glieli avrebbe anche dati se non avesse dovuto “tenersi pulita e in ordine almeno fino all’ora di pranzo”, come le raccomandava la mamma tutte le mattine durante il rituale-tortura dello chignon. La mamma non la lasciava uscire di casa fino a quando non erano stati catturati e imprigionati nell’elastico tutti i suoi ricciolini dorati. Però doveva ammettere che era uno spettacolo l’acconciatura che risultava a suon di colpi di spazzola, accompagnati dalla colonna sonora dei suoi strilli e pianti. Alla fine, quando il dolore passava, le pareva di avere la coroncina di principessa. I riccioli d’oro formavano una cipolla in cima alla testa, un piccolo fiocco completava l’opera.

Quel mattino che Renzo incominciò a provocarla non poteva reagire e rovinare tutto il lavoro di mamma, quindi aveva di nuovo evitato l’insolente attaccabrighe e si era messa a correre fino all’ingresso della scuola, lì c’era il bidello che le voleva bene e la difendeva sempre. Dopo quel primo episodio capitò spesso che Renzo la importunasse. A volte non era solo. E in compagnia di altri ragazzini, spesso più grandi, diventava anche più cattivo. Una volta l’aveva spinta e, cadendo, si era sbucciata le ginocchia, la cartella che teneva sulle spalle si era aperta seminando intorno libri, quaderni e l’astuccio con tutto il suo contenuto. Si era vergognata tantissimo, oltre al male anche l’imbarazzo. Renzo era andato via soddisfatto ridendo e urlando parolacce. Da allora aveva cercato in tutti i modi di evitarlo. Certe volte, sapendo che lui era nei paraggi, aspettava che arrivasse il papà a prenderla restando al sicuro all’interno del patronato o in biblioteca, sperando che non la cacciassero fuori per la chiusura, oppure si affiancava alle amichette accompagnate dalle loro mamme e faceva un pezzetto di strada con loro fino a quando si sentiva fuori pericolo, ma davvero fuori pericolo non si sentiva mai, non era mai sicura che Renzo fosse abbastanza lontano da non vederla. Certe volte le pareva di sentirlo arrivare da dietro le spalle invece poi, era un sollievo, accorgersi di essersi sbagliata. Tuttavia, pur sapendo che era sbagliato quello che lui faceva, credeva fosse normale e pensava pure di meritarselo, inoltre: trattandosi di cose da bambini, credeva di doversela sbrigare da sola e non ne aveva mai parlato con i grandi. Che poi quel bambino, un po’, le faceva pena e non riusciva a provare rabbia o rancore nei suoi confronti, solo paura. Le dispiaceva vederlo sempre rabbioso, pronto a litigare per fare soffrire e spaventare gli altri bambini. Lei amava giocare, ridere e fare tante cose in compagnia con tutti, non capiva l’astio che animava Renzo, non concepiva l’aggressività che lo portava a litigare e picchiare gli altri. Lei, quando bisticciava con la sorella o con le amichette, stava così male che subito dimenticava qualsiasi torto, perdonava se doveva, e tornava a giocare come se nulla fosse. Tutto passava in un baleno. Invece Renzo era in collera con il mondo intero sempre. Era come se lui uscisse da un mondo buio, fatto di violenza, dove nessuno sa che cosa sia l’amicizia.

Un giorno, e fu l’ultima volta che successe, in una strada poco frequentata fuori dal centro del paese, si trovò faccia a faccia con lui. Erano in bici. Come previsto lui le andò contro e la bloccò. Non aveva via di scampo, non le restava che affrontarlo. Lasciò cadere la bici e lo sfidò. Sembravano due galletti da combattimento in attesa della prima mossa. Aveva il cuore in gola, ma non abbassò lo sguardo, era decisa a non lasciarsi sopraffare e a difendersi come poteva. Da dove le venne la forza fu un mistero e così pure come fece a resistere agli attacchi di Renzo, ma nella lotta si ritrovarono dentro al fossato in secca e riuscì a farlo cadere e a metterlo a terra. Bastò. Fu forse la sorpresa per l’inaspettata reazione, tant’è che Renzo capì che lei non era più disposta a sopportare le sue angherie e che, anche da sola, sarebbe riuscita a difendersi. Da quel giorno non la importunò più.

Non seppe mai perché Renzo l’aveva presa di mira. Forse non lo sapeva nemmeno Renzo. Non furono mai amici. Le loro strade proseguirono in direzioni diverse; divennero grandi senza incrociarsi più.

La ragazza al mercatino del vintage vendeva cimeli. Tra le tante cose messe in vendita per sgomberare la casa ereditata dal padre: il maestro, c’era la scatola delle foto collezionate in tanti anni di insegnamento. C’era pure la sua foto vestita da fata turchina, con la parrucca, la bacchetta magica e il ricordo di un bambino al quale era stata rubata l’infanzia. Un bambino che non aveva imparato la gioia dell’amicizia. Chissà, forse se la bacchetta magica della Fata Turchina fosse stata davvero magica avrebbe potuto vedere dentro al cuore di Renzo. Avrebbe potuto liberarlo dalla rabbia e insegnargli che i bambini devono essere amici. Che è più bello voler bene.

Monica Bauletti

 

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Pensieri in libertà

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