Intercity Notte

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Ore 0:15, è sempre puntuale il treno di Maura. Gino aspetta di sentirlo passare, di là dal fiume, pochi metri in linea d’aria. L’Intercity Notte non ferma alla stazione e passa veloce. Maura sapeva scegliere. Lei conosceva bene i treni.

Il bicchiere vuoto, l’eco spento dalla galleria e il buio assoluto sono tutto ciò che Gino aspetta per chiudere le sue lunghe giornate. Domani la sveglia suonerà come ogni mattina, alla solita ora. La sveglia di Maura. Lei si alzava alle sei e trenta, metteva il pentolino dell’acqua sul fuoco e poi andava in bagno. Gino restava a letto ancora un po’. Ascoltava l’acqua della doccia scorrere e immaginava Maura sotto la doccia. Aspettava il brivido mattutino che quel pensiero scaricava ungo la schiena e innescava la molla che lo faceva alzare. In cucina l’acqua bolliva di già. Spettava a lui preparare le tazze con le bustine di te, i biscotti lo yogurt e i cereali, la marmellata le fette e la ricotta. Maura usciva dal bagno in accappatoio e si vestiva in camera. Gino sapeva che si infastidiva sentirsi osservata in quel momento del mattino mentre doveva decider che cosa indossare. Lei non si piaceva mai, aveva bisogno di solitudine per accettare i difetti e ignorare le sue imperfezioni. Un paio di prove davanti allo specchio e poi, convinta oppure no entrava in cucina per la colazione.

Gino trovava sempre il modo di entrare in camera mentre Maura provava i suoi cambi d’abito, fingeva di non guardare. Fingeva. Dieci minuti per la colazione, a volte un quarto d’ora, l’ultimo passaggio in bagno per lavarsi i denti e un bacio veloce al sapore di menta prima di uscire.

“Ciao, io vado. buona giornata ci vediamo a pranzo”.

Gino esce di casa alle otto, ma la sveglia suona ancora alle sei e trenta. Non ha toccato nulla. La segreteria telefonica porta ancora il messaggio con la voce di Maura. Le piante sono morte però. Quelle non le ha sapute curare. Molte altre cose sono cambiate. Il mobile bar è sempre vuoto, e sono le bottiglie di whisky a scandire i giorni che passano.

Ora le vite sono diventate due. Parallele. Scorrono sul binario che Maura ha voluto lasciargli in ricordi si sé.

Gino lavora, si ferma a pranzo con i colleghi, passa a far visita ai genitori e poi ritorna nel modo di Maura. Beve e aspetta il treno delle 0:15.

M.B.

 

Estratto di “Berta, la leggenda” – romanzo inedito

 

In occasione della rievocazione storica Il filo di Berta che inizia oggi, sabato 27 maggio, ecco un estratto del romanzo inedito

Berta, la leggenda

il filo di berta

La rivisitazione romanzata della leggenda nella libera interpretazione della  scrivente.

Fàbula

 Uno scalpitio di zoccoli esplose sui ciottoli davanti l’uscio. Uno schianto! Nessun preavviso, non ci fu più tempo. Lo spavento investì i giovani coniugi quando le guardie irruppero nella casupola sfondando il battente. Berta rimase paralizzata, ferma a piè sospeso tra il focolare e il tavolo, con in mano la zuppa di cavolo che serviva per cena a Raniero.

Non si mosse mentre i tre cavalieri armati di spada e catene prendevano di forza il suo sposo e lo portavano fuori.

Fu tutto un attimo, nemmeno il tempo di un urlo.

Attonita guardava la tragedia che si consumava davanti ai suoi occhi mentre la scodella fumante le ustionava le mani e, d’un tratto, un posto a tavola era vuoto.

Quelli erano i cavalieri dei signori da Montagnon; aveva riconosciuto lo stemma ricamato sui loro mantelli.

In quel frangente la sua vita finiva, portata via dall’onda violenta piombata nella sua piccola cucina e risucchiata dallo sventolio dei mantelli. Quei soldati le rubavano il centro di gravità delle sue giornate, scomparendo nelle tenebre della notte imminente. Raniero non c’era più.

Appoggiò la ciotola e corse fuori.

Il sole già calato oltre il profilo scuro dei colli lasciava l’alone rossastro a illuminare la sera di tardo autunno.

I cavalieri erano già lontani. Berta vide la piccola sagoma di Raniero che arrancava per star dietro ai tre senza cadere. Lui sapeva bene che una volta a terra sarebbe stato trascinato. I suoi carcerieri non si sarebbero mai fermati per farlo rialzare, per loro vederlo strisciare fino in cima al Monte Castello sarebbe stato ancora più divertente.

Era quella la destinazione, Raniero sarebbe stato ospite delle segrete dei signori da Montagnon. Per lui era riservata una cella fredda, sporca e puzzolente; quello era il suo prossimo alloggio e, forse, anche l’ultima dimora.

La paura aveva attraversato il corpo di Berta col soffio gelido della morte, lasciando il posto alla disperazione. Si precipitò dietro al piccolo convoglio urlando, piangendo e maledicendo. Con le braccia raccolse la gonna per liberare le gambe e correre più veloce, ma inciampò, perse uno zoccolo e scivolò dentro una pozzanghera. Rotolò nel fango e si ritrovò seduta per terra a gambe aperte come una bambola dimenticata. Rimase a fissare il suo amore, mentre scompariva nel buio tra la sterpaglia incombente lungo il sentiero, che, dopo la prima svolta, risaliva il crinale del monte verso il castello dei signori feudatari di San Pietro Montagnon.

Anche raggiungere il corteo, a cosa sarebbe servito? L’avrebbero cacciata a calci, se tutto andava bene, e chissà cos’altro. Era già stata una fortuna, che la casa non fosse stata data alle fiamme e lei picchiata a morte, o peggio, come era costume fare a chi, in debito con i feudatari, non pagava le tasse o tardava a saldare la decima.

Infangata fino ai capelli si rialzò, confusa. Rientrò in casa e sedette a tavola sulla panca, ancora calda, dove pochi istanti prima sedeva Raniero. Abbandonata allo sgomento, col capo appoggiato sulle braccia, pianse fino ad addormentarsi.

-sulla strada del Monte Castello che conduce al palazzo dei da Montagnon. Berta, la filatrice inginocchiata ai piedi dell’Imperatrice Bertha di Savoia regina di Franconia implora la grazia –

 “Regina mia bella ti prego, ti supplico, voi che siete bella e buona, aiutatemi e concedete la grazia al mio Raniero, ti prego mia bella regina”

“Ma che vuoi brutta pezzente come ti permetti di avvicinarti alla regina senza essere invitata? Via, via, va via!”

“No. Ferme. Che cosa dice questa donna? Perché piange? Chi devo salvare? Che cosa chiede? Lasciatela parlare.”

“Mia regina è solo una poveraccia che chiede la grazia per il suo innamorato” … “El mario l’è sta’ arrestà perché non ha pagà la decima…” “Il sior Montagnon ha aspettà tanto, ma lu non ha pagà…” “Non paga e allora che cosa poteva far?” “Se non se ghe insegna ea creanza a sti vilani ignoranti dopo nissun paga pì.” “El sior l’ha arrestà e desso el spetta de castigarlo.”

“Le comari del corteo tentavano di allontanare la povera filatrice, che a loro parere infastidiva la regina, ma l’Imperatrice voleva sentire che cosa diceva la mendicante. Berta le stringeva il bordo della veste e lo baciava tra le lacrime. La Regina non prestava ascolto alle comari che le vociavano intorno insultando la poverella ed elogiando i signori Montagnon che erano stati fin troppo magnanimi per aver a lungo tollerato le mancanze del condannato. La poverella restava stesa a terra con le braccia tese a trattenere l’orlo della veste come fosse l’ultimo filo a cui legare la speranza di salvezza, mentre l’Imperatrice, un po’ spinta e un po’ tirata, pian piano si allontanava senza riuscire a staccare gli occhi dalla poveretta. Berta alzò il capo per guardare in volto la regina e incrociò per qualche istante gli occhi tristi dell’imperatrice, in quel breve frangente vi lesse la sua stessa disperazione. Anche la regina Bertha avvertì il comune triste dolore, ma lei nello sguardo disperato della povera contadinella vide ancora brillare il lume della speranza, quella speranza che col tempo invece in lei si era spenta. La povera regina aveva vissuto tutta la vita rincorrendo un sogno, e ora? Quel sogno regalatole alla nascita. Imposto. Quel sogno non suo, ma cresciuto con lei, che da piccina aveva vissuto nel mondo delle fiabe popolato di fate, re e principesse felici. Un sogno seminato, anzi, impiantato nella sua mente e che nel germogliare e crescere l’aveva convinta fosse quello l’unica fonte di felicità capace di colmare di gioia il suo cuore. Quel sogno però era presto appassito. Solo ora, in quel feudo sperduto ai piedi di un colle degli Euganei, in quel luogo che appariva magico, dove l’acqua evaporando guarisce i mali del corpo, la regina Bertha sprofonda in fondo agli occhi imploranti della povera filatrice. Diventare Imperatrice del Sacro Romano Impero aveva davvero fatto la sua felicità? Dov’era il suo sogno felice? Chi l’aveva sognato? Che cos’era stata la sua vita? Dov’era l’amore che culla le rapide della passione? Lei non aveva goduto del placido strabordio delle onde che si infrangono lente sulla sabbia. Lei aveva navigato le rapide violente, intervallate da brevi tregue e poi sbattuta sulla riva, a riprendere fiato. In fondo agli occhi della poverella aveva visto l’amore. Vedeva il dolore della separazione dal bene amato. Invece, lei? Avrebbe sofferto così tanto nel sapere in pericolo l’Imperatore suo marito? Lei che subiva gli amplessi violenti e aveva sopportato tutte le angherie e tradimenti per dovere di rango? Non avrebbe invece accolto come una liberazione quella separazione forzata, non aveva più volte desiderato di ritirarsi in qualche convento in cerca di pace?.”

 “…La povera regina era molto malata e soffriva di forti dolori. Facendo sosta al maniero dei Signori da Montagnon in cima al Monte Castello, dove oggi è rimasta in piedi solo una torre, avrà probabilmente fatto dei bagni salutari nelle acque termali. Le fonti termali hanno una lunga storia in ambito curativo e a Montegrotto, proprio sotto il colle del castello, più o meno dove ora c’è l’hotel Terme Preistoriche, doveva esserci un laghetto considerato addirittura sacro. Quella zona ha una storia antichissima. Sembra che lì sorgesse un santuario dedicato a una divinità salutifera, in grado di predire il futuro. Infatti, Mons Aegrotorum, significa monte degli ammalati. Qui sono stati ritrovati vasetti e altre cose in bronzo, rappresentanti varie parti del corpo. Si trattava di evidenti offerte votive alla divinità, date in dono per chiedere la guarigione.”

“…Montegrotto deriva da monte degli ammalati, invece Abano deriva da Aponus e dal greco a-ponos, il cui significato è toglie il dolore. Detto questo, la divinità adorata era Apono e al culto delle acque di Apono, si legò la figura mitica di Gerione.”

“Gerione, quello di Dante…”

… Berta, che, senza il suo Raniero, passava tutti i giorni a rincorrere i potenti signori del castello. Quando ormai le speranze la stavano abbandonando, la giovane si imbatté proprio nella regina Bertha, mentre si recava alla chiesa episcopale per assistere alla messa o forse mentre tornava dal bagno curativo al laghetto. Comunque appena Berta vide l’imperatrice, le corse incontro e le si buttò ai piedi in lacrime, sfinita da tanto dolore e ansia. Le baciò le vesti e la implorò di concedere la grazia al suo amato marito, ormai da tempo prigioniero nelle segrete del castello, dove il boia era già stato incaricato di giustiziarlo. La leggenda narra di una regina impressionata dal coraggioso gesto d’amore della contadinella per il suo Raniero. Forse rivide brillare negli occhi della povera pezzente, lo stesso amore, che un tempo l’aveva illusa, colmandole il cuoricino di fanciulla. Berta venne allontanata e cacciata dalle dame di compagnia, le quali formarono una sorta di barriera insormontabile intorno alla regina. Ma l’incontro di sguardi tra le due donne, lasciò il segno.”

“L’amore altera le immagini, amplifica le emozioni e aumenta la sensibilità.”

…“Allora, il mattino dopo era il giorno dell’esecuzione di Raniero. La regina aveva dormito poco quella notte e anche i brevi periodi di sonno, erano stati tormentati da incubi. Solo verso l’alba aveva ritrovato un po’ di tranquillità e riuscì ad assopirsi. Le ancelle la svegliarono quando il sole era già alto e in fretta l’aiutarono a prepararsi per assistere all’esecuzione. I signori da Montagnon avevano organizzato quel macabro spettacolo, come inizio dei festeggiamenti per il grande onore, che le loro altezze avevano regalato a quel piccolo feudo ai piedi dei colli Euganei.

 La regina dormì sonni agitati quella notte. Immagini confuse disturbarono il suo riposo, tant’è che il mattino dell’esecuzione faticò a riemergere dal torpore febbricitante, che le intorpidiva la mente. Rimase a lungo sospesa nell’atmosfera surreale del lago, dove sognò di essersi immersa per guarire dai dolori che le rodevano le ossa. Nel sogno notturno camminava lenta, lasciando che l’acqua salisse fino a coprirle le gambe, la pancia e il seno. Non vedeva più la riva, il vapore denso le riempiva gli occhi e un biancore fumoso filtrava la luce e copriva l’orizzonte. Anche le voci delle serve, rimaste a riva con i teli asciutti e le vesti pulite, arrivavano attutite, come provenissero da molto lontano. Una figura emerse, fermandosi sospesa sul filo dell’acqua. Sembrava un vecchio fantasma, i capelli e la barba lunghissimi si confondevano con le vesti bianche, ma gli occhi azzurri erano ben visibili, risaltavano come la Veronica Persica sul prato innevato e guardavano lei in modo inquietante. Non aveva paura, ma quello sguardo le trasmetteva una profonda tristezza. La presenza non parlava, non si muoveva nemmeno, immobile e sospesa un metro sopra di lei, non smetteva di fissarla. Un dolore le strinse il cuore, sentì un forte desiderio di pianto che le serrò la gola. Non riusciva a parlare. Avrebbe voluto chiedere chi fosse, il suo nome, che cosa volesse, perché la guardasse con tanta insistenza e se avesse un messaggio per lei, ma non riusciva a emettere alcun suono. Pensò di essere diventata muta. Solo il pianto le venne spontaneo, null’altro riuscì a fare. Sciolse la stretta al cuore, liberando un muto lamento, trasportato dai rivoli di lacrime. Anche il vecchio piangeva. Le lacrime caddero mescolandosi con le acque del lago e quelle gocce, cadendo, formavano dei grandi cerchi concentrici. Il lago assorbì quel pianto e lo fece suo.

Il torpore lasciato dal sogno non l’abbandonò per tutto il giorno. Mentre le serve la alzavano dal letto e la vestivano, lei continuava a chiedersi: chi era quel vecchio che le era apparso? Perché era venuto a disturbarle il sonno col suo carico di tristezza? Questi pensieri pesavano sul capo della regina. Le dame non fecero molto caso al suo stato, sapevano che la regina soffriva tanto e pensarono fosse in preda a uno dei suoi dolori. In rispettoso silenzio l’accudirono e l’accompagnarono dal re che l’aspettava per scendere in piazza e assistere alla festa.

Il corteo con i nobili e i reali, scortati dalle guardie scesero dal colle e presero posto sul palco d’onore nella piazza, dove era stato alzato il patibolo. Arrivò il prigioniero, in catene. Si vedeva che era molto provato dai lunghi giorni trascorsi nelle segrete del castello. A stento si reggeva in piedi. Dietro incedeva lentamente il massiccio boia incappucciato, che teneva appoggiata a una spalla la scure affilatissima. Raniero sembrava rassegnato e pronto ad affrontare il suo destino. Berta tra la folla si disperava, trattenuta dalle comari, cercava di toccare per l’ultima volta il suo amore. Sul patibolo, il ceppo decapitale, ancora insanguinato dall’ultima esecuzione, aspettava di assorbire altro sangue.

La regina stava seduta immobile e sembrava assente, invece la sua anima era tra la folla. Sentiva viva in sé la sofferenza di Berta, la rassegnazione di Raniero e la pena del popolo. Condivideva il dolore di un grande amore reciso con violenza e rammentò il sogno. Il sogno ora le stava svelando il suo messaggio. D’un tratto capì. Che cosa chiedeva la plebea ignorante, che qualche giorno prima le era caduta ai piedi, baciandole la veste? La poverina chiedeva la grazia per il suo amore. Gli occhi azzurri gonfi di pianto, sognati nella notte appena trascorsa, erano lì, in quella piazza, erano gli occhi di Berta, del popolo e di quella magica terra, che stava per essere violentata. Ora tutto era chiaro. Il sogno trovava il suo significato e lei capiva perché il destino l’aveva condotta proprio lì, in occasione di quel tragico evento.

Raniero era ormai sul patibolo e la sua testa appoggiata sul ceppo. Sapeva di essere morto e non pose nessuna resistenza. Berta piangeva, in silenzio, soffocata dalle lacrime, capace solo di un flebile lamento.

Il boia era pronto, sollevò la scure e in quell’istante la regina si destò, di scatto balzò in piedi, urlando: “No! Fermo!”

Tutta la piazza trattene il respiro. Il boia fu vicino a perdere l’equilibrio e a stento trattenne la scure, che già aveva iniziato la sua discesa.

La regina si accostò al re consorte e gli sussurrò alcune parole all’orecchio. L’Imperatore si staccò da lei, osservandola incredulo, ma poi continuò ad ascoltare le sue parole e alla fine annuì. Le sorrise benevolo, si alzò e con immensa dolcezza la aiutò a sedersi. La Regina crollò sul trono stremata, ma ora sollevata e felice. Gli occhi di tutti erano puntati su di lei. Quindi il re si pose in piedi al centro del palco a occupare la scena. Con gesto maestoso del braccio si liberò dal mantello e la figura regale riempì gli occhi di tutti i presenti.

“Fermi!” disse. “Ve lo ordina il Re. Io, Rex Romanorum Enrico IV Imperatore del Sacro Romano Impero, vi ordino di fermarvi. Sua maestà Bertha di Savoia, Imperatrice del Sacro Romano Impero, ha deciso di concedere la grazia a quest’uomo. In questo luogo benedetto da Dio, dove da secoli il corpo trova guarigione e dove le anime sofferenti arrivano in cerca di sollievo, la regina, mia diletta consorte, non vuole che la nostra presenza sia ricordata come un giorno di lacrime, dolore e morte. Se oggi le lacrime bagneranno questa terra, saranno solo lacrime di gioia e felicità. Come primo gesto da Imperatrice, la vostra soave regina ha deciso di concedere la vita a questo suddito e stabilisce che gli vengano condonati tutti i reati. Quindi io vi ordino di liberarlo subito.”

“Berta gheto sentio? Ciò, ehi Berta!”

“Berta Raniero el xe libero.”

“Berta non te si mia contenta, va a torte to mario, dai!”

“Che bona sta regina.”

“Che bel gesto che ea ga fato”

“Ma Berta dove che te cori? Raniero el xe da staltra parte.”

“Dove che la va? Ea xe deventà mata!”

Berta in preda alla felicità, in un impeto di riconoscenza e per ringraziare la Regina dell’immenso dono concessole, corse a casa e aprì il cassone dov’era custodito il rocchetto di lana che lei, con le sue mani, aveva filato durante i lunghi giorni di prigionia di Raniero. Quella lana lavata con le lacrime versate nel filarla, doveva servire a tessere la veste di sepoltura di Raniero. Una lana finissima, morbida e inzuppata dell’amore riversato nel pianto. Berta prese la matassa, la strinse al petto e corse attraverso il parapiglia della piazza, facendosi largo per raggiungere il palco reale. Superò la folla, che acclamava gli Imperatori, riuscì ad arrivare fino ai piedi della Regina. Quando le fu davanti, si stese a terra, sollevando e reggendo in alto il rocchetto di lana.

“Mia bella Regina, mia salvatrice, non ho nulla per ringraziarti, ma ti dono l’unico tesoro che posseggo. Spero che questa lana, che ho filato con amore possa riscaldare il tuo cuore.”

La Regina abbassò lo sguardo, tentando di distinguere la contadinella in quel fagotto di stracci, che d’un tratto si era accasciato ai suoi piedi e dal quale spuntavano due piccole mani con una matassa di lana. Prese il rocchetto e le due donne si guardarono.

Quella poveretta le donava tutto ciò che aveva, il suo unico tesoro. In quel breve istante pensò a quello che era stata la sua vita. Aveva avuto tutto, ma le mancava l’unica cosa, che aveva desiderato fin da bambina.

Il suo cuore, inaridito nel gelo della solitudine aveva atteso per anni il calore del sentimento. Adesso, davanti a lei, c’era una povera pezzente, che nulla aveva mai avuto dalla vita, ma possedeva un cuore, il cui forte battito d’amore era il più grande dei privilegi. Capì che per lei non c’era più tempo, non c’era una seconda vita da vivere per recuperare l’amore negato. Ma quella giovane donna innamorata, alla quale lei aveva appena ridato la speranza, le regalava un momento di felicità. Si prese la libertà di godere della gioia di un’altra donna. Come nel sogno, Bertha sciolse la stretta al cuore e liberò uno slancio di generosità. Fece alzare la poveretta e le disse a gran voce:

“Tu ora con questo filo traccerai un confine e tutta la terra che riuscirai a racchiudere nel cerchio risultante sarà tua. Così sarà affinché tu possa vivere il tuo amore, senza mai più temere per la tua salvezza e per la vita del tuo amato. Ora vai e vivi felice.” Poi guardandola negli occhi, a bassa voce in modo che nessuno sentisse, le bisbigliò: “Sii felice.”

Monica Bauletti

Didone, amica mia.

didone abbandonata

 

Sulla veranda invasa dal sole, la sedia a dondolo aspetta l’ospite. Il sole al crepuscolo non brucia più e trasforma in oro ogni cosa. È l’ora in cui il giorno muore portando con sé fatiche e doveri. Puntuale Agata arriva, si adagia piano e asseconda il dondolio che culla il piacere del riposo.

Un sollievo le gonfia l’esile petto. È questo il momento solo suo, sulle ginocchia tiene un libro importante. Prima di correggere gli occhiali sul naso distrae lo sguardo all’orizzonte dove vanno a dormire mille e più fenicotteri rosa. Lo spettacolo che la natura le offre, nell’ora serale, ben concilia la lettura. Per nulla al mondo permetterà mai alla vita di rubarle quel momento di solitudine.

Le letture, mai casuali, la guidano nel limbo che connette i suoi sensi, e le antiche eroine le parlano.

Agata legge seguendone la scia discreta e cortese lasciata dal passaggio, ne insegue il profumo, coglie i sorrisi, le emozioni, le paure e le gioie. Calpesta le impronte rosa sulla trama storica zampettando tra le pennellate sparse da pittori distratti, come pietre colorate su torrenti a tratti impetuosi e poi placidi.

Didone l’aspetta sul ciglio del tempo. Agata aggiusta gli occhiali, ma non legge, appoggia la testa allo schienale imbottito e chiude gli occhi, la mano accarezza lenta l’Eneide che giace paziente sul grembo, il segnalibro di seta viola apre al libro IV.

“Didone, amica mia, come stai?”

“Sto qui, sospinta dal vento di qua, di là, di giù, di sù, dove m’incontrò Dante nel suo peregrinare e dove il mio peccato mi ha condotta. Ma quale fu la mia vera colpa? Ché se amare è davvero peccato, allora sarò mille e mille volte colpevole ancora. La vita mi ha donato gioie la cui grandezza misurò sui dolori inferti. Tanto fui felice e tanto patii. M’innamorai, fanciulla, di un grande uomo. Sicheo era il sacerdote di Eracle, ricco e potente. Da lui appresi la saggezza, e con lui divenni donna. Il mio amore era smisurato, mi votai a lui totalmente tanto era l’ammirazione che ho provato verso la sua persona.

Sono stata una fanciulla felice[1].

Dopo la morte di mio padre, mio fratello Pigmaglione ereditò il trono, ma temendo l’ombra del potere di mio marito e per impossessarsi di tutte le sue ricchezze, lo attirò in un tranello e lo uccise.

Il mio dolore fu immenso, la spada che trafisse il cuore del mio amato, lacerò anche il mio. Piansi e piansi sul suo cadavere e poi sulla sua tomba, ignara che la mano assassina era la mano che consideravo amica e a me tanto famigliare. Ma non fui mai sola. Sicheo non mi abbandonò mai, fu sempre accanto a me, mi parlava e mi consolava. Quando una notte apparendomi in sogno, come suo solito, mi svelò il segreto della sua morte e mi esortò a lasciare Tiro e a cercare una nuova terra. Quindi decisi di andare lontano. Riuscii a sottrarre a mio fratello le ricchezze che aveva rubato, le feci caricare su delle navi e salpai portando con me mia sorella Anna e uno stuolo di nobili e cittadini a me fedeli. Le navi fecero una prima tappa all’isola di Cipro. Qui i Fenici rapirono ottanta fanciulle da portare con come spose e proseguimmo verso occidente. Dopo molte peripezie, nell’anno 813 aC, sbarcammo in Africa.

Fu allora che lasciai Elissa e divenni Didone, cioè Colei che vaga….

Vidi un tranquillo e solitario porto naturale e ordinai alle navi di attraccare. Il capo della popolazione indigena, i Libici, che si chiamava Jarba, si presentò per chiedere che intenzioni avessi.

Jarba da subito manifestò interesse per la mia persona, ma la mia devozione a Sicheo era rimasta immutata. Lui era sempre con me. Mi appariva in sogno per consigliarmi e mettermi in guardia dalle insidie che il mondo nascondeva. Tuttavia stetti al gioco. Il capo degli indigeni che ci aveva accolti era uomo potente e desideroso di prendersi gioco di me. Ai suoi occhi apparivo come una donna sciocca, stanca e disperata che affronta i rischi del mare con una flotta di uomini e donne in cerca di terra dove mettere radici. Ingenua e inconsapevole di andare incontro a morte certa. Ero nelle sue mani, lui pensava. Quindi, come fa il gatto che stuzzica il topo morente, anche Jarba giocava con me ritenendomi ormai vinta. Già mi immaginava nel suo letto, bramava di possedermi soggiogata dal di lui potere e forse meditava di abbandonarmi una volta sazio. Quindi non si sottrasse al gioco quando gli dissi:

‘Vorrei comperare della terra – Lo sguardo malizioso e divertito tradiva i suoi pensieri e i piani notturni, ma io incalzai alimentando la sicurezza che ostentava con tutta la sua persona,- quanta ce ne sta sotto una pelle di bue distesa.’

Pattuimmo un prezzo e il capo accettò. Allora feci scuoiare un grosso bue, feci tagliare la pelle a striscioline sottilissime, ne feci una matassa e con questo filo circondammo una collina. Questa fu l’acropoli di Qart-Hacht, cioè Cartagine. Cartagine divenne in breve tempo potente, fiorente di commerci, ricca di belle costruzioni. I buoni rapporti con i Libici favorirono le attività nella nuova colonia fenicia. Io divenni la regina Didone, molto amata dai sudditi perché governavo con saggezza. Si erano già formate molte nuove famiglie fra i fenici e le donne rapite a Cipro. Invece io non desideravo nuove nozze. Ero fedele al ricordo del mio sposo morto, in suo spirito era sempre con me e non mi abbandonava un momento.  Accadde però un fatto che cambiò il destino mio. Jarba, il re dei Libici, mi propose di sposarlo. Forse fu amore, o ammirazione, o forse fu il desiderio di appropriarsi delle ricchezze e della potenza. Io lo rifiutai. Jarba insistette. Alle sue insistenze si unirono quelle dei sudditi che vedevano di buon occhio questa unione. Mi trovai costretta. Chiesi tre mesi di tempo per fare sacrifici in memoria di mio marito. Feci costruire una grande pira su cui sacrificai degli animali, poi alla fine, quando stava scadendo il tempo, salii sulla pira e mi trafissi con un pugnale”[2].

Questa è la mia vita, tramandata di bocca in bocca, come la scrisse Timeo, e Giuseppe Flavio e poi Giustino, ma il poeta Virgilio[3] cantò di me altre avventure, vicende nuove che portarono a Cartagine chi mi condannò all’inferno. Virgilio mi volle innamorata di Enea, sedotta e abbandonata. Ero una dea e mi rese mortale. Lui mi regalò una nuova gioia e una grande sofferenza e di me dipinse un’immagine di donna corrotta, tant’è che il poeta fiorentino mi vide nel secondo cerchio tra i peccatori, coloro che si macchiarono della colpa del suicidio, morti di morte violenta a causa dell’amore”.

“Cara amica mia, comprendo la tua indignazione. Tuttavia al poeta latino devi riconoscere il merito di aver resa famosa e ancora attuale la tua storia. È grazie alla drammaticità della tua morte, così come lui l’ha raccontata, che le tue gesta sono diventate famose e noi oggi sappiamo che la regina Didone ha fondato Cartagine. Attraverso il veicolo del romanzo, Virgilio ha raccontato la gioia dell’innamoramento e dei timori che accompagnano il sentimento che rende fragili e vulnerabili. Ha narrato il dramma di una donna sconvolta della passione e la disperazione per la perdita della felicità. Lui ha fatto di te un personaggio amato e compianto. Tu dici che ti ha resa mortale, ma non è così, in realtà ti ha resa immortale proprio perché capace dei sentimenti eterni. Sentimenti di donna, comuni a ogni donna a dispetto del tempo. Virgilio ha mostrato il lato umano della dea: una regina innamorata”.

“Dici bene: regina! Io sono stata una grande regina amata e rispettata dai miei sudditi per la mia integrità, per la mia dedizione e per essere stata fedele alla parola data, cosi come fui fedele al voto fatto sulle ceneri del mio amato marito che mai avrei tradito. E il tuo stimato Poeta mi rende una donnicciola frivola e superficiale che s’invaghisce e perde la testa per un avventuriero! Un uomo egocentrico e presuntuoso e che non capisce il valore del dono che gli dei gli concedono permettendogli di conquistare il mio cuore, e lo rifiuta pure! No, io ho saputo farmi beffe di capi potenti e ho tenuto a bada guerrieri a capo di regni sterminati e il tuo Poeta mi mette alla mercé di un presunto semidio senza patria né regno”.   

“Didone, la tua bellezza si esalta sorretta dall’indignazione che scaturisce da tutta la tua persona. Sei donna fiera e integerrima nel ruolo che ti sei scelta e che ha fatto di te la donna potente che fosti. Ma credimi se ti dico che la tua immagine a noi è arrivata integra, non viene scalfita dalla debolezza che ti rende umana, e completa la donna che sei. Nessuna donna avrebbe potuto restare indifferente alla magnificenza di un semidio, all’eloquenza e al fascino dell’avventuriero. Enea arrivò nella tua Cartagine come un vento impetuoso, mai freddo, ma travolgente. Il suo entusiasmo rapirebbe il cuore di qualsiasi donna, anche la più irremovibile. Le donne devono essere fiere delle loro debolezze perché è la parte debole a renderle uniche e migliori. Ma quanto è dolce lasciarsi rapire dai pensieri che sconvolgono l’anima e turbano i sensi? Virgilio ti ha resa protagonista delle fantasie intime di ogni donna. Interprete della favola.  

Enea con l’infelice Didone si prepara
a andare a caccia nei boschi, domani, non appena
il sole si alzerà rivelando il mondo coi raggi…;
bellissimo su tutti Enea s’offre di scorta
alla bianca Didone e unisce le due schiere…;
lui va per i gioghi del Cinto e raccoglie i capelli
fluenti adornandoli di flessibile fronda
e incoronandoli d’oro; i dardi gli suonano in spalla.
Non meno pronto e animoso veniva Enea, tanta
bellezza gli splendeva sul nobilissimo volto.

Intanto con un gran murmure il cielo si turba,
e arriva subito un nembo di pioggia mista a grandine:
spaventati i Fenici, i giovani troiani
e il dardanio nipote di Venere qua e là
si disperdono in cerca d’asilo per i campi;
impetuosi torrenti precipitano dai monti

Didone e Enea riparano in una stessa grotta.
Per prima la Terra e Giunone pronuba danno il segnale:
rifulsero lampi nell’aria a festeggiare l’unione,
e sulle cime dei monti ulularono le Ninfe.

“Virgilio è poeta fantasioso e assai romantico, ma un pochino distratto. Tu lo sai. Io non avrei mai potuto incontrare Enea, solo nel suo romanzo fu possibile ciò. Quando fondai Cartagine, delle ceneri di Troia non ne rimaneva nemmeno il ricordo. La citta di Troia aveva smesso di bruciare da oltre 300 anni quando io sbarcai in Libia, ma ai poeti sono concesse le licenze e i romanzi raccontano di eroi. E allora sia. Regaliamo il sogno.

“…ma una sera c’incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton
!”

(Come Pioveva Massimo Ranieri)

Monica Bauletti

[1] Questa è la storia secondo Timeo. Fu Timeo, storico greco del IV secolo a.C. a raccontarci di Didome, di lei parlò lo storico ebreo Giuseppe Flavio, del I secolo e Giustino, scrittore romano del II secolo, ma a fare della regina di Cartagine un mito fu Virgilio che della vita di Didone ne fece un romanzo, una commedia o meglio: un dramma.
[2] Didone fu venerata come dea dai Cartaginesi fino a che la città fu distrutta dai Romani.
[3] Virgilio si prende la licenza di modificarne il finale e la vuole innamorata di Enea, da lui sedotta e abbandonata. La sua è una licenza strategica che colloca Didone nei paressi della guerra di Troia (1250 a.C. o al 1194 a.C ) anticipando così di circa quattrocento anni la nascita di Cartagine (814 a.C.).

 

Villa Draghi, la sua storia e i suoi misteri

villa dragnìhi

Ieri sera allo IAT di Montegrotto Terme si è tenuta la la serata di formazione per reclutare volontari ciceroni e non, da impiegare durante l’apertura di Villa Draghi, che sarà il prossimo 23 aprile, e nelle domeniche a seguire fino alla fine dell’estate. L’associazione culturale non profit che promuove la valorizzazione il complesso di Villa Draghi e parco, nella persona di Loris Sguotti, amministratore del consiglio direttivo, ha invitato Claudio Grandis a riassumere in breve la storia di Villa Draghi.

cladio grandis
Claudio Grandis

È stato subito chiaro che sintetizzare 4 secoli di vite, 400 anni di anime che hanno abitato il Palazzo fatto costruire dall’illustre veneziano, sig. Lucatello sul poggio sotto Monte Alto, e la più recente villa che possiamo visitare oggi: Villa Draghi, non era facile. D’altra parte non è stato nemmeno facile, per Claudio Grandis ricostruire la vita e i passaggi di proprietà di quel sito.

È stato molto affascinante sentire come Claudio Grandis ha svolto le sue ricerche, partendo da un unico indizio, un nome: Alvise Lucadello (1632-1713).

http://www.associazionevilladraghi.it/wp-content/uploads/2016/04/Claudio-Grandis.pdf

Seguendo questo link potete leggere i “Frammenti di storia” che, con tenacia e pazienza, Grandis è riuscito a mettere insieme per ricomporre la linea del tempo su cui collocare le vite vissute a Villa Draghi. Il suo è stato ed è tuttora, un lavoro attento all’inseguimento di codicilli, postille e note, contenute in atti notarili, testamenti, e passaggi di proprietà. Le soddisfazioni più grandi sono arrivate dalla consultazione dei testamenti, ci dice Grandis. E ce lo dice con commozione e grande entusiasmo.

L’attività dello storico è paragonabile al cercatore d’oro. Il tesoro che trova non è monetizzabile, non è quantificabile ed è fonte di nuove curiosità. Lo storico è afflitto da un’insaziabile sete che si placa, a tratti, solo quando una fonte rivela i suoi segreti. Quando alla curiosità dello storico si abbina la creatività e l’empatia verso le persone che hanno vissuto, sofferto, gioito lasciando le tracce seguite, si può raggiungere quella che io definisco la sublime esaltazione che illumina gli occhi della meraviglia di chi scopre, di chi conosce, di chi trova la verità.

Una sensazione tipica nei bambini quando imparano e che gli adulti spesso perdono nella convinzione di conoscere già. Una grave perdita: l’umiltà. Un ostacolo alla felicità: la presunzione. È invece una porta sempre aperta: la curiosità.

Sono ancora molte le storie che si possono recuperare, gli aneddoti che si annidano nella memoria dei nonni, magari custodite nei cofanetti dei segreti o nei pacchi di lettere col fiocco rosso. Villa Draghi ha ospitato personaggi illustri di cui non conosciamo niente, ma che hanno lasciato una forte impronta. Chi era Giovannina, l’ultima proprietari a della villa?, e la sorella Rita (Margherita)? Perché vivevano in gran riserbo e non permettevano a nessuno di entrare in casa loro e nemmeno di guardarle in faccia?, quale mistero nascondevano.

La fantasia si scatena quando il mistero si infittisce e tutto sembra diventare possibile. Allo storico basta una traccia, una voce per scatenare il desiderio di sapere e la spinta per iniziare la sua ricerca. Abbiamo tanto da scoprire in questa nostra Italia e tante meraviglie che ancora possono illuminare gli occhi di chi ha desiderio di sapere.

L’associazione Villa Draghi cerca volontari che dispongono di tempo da investire nel progetto di apertura al pubblico della Villa. Chi desidera passare alcune ore godendo della bellezza della villa contribuendo alle iniziative dell’associazione può mettersi in contatto on le associazioni che si occupano del progetto: Associazione Villa draghi, associazione itaka e associazione giovanile Ikaro

www.associazionevilladraghi.it

https://www.facebook.com/AssociazioneVillaDraghi/

https://www.facebook.com/associazioneitaka/?fref=ts

https://www.facebook.com/associazioneikaro/?fref=ts

M. B.

SVEGLIARE I LEONI – La mia opinione

 

Svegliare i leoni

Ayelet Gundar-Goshen

SVEGLIARE I LEONI
Tradotto da:O. Bannet, R. Scardi
Editore: Giuntina
Collana: Israeliana
Anno edizione: 2017

Pagine: 318 p. , BrossuraEAN: 9788880576679

SVEGLIARE I LEONI mi ha messa in difficoltà. Subito, fin dalle prime righe.

L’ho letto. Per una settimana ho cercato di scriverci su una recensione, ma non trovavo un’interpretazione che mi desse soddisfazione. Di solito, quando un libro mi entusiasma, la recensione esce fuori da sé, cola come lava da un vulcano in piena attività. Con questo libro non è successo.

Una parte di me chiedeva all’altra -ma a te piace? A me no- e l’altra rispondeva – no, ma è bello-.

In realtà il libro è bello. Ma c’è un ma. Ed è tutta colpa di Michela Murgia.

Ho iniziato a leggere questo romanzo galvanizzata dalla presentazione che la Murgia ha fatto a “Quante storie” (su Rai tre). Lei l’ha definito un romanzo avvincente che cattura il lettore fino alla fine e che non si può resistere alla curiosità di saper come finisce.

Non ho provato nulla di tutto questo. Pur avendolo letto con interesse, l’unico momento davvero avvincente è stato alla fine, le ultime pagine, dove c’è l’unica scena davvero dinamica, ma che l’autrice ha ben saputo spegnere tirando per le lunghe gli avvenimenti con le indagini psicologiche dei pensieri che occupavano le menti dei protagonisti, così come ha fatto per tutta la durata del romanzo. Secondo il mio giudizio Michela Murgia ha fornito un’errata chiave di lettura. Non è un libro dinamico che avvince e coinvolge il lettore, tutt’altro. Secondo me l’autrice pone il lettore in platea, lo mette comodo comodo seduto in poltrona e gli rifila un pistolotto fatto di indagini psicologiche sulle cause ed effetti delle scelte dei personaggi. Per quanto sia dinamica e avvincente la trama, tutto è sapientemente spento e tenuto soffocato da questo dilungarsi in spiegazioni sul perché il tal personaggio si comporta nel modo che porta alla costruzione della trama: cause ed effetti. L’autrice spiega le motivazioni profonde che conducono i personaggi ad agire nell’unico modo che la sua indagine psicologica rende plausibile. Il tutto spiegato dalle esperienze e/o traumi che ne formano il background. Motivazioni a mio avviso discutibili e altrettanto opinabili le scelte. Tuttavia l’autrice è molto brava a raccontare e nonostante la pesantezza di certe lungaggini, tutto quello che descrive stimola interesse.

Ayelet Gundar-Goshen racconta cose complesse con semplicità. Emerge fin dalle prime pagine una profonda conoscenza della psicologia, non è un caso, è laureata in psicologia chirurgica.

Il “modus narrandi” sviluppa negativi in rapida sequenza che proiettano un film fatto di immagini in bianco e nero. La vita del protagonista scorre davanti agli occhi del lettore, come sullo schermo del cinematografo, senza enfasi, senza pathos. Il protagonista e tutti i personaggi hanno una chiara identità. Le loro azioni sono descritte con stile chirurgico. È come se l’autrice parlasse della loro vita operando una vivisezione celebrale con il paziente sveglio, dove lei tocca una zona della corteccia e provoca un’azione, ne tocca un’altra ed ecco la reazione, e così via.

Leggere questo libro è stato un po’ come navigare su un placido fiume infestato di coccodrilli a bordo di un solido battello. Distante dal pericolo con la curiosità che suscita il pericolo. Sicuri che tutto ciò che accade riguarda altri e i presenti sono esclusi.

Ci sono situazioni che ho trovato poco credibili, costruite ad arte per reggere la trama, ma accettabili.

Questo è il miscuglio di sensazioni che ho provato leggendo questo libro. Libro che definirei libro camaleonte. Un libro che, a mio parere, può cambiare colore a contatto con le mani del lettore. Una caratteristica pregiata per un romanzo, come ce ne sono pochi.  Un libro profondo che penetra tra le pieghe dell’anima dei personaggi, ne svela le fragilità e la forza interiore, stendendo il tutto davanti allo sguardo di chi legge.

Nonostante un impatto deludente, causato da un errato approccio e da un entusiasmo indotto dalle parole di Michela Murgia, devo dire che mi è piaciuto. Le due parti di me sul finale si sono accordate e entrambe hanno trovato soddisfazione.

È un libro che consiglio, si presta a diverse e multiple chiavi di lettura. Ogni lettore può farlo proprio e personalizzarne il messaggio. 

Un denominatore comune? Il dubbio.

Monica Bauletti

il sapore dell’incenso

 

 

carpine-calvene-VI

 

C’è un giovane e pallido sole che accarezza dolce i germogli. I rami del tiglio sono appena macchiati di verde, tra pochi giorni la chioma esploderà e del marrone che ora incombe, rimarrà ben poco. Ho ancora la coperta di lana merinos sulle ginocchia, quella morbida e soffice che mi regalasti tu l’ultimo natale, quando ancora c’eri. Da quando te ne sei andato il tempo ha il sapore dell’incenso. Non mi abituerò mai alla tua mancanza, ora lo so. Ho perso la parte di me che trovava spazio in te. Si è chiuso il portone al di là del quale liberavo l’indole selvaggia. Non sarò mai più spontanea. È forse questo il significato profondo dell’intimità? È dunque questo l’amore? Il filo che cuce due anime in un solo vvestito?

Ho messo ordine dentro gli armadi. Ho spolverato i trofei. La rosa eterna è sulla mensola accanto alla foto di noi. Passo il tempo a contemplare i lembi sfilacciati dallo strappo e a colmare i vuoti con i ricordi. Tra i rami il merlo ha iniziato a costruire il nido. Io mi stringo al petto la coperta merinos a calmare i brividi del cuore

 

M.B.

Storia triste

Risultati immagini per abbandono

 

Conobbi Nicola circa venti anni fa. Aveva solo 14 anni. Veniva da noi, già appassionato di informatica, per acquistare schede madri, CPU e altri componenti, per costruirsi da solo il suo computer. Sapeva il fatto suo ed era preparatissimo. L’ho visto crescere. Passava spesso da noi, ci aveva adottati come fornitori preferiti perché ci sapeva disponibili a consigliarlo e ad assisterlo in caso di necessità urgenti, anche se non ne ha mai avuto veramente bisogno. Inutile dire che si è laureato in ingegneria elettronica, ma si è specializzato in programmi software abbandonando l’hardware. Una volta imparato a comporre il suo PC ha perso interesse e si è lasciato affascinare dalle più ampie soddisfazioni che offre la costruzione di software. Tra Padova e Milano era spesso in viaggio, ma questo non gli ha impedito di formarsi una famiglia, ho conosciuto la moglie. I clienti che hanno cominciato a venire da noi da ragazzini vengono orgogliosi accompagnati dalle compagne a fare acquisti, è come se tacitamente volessero affermare la loro maturità. A me fanno una gran tenerezza perché mi sembrano sempre piccini, come il primo giorno che li ho visti entrare in negozio un po’ impacciati anche se sicuri dei loro acquisti. Ho sempre imparato molto dai ragazzi. Arrivano informatissimi e devo essere pronta a rispondere alle loro richieste, questo mi costringe a tenere il passo studiando e tenendomi al corrente sulle novità del settore. Nicola aveva fatto carriera e si era fatto una famiglia. Aveva una moglie e due figli, un maschietto che gli assomigliava molto e una bellissima bambina down, dolcissima e adorabile. Non l’ho mai visto triste o arrabbiato, neanche quando passò per ordinare due nuovi notebook a breve distanza. Mi meravigliai del nuovo ordine a e gli chiesi come mai gliene servivano altri due uguali a quelli appena presi, che cosa non era stato dei precedenti? Gli erano stati rubati, mi disse. Erano entrati i ladri in casa e avevano trovato il suo notebook e quello della moglie comodi comodi nelle valigette in ingresso, dove li avevano lasciati pronti per portarli al lavoro il giorno dopo. Era contento di non aver perso i dati perché il ladro non si era accorto del NAS e tutti gli archivi erano salvati lì. Mi ha spiazzato la sua serenità e quel sorriso che i ladri non erano riusciti a rubargli. Stavo male io per lui e ho fatto tutto quel che potevo per compensare in parte, nei limiti delle mie risorse, al danno subito.

Doveva passare a ritirare un pezzo che aspettava e mi informò via mail che sarebbe passato con qualche giorno di ritardo perché si trovava all’ospedale, ma mi assicurava che appena uscito sarebbe venuto. E così fu. È arrivato e sul momento non l’ho riconosciuto, la sua chioma bionda e riccia non c’era più, ma gli occhi azzurri, e quel sorriso limpido era inconfondibile. Gli ho consegnato il suo ordine e gli ho chiesto, con prudenza, che cosa fosse successo. Sto facendo la chemio, è stata la sua risposta, detta con un tono talmente naturale che veniva vogli a di digli: bravo. Non ho avuto il coraggio di chiedergli nulla, se non fosse stato per i capelli che non c’erano più non avrei mai detto che stava male, tant’è che quando è uscito l’ho salutato e  gli ho fatto un grosso imbocca al lupo più scaramantico che preoccupato. Ero certa che sarebbe guarito, ne era certo pure lui. Qualche giorno fa ho saputo che è morto. Il tumore si è preso la sua giovane vita. Da allora non mi do pace e penso a lui ogni giorno, penso a quanto è fragile il filo che ci tiene sospesi sul confine del prima e del dopo. È terribile la tristezza che cala sulla fine prematura di una vita promettente, in piena fioritura con tanto, tanto futuro ancora da vivere. È una rabbia disarmata che investe l’anima di chi perde il piacere di vedere ancora quel sorriso limpido e sereno, imperturbabile difronte ogni avversità.

ISABELLA

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Abitavo in via dei Cherubini al numero otto interno 6. Due piani sopra ci stava una puttana.

Isabella non è nata puttana. Ricordo molto bene il giorno del suo arrivo, era il primo giorno dell’esame di matura. Quando rientrai dalla prova scritta, mia mamma era raggiante, mi disse: è nata Isabella, una bellissima bambina di tre chili e duecento cinquanta grammi. Un fagottino che così bello non ce n’è.

Mia mamma ha avuto solo me e diosolosà quanto avrebbe desiderato una femmina. Quindi esultava ogni volta che ne nasceva una.

Isabella però era davvero molto bella e non si è mai guastata crescendo.

La ricordo il primo giorno di scuola. Io avevo il più importante colloquio di lavoro della mia vita. Si presentò davanti alla porta di casa col grembiulino bianco, le treccine ben acconciate e lo zainetto rosa di una certa fatina con le ali. Ne andava molto fiera e non vedeva l’ora di mostrarsi perché le facessi i complimenti. Era una bambina molto timida, non parlava con nessuno, ma con me chiacchierava di continuo. Oggi parla con tutti, con me non parla più.

Io non abito più in via dei Cherubini, ma ci torno con regolarità a trovare la mamma che ancora si ostina a tenere quella casa scomoda e vetusta. Dice che i muri la conoscono, le vogliono bene, le parlano e le ricordano tutte le cose che dimentica. Una casa nuova non la saprebbe amare altrettanto, la tratterebbe da estranea facendole dispetti e nascondendole tutte le cose a cui tiene di più. Mi sono rassegnato. E faccio kilometri e kilometri più volte la settimana per farle visita e portarle la spesa. Le porto solo le cose ingombranti e pesanti, per tutto il resto ce la fa ancora da sola.

Incontro Isabella per le scale qualche volta, la saluto con la solita cordialità, ma lei abbassa lo sguardo e, schiva, mugugna un saluto. Almeno credo sia un saluto, potrebbe essere un vaffanculo per quel che capisco. Quindi mi sono molto meravigliato quando, quel mattino che portavo il fustino di detersivo per lavatrice e la confezione di ginger che alla mamma piace tanto, Isabella mi corse incontro sulle scale fissandomi dritto negli occhi, affannata e molto spaventata. Non me lo aspettavo, lì per lì pensai che ci fosse qualcuno dietro di me e che lei accogliesse un altro. Fu uno shock capire che ero io.

Era sconvolta, questo lo notai al primo sguardo. Parlava senza prendere fiato mettendo insieme parole sconnesse. Mi fermai a metà scala e appoggiai il mio carico. Le afferrai le braccia. Anche se lei era un paio di gradini sopra di me, riuscivo a guardarla dritto negli occhi. La scossi appena un po’ come facevo con la mia vecchia radio quando emetteva suoni fastidiosi. Che scemo!, come se i fusibili dissaldati potessero essere paragonati alle sinapsi in corto circuito. Tant’è che funzionò. Si calmò e prese fiato.

Aveva un ospite. Uno nuovo. Doveva essere l’ultimo, mi disse, aveva discusso la tesi di laurea già da una settimana ed era pronta a partire. Aveva messo da parte abbastanza soldi per trasferirsi e cambiare lavoro, ma adesso, con quel tipo nella sua camera da letto. Era la fine. Cominciò a piangere.

Si era laureata? Voleva partire? Era pronta a ricominciare? Mi resi conto che non sapevo nulla di lei.

Quel suo primo giorno di scuola, tanti anni prima, fu anche il mio primo giorno di lavoro. Un importante studio legale mi assunse e da allora ne ho fatto di strada e non solo perché ho cambiato casa e città. Mi sono allontanato dalla mia prima vita e da tutti quelli che ne facevano parte, Isabella per prima. Solo con mamma sono rimasto in contatto. La mia non è stata vanità, è stata una conseguenza. Non ho mai disprezzato Isabella per il lavoro che faceva, anche se non l’approvavo, ma mai avrei immaginato che lo facesse per mantenersi agli studi. Certo è che avrei potuto immaginarlo, o almeno chiedermi perché una ragazza come lei si prostituisse. Inutile recriminare, ora la cosa sorprendente era che in un momento così critico lei decidesse di rivolgersi a me per chiedere aiuto.

Era rimasta orfana appena maggiorenne. A quel tempo io mi ero allontanato già da una decina d’anni. Aveva perso entrambi i genitori in un incidente stradale. Nel condominio tutti pensarono che avesse ricevuto un sostanzioso risarcimento dall’assicurazione perché continuò ad abitare nella casa senza fare nulla. Poi si scoprì che riceveva ospiti e quando cominciarono a essere sempre diversi, si diffuse la voce che fosse diventata una squillo. Io subii l’effetto delle chiacchiere e mi disinteressai. Adesso, ascoltandola, mi sentivo sempre più un verme. Un senso di colpa e di pena mi investì.

Anche sconvolta era bellissima. Gli occhi lucidi e smarriti, le labbra tremolanti e la fronte corrugata non scalfivano il suo fascino. La feci sedere sulle scale per paura che svenisse, era bianca come il marmo che rivestiva la parete della tromba delle scale. Ritrovarmi seduto sui gradini accanto a lei come spesso facevamo circa vent’anni prima, cancellò tutto il tempo trascorso. Come allora lei mi parlava e in pochi minuti colmò il vuoto di quel lungo periodo di silenzi.

La causa di tanta disperazione era il cliente che giaceva nel suo letto; a suo dire: era morto. Non sapeva cosa fare. Il tipo era sposato e come se non bastasse era anche famoso.

Continuava a torturarsi le dita delle mani, poi si copriva il viso premendo forte sugli aocchi e sulla bocca. Era in preda al panico. Cercai di calmarla e di convincerla a farmi entrare in casa per verificare se il tipo fosse davvero morto. Poteva essere solo svenuto.

L’appartamento era come me lo ricordavo, lindo e luminoso, nulla era cambiato da quando, ragazzino, venivo a giocare con lei. Le avevo insegnato io a camminare.

Il tipo era steso a letto, sembrava dormisse. Provai a tastargli il polso e mi parve di sentire un leggero battito. Chiamai subito il centodiciotto, non c’era tempo da perdere. I medici del pronto intervento avrebbero fatto il dovuto con la massima discrezione.

Tutto si risolse senza conseguenze, almeno per Isabella. Del tipo non mi interessai più, seppi solo che era stato un piccolo infarto, poca cosa. delle conseguenze del fatto sulla sua vita famigliare non ne seppi mai niente.

Ora Isabella vive con me e lavora nel mio studio.

Monica Bauletti

Maurella

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Maurella lavora al Boc, ma nessuno la vede. Lei fa le pulizie con discrezione e in silenzio. Entra nelle stanze vuote pulisce veloce, ma con cura, e poi va via prima che qualcuno arrivi. Maurella conosce a memoria gli orari e le abitudini di tutti quelli che lavorano lì, ma nessuno conosce il suo nome. Per tutti lei è la donna delle pulizie. A volte li incrocia in piazza o al bar, lei sa tutto di loro, conosce gusti, vizi e virtù di ognuno. Più vizi che virtù, ma non dice mai niente a nessuno. Per esempio, lei sa che chi occupa la seconda stanza del primo piano, mangia tutti i giorni un’arancio. Il rettore sta cercando di smettere di fumare da più di un anno. C’è uno che si fa la barba durante la pausa pranzo. E la signora che lavora nell’ufficio amministrativo non sa che la collega è l’amante di suo marito. Maurella deve tenere ben a mente il calendario perché a una certa ora di un certo giorno della settimana in un certo ufficio dell’ultimo piano è meglio non disturbare. A ogni faccia lei sa dare un nome e attribuire un difetto, ma c’è una stanza, una stanza che lei pulisce con tristezza e ogni volta che spolvera la scrivania non può fare a meno di sentire una stretta al cuore e le prende la commozione. È la stanza al piano terra, quella in fondo al corridoio, ci lavora Carla Zabai, docente di filosofia. Ha una foto incorniciata. La ritrae sorridente. Non le assomiglia più. Carla ora ha una faccia diversa, gli è stata ricostruita con la chirurgia plastica. Le hanno trapiantato la pelle dall’interno coscia per coprire la cicatrice lasciata dall’acido. Carla aveva un marito e due figlie, ora ha solo una foto. Insegna filosofia e lavora nell’ultima stanza al pianoterra de Boc.

 

Monica Bauletti

L’altalena

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Sull’altalena ride felice la bimba mentre vola, i capelli sciolti sfiorano il ghiaino e con i piedi punta verso il cielo azzurro. E tu catturi quell’attimo felice, sorridi e vedi tutto quel che non sei più. D’un tratto senti estraneo il tuo mondo e la terra lascia posto al vuoto sotto i piedi.

Manca il contatto, la comprensione e la benevolenza altrui che tutto ciò che fai risulta errato.

La diffidenza distorce il senso di ogni gesto. Manca la libertà d’azione perché il sospetto risucchia ogni proposito.

La generosità non è più concepita. L’altruismo è solo un termine caduto in desuetudine e chi se lo ricorda ancora?

Vorresti fare, tendere la mano, ma quel timore si fa strada tra gli scrupoli, frena il tuo passo, ritira il braccio e senti la mano sprofondare nella tasca.

Il pugno chiuso sale fino in gola. L’anima in gabbia ruggisce e stride sulle tempie. Non c’è più spazio, nessuna libertà se tutto ha un prezzo e vince la paura.

Vola la bimba felice tra cielo e terra e poco importa se il gioco finirà finché c’è l’innocenza e l’onestà d’intenti un nuovo gioco giocherà.

La moscacieca, il girotondo e il nascondino hanno le regole che nessuno infrangerà perché i bambini sono onesti e rigorosi. Non si transige, “se bari con te te non gioco più”.

Cos’è successo?, che cosa hai perso?, chi ha distorto il senso della vita? Perché il tuo mondo si è capovolto?

Ora ricordi quando è successo, è stato quando sei cresciuto e per far parte del mondo degli adulti ti sei scordato le regole dei giochi. È stato allora che per la prima volta la terra sotto i piedi è diventata il vuoto.

 

M. B.

 

 

Pensieri in libertà

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