Layla streghetta ribelle e altre favole

Layla streghetta ribelle

e altre favole

 

61qWEV-5tUL._AC_SL1500_

Antologia di ventuno favole a tema storico
leggendario. A ogni regione d’Italia è legata una
favola tratta da una leggenda tipica e curiosa.
L’autrice si è ispirata ai racconti popolari che
narrano eventi misteriosi per trasformarli in favole
proponendo una personale rilettura dell’inspiegabile
e per presentare la soluzione morale di una
rinnovata scoperta di antichi valori. Lettura, quindi,
utile non solo per i più piccini, ma anche per quegli
adulti che abbiano voglia di ritrovare antiche storie
e il loro significato trasposto nel presente.
Questa raccolta è stata selezionata dalla cooperativa
Solaris per un percorso didattico di disegno presso il
centro diurno La Tenda di Montegrotto Terme (PD).

 

Copertina flessibile: 76 pagine – Editore: Montag (31 gennaio 2020) – Collana: Le Fenici
ISBN-10: 8868924021 – ISBN-13: 978-8868924027

 

Ogni regione una favola, qual è la tua?

Fuori tema – Layla streghetta ribelle

Veneto – La leggenda di Berta che fila

Toscana – Maddalena e il Diavolo- La leggenda del ponte del diavolo

Calabria – La chioccia e i sette pulcini d’oro

Lazio – La leggenda di Ninfa

Piemonte – La leggenda del Toro Rosso di Torino

Emilia Romagna – La Torre degli Asinelli

Puglia – Le streghe di Minerva

Trentino-Alto Adige – Ninfa del lago di Carezza

Valle d’Aosta – La leggenda del lago Blu

Sardegna – La mitica Janas Diana

Marche – Mitì, sirena presuntuosa

Basilicata – Alena degli angeli

Umbria – L’alito di morte del Drago a La Chiusa

Liguria – La triste storia di Fosca

Molise – La fanciulla nella melagrana

Lombardia – Il falò della Giöbia

Sicilia – La fanciulla Giuditta

Friuli-Venezia Giulia Fagagna: il fantasma di Ginevra

Abruzzo – Maja la madre della Majella

Campania – Partenope e l’uovo dell’amore

https://www.mondadoristore.it/Layla-streghetta-ribelle-Monica-Bauletti/eai978886892402/?utm_source=googleshopping&utm_medium=listing&utm_campaign=cpc&gclid=CjwKCAiA-P7xBRAvEiwAow-VafHxbRcL21_gzNtXW3RmwrCvOsBm4lOBDqUVyrdg42BlSwLY6qjMcxoCg5EQAvD_BwE&gclsrc=aw.dshttps://www.lafeltrinelli.it/libri/monica-bauletti/layla-streghetta-ribelle-e-altre/9788868924027?zanpid=27673183C250197299&zanpid=2661628969891591168&gclid=CjwKCAiA-P7xBRAvEiwAow-VaSSGqOIG7mOwUiRGrweE3I3IQqd9nyBsTYezGU_90lC7Atp4YowoVRoC9_QQAvD_BwE&awc=9507_1581266534_d5faf57ac781d0630141c9dfe6bcb89ahttps://www.ibs.it/layla-streghetta-ribelle-altre-favole-libro-monica-bauletti/e/9788868924027

Memoria

Sono nata negli anni del silenzio, quando delle bombe anche gli echi si erano zittiti. Ho saputo della guerra leggendo libri. Ho raccolto gli umori dai racconti sussurati perché la guerra è un mostro che non si deve svegliare. Perché quando i ricordi fanno male dimanticare è la cura che la paura fa novanta.

Ma i bambini son curiosi e chiedono, vogliono sapere. Vogliono sapere che bambini erano i grandi, la vita che hanno vissuto. Così la memoria scivola oltre il muro, passa il filo spinato e libera tutto il sangue, tutte le lacrime e lascia sbigottiti. È finito il tempo del silenzio e che le urla schiaccino il mostro. Non si nega la ragione, ricordare è imperativo perché i bambini vanno difesi e non devono mai avere paura.

 

Monica Bauletti

Madre mia

mamma

Era la prima domenica di giugno e festeggiavamo i cinque anni di Diego. Sei venuta alla festa nella casa nuova. Avevamo traslocato da appena tre mesi.

Si stava d’incanto sedute nel salottino estivo del mio terrazzo. Nonostante il caldo c’era un venticello fresco; a est, nel pomeriggio, si allunga l’ombra della casa e la calura si sente di meno.

È stato allora, sorseggiando un caffè, che mi hai detto che il tuo male era tornato.
È stata una doccia fredda. Non capivo, non volevo capire. Nella tua voce c’era un’insolita incertezza che tradiva l’angoscia aggrappata alla gola.

Le mamme nascondono le paure. I figli non le conoscono veramente, non capiscono i loro pensieri. Crescono accettando ogni stato d’animo e ogni umore come cosa naturale. Quali siano le loro emozioni nessuno lo sa.

Io non ti ho mai chiesto se eri felice, se lo eri stata.

Solo da adulta, quando già non mi parlavi più, mi sono chiesta molte cose, domande che non ti ho mai fatto.

Come quel giorno sulla terrazza, ero sotto shock con la tazzina di caffè che mi ustionava le mani, smarrita nell’interminabile eco delle tue parole. A fatica mi sono ripresa. Tu dicevi che erano tornati alcuni sintomi e avevi fatto la TAC. Era risultato un nuovo meningioma. Era molto piccolo. Non era nello stesso punto del primo, ma lì vicino e questa volta non era operabile, anche se avevi superato brillantemente il primo intervento. Da allora erano passati quindici anni. Quindici anni di vita, di sorprese, emozioni, di soddisfazioni, di gioie di amore. Quindici anni di vita insieme.

Dopo quella operazione pazzesca tu eri guarita. Ti avevano aperto la testa, tagliato e tolto l’ammasso informe di capillari che premeva su alcuni centri nervosi. Era andato tutto bene. Ora però dicevano che non era opportuno operare, non erano sicuri che l’intervento sarebbe andato bene. Insomma, l’aspettativa di vita si presentava migliore con il meningioma che cresceva e ti uccideva poco alla volta piuttosto che tentare di togliere il mostro.

I sintomi erano simili a quelli dell’Alzheimer, più o meno. La nicchia che il tumore si stava creando nella tua testa avrebbe tolto energia alle sinapsi e interrotto alcune connessioni, principalmente quelle motorie.

Era questa la sentenza di morte. La data non era presumibile.

Non restava che accettare una situazione irreversibile e attaccarci alla speranza; ma a quale speranza?: che i medici si fossero sbagliati?, che il meningioma non crescesse e si fermasse?, che se ne andasse via da solo?, che succedesse un miracolo? Si l’unica speranza era il miracolo, ma il miracolo non arrivò.

Abbiamo vissuto ignorando il dolore, accettando tutto.

Come se niente fosse e facendo fronte ai sintomi. Che crudele è la vita!

I primi sintomi si sono manifestati dopo circa cinque anni.

Al compleanno dei tuoi ottant’anni eri ancora “sana”. Sei arrivata alla festa in tuo onore che sembravi una diva. Bellissima nella tua elegante sobrietà. Dominavi la scena come sempre. Avevi questa naturale capacità di non sembrare mai fuori posto, sempre perfetta, benvestita, ben pettinata, profumata come profumano le mamme: un po’ di lacca e un po’ di borotalco: di pulito.

Eri tra noi e ancora non ti ho chiesto se eri stata felice.

Forse avevo paura della risposta, tu eri di una franchezza disarmante e a volte crudele. Dicevi di essere “Betta lingua schietta”, ed era vero. Sei nata a metà tra le due guerre, cresciuta con la morte negli occhi consapevole che ogni giorno poteva essere l’ultimo, non ritenevi ci fosse tempo per la menzogna, andava detto quello che andava detto quando andava detto senza alcun rinvio. Chissà se hai vissuto la vita che volevi o se ti sei adagiata prendendo quel che dava. Io ti ho sempre vista stanca e affaticata. Sorretta dall’amore che provavi per noi. Non pensavi mai a te stessa. Tremo al pensiero della tua infelicità. Che rimedio c’è a una vita spesa male?

Dopo la morte di papà e l’intervento alla testa, ti sei rimboccata le maniche e sei andata avanti. Avevi la tua autonomia; noi figli eravamo tutti grandi e avevi il tuo gran daffare a stare dietro ai nipoti. Ho un bellissimo ricordo del periodo in cui eravamo sole io e te. Stavamo bene. Mi piaceva sorprenderti, ti commuovevi ogni volta che ti facevo un regalo. Ti piaceva andare in gelateria, adoravi le coppe giganti con frutta, gelato e panna montata. Per non parlare della pizza! Eri sempre pronta a uscire, non avresti rinunciato per niente al mondo a una serata in pizzeria.

Solo tu sapevi leggermi dentro. Riuscivi perfino a intuire che cosa avrei voluto per pranzo, non trascuravi niente e io avevo il mio daffare a portarti ora di qua ora di là. Frequentavi molto le zie quando non eri impegnata ad accudire i nipoti. Ti sei sempre occupata di noi, dei nostri figli e anche dei figli dei nostri figli. Noi venivamo prima di tutto e di tutti. Che i nipoti ti chiamassero “nonna sprint” la diceva lunga su di te.

Sei stata importante per me. Un punto di riferimento, una figura solida e incorruttibile. Potente l’imprinting che hai avuto su tutti noi, e adesso ti cerco nei gesti, negli occhi dei miei figli, dentro di me.

Chissà se hai sofferto quando me ne sono andata. Non me l’hai mai detto. Non me l’avresti detto mai.

Il mostro dentro la testa ha lavorato lento e lentamente ti ha portata via. Pian piano hai perso l’uso delle gambe. Ti capitava di cadere e non riuscivi più ad alzarti. A nulla serviva fare ginnastica, non era un problema di muscoli, erano i circuiti nervosi che non lavoravano più. Nella tua testa c’erano dei blackout che interrompevano la connessione e alle gambe non arrivava più corrente.

Alla fine è arrivata la sedia a rotelle, la odiavi e ti vergognavi. Non ti rassegnavi, non volevi considerarti un’invalida, allo stesso modo con cui non accettavi di sentirti dire che eri vecchia, e avevi ragione, tu vecchia non lo sei stata mai.

Noi non ci siamo mai arresi, ogni volta che facevamo delle feste riuscivamo a portarti con noi. La domenica ti venivo a prendere e ti portavo da me, andavamo a passeggio, a mangiare il gelato o a bere il caffè con la panna. Era sempre una festa.

Poi non è stato più possibile spostarti. Eri diventata fragile e a stento muovevi le braccia e le mani. Era commovente vederti seduta sulla tua sdraio R300 quattro ruote monoposto con schienale reclinabile e poggiapiedi. Aveva tutti i confort, era superaccessoriata, ma potevamo spostarti solo dentro casa o nel tuo bel giardino.

Una delle cose che ti sono mancate con l’inizio della malattia di certo sono stati i libri. Ti piaceva tanto leggere romanzi, e di questo ti devo ringraziare perché mi hai trasmesso la passione per la lettura. Sarà per questo che poi sono diventata scrittrice. Non hai potuto leggere i miei romanzi, ma so che ti sarebbero piaciuti. Quando li ho pubblicati tu avevi già smesso di parlare. Casualmente ti usciva qualche espressione. Per un po’ sei riuscita a darci i tuoi baci, poi nemmeno più quelli. Ma il tuo sguardo è rimasto vivo ancora per molto. Quando venivamo a trovarti tu ascoltavi e ci seguivi con gli occhi. Sembravi paga di sentirci presenti e di vedere le tue figlie che ti facevano confusione intorno.

Quella volta che sono venuta a trovarti con il mio libro e ti ho detto che avevo vinto un piccolo premio per un racconto, tu non sei riuscita a dire niente, ascoltavi e a un certo punto ti sono usciti due lacrimoni dall’angolo degli occhi. Ti ho abbracciata stretta e mi è arrivata tutta la tua commozione. So che saresti stata orgogliosa di me. Lo eri già quando ho avuto la mia fase pittorica. Ti ho riempito la casa di quadri, ti piacevano e ne andavi fiera.

Mi dicevi sempre che ero matta. Lo dicevi con bontà, ma lo pensavi davvero. Le ultime parole che mi hai detto sono state proprio: “valà, valà matta!”, forse ti avevo detto qualche stupidaggine, per farti ridere; chissà se sapevi che sarebbero state le tue ultime parole.

Quando anche il tuo sguardo si è velato dormivi sempre. Noi continuavamo, inarrendevoli, a fare le stesse cose, a starti intorno per curarti, pettinarti, e farti bella. Non era possibile che tu non ci sentissi, non ci riconoscessi, non ci amassi più. Continuavo a parlarti anche se tenevi gli occhi chiusi. Ti raccontavo di tutte le cose che facevo e dei miei piccoli successi.

Quel Natale non abbiamo fatto il pranzo a casa tua. Eri troppo debole e non volevamo disturbare i tuoi ritmi. Il giorno dell’Epifania l’ho passato con te, è stato allora che ho capito che tu non c’eri più. Non c’era più niente di te in quel corpo completamente scarico.

Sei morta il 19 gennaio 2018, eravamo tutti attorno al tuo letto. Non dimenticherò mai quel giorno, quegli istanti. Trattengo ancora in un angolo del cuore il tuo ultimo respiro.

Monica Bauletti

 

 

La Certosa di Parma – Stendhal

la certosa di parmaLa Certosa di Parma – Stendhal

 

L’ho letto. Tutto.

Se mi è piaciuto?

Sì.

Mi ha esaltata?

No.

L’ho trovato lento in partenza. Fino alla metà (considerando che è circa 600 pagine sarebbe tanto) è stata una lettura imposta. Dopo è diventato più coinvolgente.

Da questo genere di libri mi aspetto molto. Dal punto di vista storico mi sono arrivate le atmosfere e gli umori di un periodo in cui regnò un certo disordine politico. È la Francia di Napoleone a dominare la scena.

In Italia si prepara la via verso la repubblica con il sorgere delle prime ribellioni, ma è ancora forte il legame alla monarchia.

Stendhal con questo libro ha messo a fuoco l’andazzo libertino della politica riflettendo nella piccola corte della provincia parmense gli intrighi e le congiure politiche tipicamente versailliane; in stile Re Sole, ante rivoluzione per intenderci. Perché abbia scelto Parma come location del suo romanzo non mi è chiaro, forse una rilettura potrebbe chiarirmi la scelta.

Un personaggio gli è ben riuscito: Fabrizio del Dongo. Un giovinetto scapestrato che non si risparmia nessun fallo.

Il giovanotto in quanto a prudenza non è certo maestro, ma ha la fortuna di cavarsela sempre in un modo o nell’altro. È come se il fato avesse visto in lui il soggetto ideale da dirigere. Un personaggio senza particolari ambizioni e desideroso di avventure. Appunto: un fatalista.  Quindi adatto a soddisfare il gusto di guidarlo spingendolo a mettersi nei guai al solo scopo di dare occasione di salvarlo ora all’innamoratissima zia, ora alla vivandiera, e via via alle donne che conquista con il suo candore fino ad arrivare al cuore della giovane Clelia della quale diventa egli stesso vittima innamorandosene perdutamente.

Sul filo delle avventure e disavventure del giovane del Dongo scivolano le vite degli altri personaggi tutti intenti a conquistarsi la fetta di felicità di una torta mal spartita. E se la passione donerà a tutti un po’ di felicità sarà tuttavia causa di dolore e sofferenza.

In conclusione posso dire che Stendhal ha saputo descrivere tutto il male della brama del potere e del cinico agire di chi, per di sconfiggere la noia, si improvvisa protagonista sul palco della vita.

Monica Bauletti

Il fenomeno delle Rievocazioni

Sempre più proiettati nel futuro, bionici intelettuali con il terzo occhio intento a frugare in un passato antico; perlopiù conquistati dal fascino del medioevo, ma perché?
La riscoperta dei borghi antichi, la caccia di storie e leggende che leghi il territorio a eventi storici per dare luogo alla messa in scena di rievicazioni.
Che cosa spinge sempre più pubblico a cercare il sapore di quelle atmosfere un po’ cupe di un tempo in cui non c’era niente, quando le carestie decimavano i paesi e chi superava l’inverno era benedetto dal signore?
È il conflitto paradossale di questa generazione che vive attaccata allo smartfone come legata da un virtuale cordone ombellicare irrescindibile al grande utero universale e che appena può cerca rifugio nel periodo più vero e crudo della nostra storia: il medioevo. Un’epoca fatta sì di conflitti, di superstizioni, di pestilenze, ma altresì sorretta da solìdi valori ormai persi, come la cavalleria, l’onore, la condivisione del poco. È come se le tossine accumulate da generazioni, tornando in superficie, riportassero alla memoria il ricordo del sapore della carne alla brace, del buonvino anacquato per dissetare dalle fatiche nei campi. Ed è così che scatta la nostalgia e il bisogno di riempir le narici dell’acre odore del sudore impastato alla polvere e di letame. Cresce la voglia di
contrappore, almeno per un giorno, la palpabile realtà all’inconsistente mondo virtuale nel quale, volenti o dolenti, viviamo per gran parte della giornata.
E allora, anche se nessuno è disposto a rinunciare alle conquiste del terzo millennio, qulacosa di vero c’è nel dire che “si stava meglio quando si stava peggio”

 

Monica Bauletti

Pantone

img-20180612-wa0001.jpgHo preso la vita per farne di più.
Ogni giorno una ripartenza portando il peso delle cose perse, che sono niente senza te.
Trovo solo echi nei vuoti che hai lasciato e sui profili il riflesso dei ricordi che non so più chi sono.
Farò di più, volevevo fare di più.
E adesso mi basta una candela per sentire il calore, un lumino per per riscoprire il colore.
Finirò gli inizi, sarò la forza del continuare perché sono solo un ponte su cui tansitare.
Lascerò i frutti, mi basta un riposo e la gioia negli occhi.
E nulla conta più: il tempo e il dolore; se vivo o se muio; ieri o adesso. Se vedo spuntare le gemmme giovani amori arriveranno.
Brilleranno i germogli della gloria sulla sommitá della cenere lasciata dagli errori.

 

M.B.

UN PO’ DI STORIA

SUL FILO DI BERTA

bertadisavoia.jpg

Correva l’anno 1083, Enrico IV di Franconia aveva 33 anni e da 17 anni era il re del Sacro Romano Impero.

Il 13 luglio ricorreva l’anniversario del matrimonio con Bertha di Savoia, di un anno più giovane, promessa sposa fin dal 25 dicembre del 1055.

Nel corso dei 17 anni di matrimonio e di regno molte furono le crisi diplomatiche superate e subite, in particolar modo con la Chiesa di il Papa Gregorio VII (frate benedettino, al secolo Ildebrando di Soana) fautore e paladino della lotta per le investiture.

Canossa-three

Bertha di Savoia era dovuta intervenire più volte per sciogliere i nodi di situazioni senza via d’uscita, dimostrandosi l’unica in grado di catalizzare soluzioni impossibili, la più nota tra tutte le crisi risolte con successo fu l’umiliazione di Canossa che diede origine al detto: andare a Canossa.

Portata all’estremo la rivalità tra il Re e il Papa, non essendo più possibile…

View original post 220 altre parole

MONTEGROTTO TERME – il romanzo

SUL FILO DI BERTA

BERTA, LA LEGGENDA

E dopo tanta storia un po’ di fantasia

libto berta.jpg

Il romanzo che prende spunto dalla leggenda di Berta che fila, introduce il lettore nella cupa atmosfera del basso Medioevo raccontando la storia della regina Bertha di Savoia, nel tempo che fu teatro delle lotte per le investiture e del conflitto personale tra Enrico IV e papa Gregorio VII, senza trascurare episodi quali l’umiliazione di Canossa, il Sacco di Roma e altri delitti meno noti che invece danno precisi connotati al basso Medioevo.

Il racconto viaggia su tre binari, oltre al filone storico, a quello leggendario, la narrazione è vivacizzata da intermezzi che ne alleggeriscono il peso e riportano il lettore al presente. Due voci narranti, infatti, passeggiando lungo la pista ciclabile dell’anello dei Coli Euganei che da Montegrotto arriva all’Abbazia di Praglia, si raccontano, descrivono il paesaggio, la storia che ha condotto la regina Bertha di Savoia a…

View original post 504 altre parole

LA LUPA

 

Arturo Martini

La lupa

1930-31

Questa opera rappresenta l’essenza della donna.

La perfezione, bella senza nessun artifizio.  Trafitta, colpita a tradimento. Urla il suo dolore, indifesa e inarrendevole. Tenace e incrollabile, si regge sulle braccia stringendo una pietra nella mano pronta a rialzarsi.

Arturo Martini, La lupa, 1930-31, terra refrattaria, cm 87x137x64 Antwerpen, Museo Middelheim

Pensieri in libertà

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: