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Le mie recensioni e i miei libri del cuore

SCHEDA DEL LIBRO: BERTA, LA LEGGENDA

   SCHEDA DEL LIBRO

  

libto berta

Berta, la leggenda –

Monica Bauletti

Settembre 2017

ISBN 9788871633787

Copertina flessibile: 206 pagine € 12,00

http://www.monicabauletti.it/berta.htm

L’autrice ha superato abilmente una collocazione razionale e trait d’union molto intelligenti, da non far capire al lettore il salto all’indietro del racconto che poi fluisce con limpidezza seguendo le sequenze micro e macro della grande storia. Gli inserti colloquiali sul binario del sentimento e le interlocuzioni tra i personaggi risultano utilissimi per riportare il lettore al riflesso dell’amore, ora puro e simbiotico, contrapposto alle unioni di potere medievali. Si rivela una scansione storica adeguata ai processi confusi del periodo affrontato.

Miracolosa e convincente la specularità di due limpide storie, quella di Bertha di Susa, che continua a superare la dimensione del tempo, senza alcun momento di stasi, ma in continuo consolidamento e, all’unisono la continuità di un sentimento di felicità, con la gioia inseguita dall’amore per i figli, l’altra scissa dalla fame di orge in cui affonda Enrico, imperatore arrogante e indegno che si rifiuta di amare una creatura angelica e grondante di virtù, che la scrittrice, con una ineccepibile, ma solida conoscenza storica, riesce a declinare con saldature diafane, per rendere meno difficoltosa la chiave di lettura del periodo più buio del Medioevo.

Sulla scena si alternano poco noti e più noti personaggi che lasciarono al fluire della grande Storia una eredità di inganni, di ignote sparizioni dei rivali potenti, di soprusi e sopraffazioni incredibili, particolarmente incarnate in Enrico IV in buona compagnia.

La costante e bene articolata progressione strutturale, l’evoluzione linguistica e l’organizzazione delle sequenze narrative, rappresentate con una lineare e simmetrica consecutio fonematica, stilematica che agganciano le linee rappresentate del midollo dei dialoghi, non sovrapposti da dispersivi grovigli inventivi o immaginifici. Sa mescolare con semplicità e penetrante vigore fatalità storica e turbinìo dei sentimenti appiattendoli secondo gli schemi e le modalità dei tempi.

La Bauletti, raro talento di scrittrice nata, arricchita dalle letture dei grandi dell’Ottocento (russi, francesi e inglesi) e dei grandi italiani del Novecento, è dotata di una inedita genialità creativa che riesce a trasformare in racconto anche le “sciabolate luminose sulle placide acque del lago”, con rara resa poetica anche di stilemi e lessemi. L’eccezionale e coinvolgente suo modo di narrare non può essere collocato in correnti culturali codificate, ma riuscendo a commistionare una storia vera e una personale storia d’amore, nato e cresciuto magicamente come un’orchidea nella totale desertificazione del nostro tempo, senza più dei credibili, ma effimeri, indica a chi non conosce la vera sostanza del battito del cuore, e soprattutto ai giovani che rimangono in bilico sull’orlo del burrone, nella vana attesa di una salvifica e calorosa mano.

Cammina con chiarezza e sicurezza sui sentieri obbligati della storia e dei sentimenti contrattuali e quegli inserti dialogici tra emittente apparentemente narratore neutro e ricevente, sussultante difronte all’arido fluire di tempi e dei sentimenti della voce femminile dialogante, rovescia le rigide regole matrimoniali medievale e intride di moderno sentire del cuore, uscendo, al tempo giusto del racconto, a esprimere sue esigenze affettive lasciandosi risucchiare dalle armoniose voci della bellezza e dolcezza del tramonto.                                                          

                                                                                             Carmelo Aliberti

                                                                              (poeta e critico letterario)

 

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Berta, la leggenda

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NON LUOGO A PROCEDERE – CLAUDIO MAGRIS

 

 

 

non luogo a procedere

«Claudio Magris, universalmente riconosciuto come il più grande scrittore del nostro tempo, con il presente romanzo merita il Premio Nobel»

Carmelo Aliberti – Poeta e critico letterario.

«Claudio Magris – Non luogo a procedere – Autore dell’anno per la Lettura»

Corriere della Sera e migliore libro del 2015

«Claudio Magris merita di passare alla storia»

Antonio D’Orrico su Sette

«Claudio Magris è uno dei più grandi scrittori del nostro tempo

Mario Vargas Llosa

«In quest’epoca barbarica della storia, le opere e la presenza di Claudio Magris sono indispensabili.»

George Steiner

Non luogo a procedere è un monumento alla memoria.

L’ultimo romanzo di Claudio Magris è una sorta di cammino archeologico fatto attraverso le guerre con il recupero di armi utilizzate durante i conflitti passati. Il libro inizia proprio con un inserzione: “Sottomarini usati – compro e vendo”. La trama è in sé piuttosto semplice tuttavia diventa complessa e articolata nel momento in cui vengono assemblati iClaudio-Magris-linfinito-viaggiare-soluzione.jpg ricordi custoditi nei reperti bellici accumulati e accatastati nel sito destinato a diventare il museo della guerra: la Risiera di San Saba a Trieste.
È appunto questa la storia: un appassionato, “un personaggio … che ha un suo modello reale, anche se poi è completamente reinventato…che è realmente esistito e che nella realtà (Diego de Henriquez) ha dedicato la sua vita alla costruzione di questo museo che doveva raccogliere tutte le armi possibili e immaginali…col sogno di togliere le armi per creare un mondo di pace…” (Claudio Magris da Concita De Gregorio a Pane quotidiano)

diego de enriquez.jpg

Diego de Henriquez (1) dopo aver dedicato la sua vita al progetto di realizzazione del museo lavorando intensamente nella raccolta dei reperti bellici, muore nel rogo del capannone in cui erano accatastate le armi e i cimeli della catastrofe, durante un incendio presumibilmente doloso e lascia la sua opera incompiuta; l’autore prende spunto da questo progetto e nel romanzo ne racconta la sua storia fondendo invenzione e verità: Luisa su incarico della Fondazione dovrà concretizzare il progetto del Museo. Questa è la parte “semplice” della trama che si intensifica quando la protagonista inizia a organizzare i reperti, cercando di mettere in ordine i lacerti del materiale scampato al rogo per collocarlo nelle stanze del Museo. Anche la scelta della location non è casuale: il luogo destinato a ospitare l’eterno riposo delle armi è la ex Risiera di San Saba di Trieste, monumento nazionale tutt’oggi visitabile, utilizzato dalle forze naziste come campo di prigionia e unico forno crematorio in Italia.

Quindi, compito di Luisa sarà collocare ogni singolo frammento recuperato nelle stanze numerate della Risiera, seguendo le tracce contenute nei taccuini e negli appunti che il suo ideatore aveva scritto per narrarne la storia. Luisa ogni volta che esamina un elemento e legge la raccolta di aneddoti e notizie contenuti negli appunti è come se “sfiorasse una lampada di Aladino” (dice Claudio Magris) perché ne scaturisce la storia vista e vissuta dal reperto. Si apre,così, la finestra sull’evento drammatico che ha avuto protagonista o comparsa l’oggetto stesso, mettendo in luce tutto il dolore, la sofferenza e la morte , generati dal suo imperversare o dal suo semplice stare. È struggente, a volte difficile, altre volte commovente e stupefacente, l’immagine che Magris ricrea narrando gli episodi di vita dei protagonisti, vittime o carnefici, delle guerre passate. È come se riuscisse a far diventare il lettore una sorta di paragnosta che, postogli in mano il reperto, può vedere proiettato nella mente nitido e reale il film dei ricordi che l’oggetto contiene. Sono molte le vite di persone realmente vissute che vengono raccontate e che l’autore incastra nel romanzo della vita di colei che costituisce il filo conduttore, unendo i segmenti degli episodi reali a quelli inventati che costruiscono la trama del romanzo. Per mezzo di Luisa, l’autore colma il silenzio di chi ha perso la voce nelle camere a gas e le cui parole si sono dissolte nel fumo dei camini. Sarà lei, attraverso l’analisi dei reperti, a far rivivere la parte di quel passato doloroso, difficile e torbido che è rimasto appiccicato addosso ai sopravvissuti, come sua madre e suo padre. Lei tra quegli appunti ricerca il significato di alcuni episodi della sua fanciullezza, il motivo dei silenzi di sua madre. Luisa ricerca fra i frammenti di frasi incompiute, di sguardi tristi e muti, ciò che per pudore le generazioni passate hanno voluto dimenticare e hanno taciuto.
risieradisan   sabaIn quella notte fra il 29 e il 30 aprile, alla Risiera altro fumo si è alzato scacciando quello di prima e poi è sparito anch’esso e con quel fumo, che un po’ di bora spazza via e fa dimenticare, è sparita la sparizione di tanti prigionieri torturati, massacrati, gassati, deportati, bruciati. ‘È di quel fumo che vado alla ricerca, di quei nomi fatti cenere. Non lotto contro l’oblio, ma contro l’oblio dell’oblio, contro la colpevole inconsapevolezza di aver dimenticato, di aver voluto dimenticare, di non voler e di non poter sapere che c’è un orrore che si è voluto – dovuto? – dimenticare. A Trieste vedo in ogni strada il fumo che non si è voluto vedere’”pag. 321
Quando finisce un orrore si deve dimenticare. Ogni ricordo arreca nuovo dolore e rinnovata sofferenza. Ogni lembo superstite può risvegliare la vergogna per le angherie subite, la paura che rende vigliacchi e l’impotenza dell’umanità perduta. C’è il bisogno di dimenticare per riuscire a proseguire sull’insidioso sentiero della vita. Poiché il non ricordo è una forma di perdono, chi sopravvive agli orrori non può soccombere all’odio.
La seconda guerra mondiale è stata un concentrato di orrori. Nessuno è in grado di capirne la reale portata, nessun termine può descriverne le dimensioni. Quando la guerra finì, perdonare fu una necessità, servì a mettere l’odio a tacere, un odio che avrebbe potuto consumare la vita salvata. La pace allora impose il perdono, ma certi ricordi non si possono cancellare e le immagini dolorose continuano a riemergere in ogni momento; come un bel ricordo ritorna legato a un suono o a un sapore, nello stesso modo le atrocità riaffiorano nella mente, anche se volutamente dimenticate. Molti reduci dai campi di concentramento si sono imposti il silenzio per poter oscurare il ricordo senza riuscire a dimenticare, ma a tal fine occorre assolutamente cancellare la memoria. Una memoria che è doveroso ricercare, ora che i mostri sono morti e non producono più odio, è necessario ricordare quanto pericolo si nasconde dietro atteggiamenti totalitari e repressivi, in modo da poter riconoscere i nuovi mostri e renderli impotenti, prima che sia troppo tardi. Ricordare il sacrificio di tante vite innocenti come insegnamento per un futuro migliore, recuperando un valore e imprimere un senso agli eroi “torturati, massacrati, gassati, deportati, bruciati”.
Sublime risulta il personaggio di Sara, la madre di Luisa, che rivela la sua storia. Sara è un personaggio intenso che concentra in sè tutto il dolore, la paura, la vergogna e l’innocenza dei sopravvissuti ai genocidi nazisti e titini, consumatisi a Trieste. In lei traspaiono le conseguenze incise nell’animo umano dagli orrori, legittimati dalla dichiarazione dello stato di guerra che travolge gli argini della civiltà, liberando gli istinti primordiali e animaleschi dell’uomo che non agisce più secondo coscienza, ma rispondendo al solo e unico istinto di sopravvivenza. Sara porta il peso di un’accusa, un rimorso non suo. Il sospetto di un’infamia commessa dalla madre ricade su di lei, innocente e inconsapevole, che dovrà scontare la pena di una presunta colpa, la cui verità è dispersa tra le ceneri mescolate alla sabbia della spiaggia di Salvore. È l’atrocità delle guerre che costringono i vivi a subire il sospetto e l’accusa, senza possibilità alcuna di difesa, di una colpa che esige espiazione.

“…nomi scritti sulle pareti e poi coperti dalla calce, alla fine della guerra, che non erano i nomi dei carnefici che si conoscono e neanche delle vittime che si conoscono, ma di questi complici innocenti, di persone che intrattenevano con i carnefici dei rapporti di buona conoscenze cioè persone che non avevano mani insanguinate ma che non avevano problemi a stringere mani insanguinate…” (Claudio Magris da Concita De Gregorio a Pane quotidiano)

È l’atrocità delle guerre che lasciano sui superstiti il sospetto e l’accusa di una colpa che esige espiazione. Colpe senza possibilità alcuna di difesa.

… e Lucia- si chiamava così la ragazza- si è alzata di colpo dal divano dove stava seduta, …C’era uno spavento, uno stupore smarrito e feroce nel suo volto di solito così dolce, così tenero, specie con me; lacrime di ghiaccio in quegli occhi azzurri d’improvviso duri, increduli, spietati… Il padre di Lucia, vagamente collegato a Giustizia e Libertà, era stato rastrellato – pare grazie a una soffiata – e portato in Risiera, dove era finito massacrato a colpi di mazza…, il mio posto e alla sbarra insieme agli altri. Sono, devo essere considerato un imputato…Che collabora ma non per avere sconti di pena. Non ci possono essere sconti, perché non c’è pena. È questo l’inferno; l’amnistia generale, la soluzione prima del processo, il non luogo a procedere. L’ignoranza non è un’attenuante, bensì un’aggravante. Chi ignorantemente pecca, come me, ignorantemente danna… la risiera è stata una prova generale dell’inferno, il cast dei carnefici ha avuto la sua buonuscita e non c’è altro…” pag 331-332
È il gioco violento della crudeltà dove la regola è che non ci sono regole, se il fine è la ricchezza. “Bernardino de Mendoza scrive che la vittoria va a chi possiede l’ultimo escudo”pag 298. A dirigere i giochi è il Potere tradotto in ricchezza, per cui ogni azione, anche se turpe e crudele, diventa lecita in funzione della produzione di Potere. Così , anche la donna di colore scappata ai selvaggi che l’avevano sequestrata per farne una regina, abbandonando i figli per tornare dalla legittima famiglia e dal marito bianco, viene assolta dall’inquisizione spietata e intollerante di fronte a qualsiasi eresia, solo grazie al miraggio di ritrovare i tesori sommersi, miraggio alimentato dalle notizie portate dalla donna.
Gli storici imputano il successo di Hitler al crollo della borsa valori di New Yotk il 24/10/1929 “Senza il crollo della borsa di Waal Street senza le conseguenze che questo ha sulla Germania che in grandissima parte dipendeva dai crediti Americani non avremo avuto Hitler al potere probabilmente” (dice il Prof. Emilio Gentile – storico- ospite di Massimo Bernardini nella trasmissione Il tempo e la storia – Rai3 del 19/01/2016)

La guerra è affare di potere. È un business. Un modo per produrre denaro. Gli ostacoli e le minacce si eliminano nel modo più produttivo.
Claudio Magris per ben due volte menziona i Protocolli dei Savi di Sion, li nomina soltanto. L’odio si coltiva seminando il germe della paura. Il rifiuto e l’intolleranza alimentano sentimenti antisemiti, razzisti, maschilisti, sessisti e omofobi, ed il pregiudizio sfoga in persecuzioni indiscriminate. “Il tumore nella Storia, che distrugge tutto ciò che gli sta vicino, è anche nella testa, forse è ancor prima nella testa. Manuali di storia come referti di TAC, e risonanze magnetiche?” pag 240.

L’umanità non va in guerra. Il ragazzo tedesco armato e mandato al fronte come soldato, solo, in un paese ostile, impaurito e affamato trovò rifugio in quelle stesse famiglie che avevano i figli rastrellati e imprigionati dai nazisti, perché l’umanità non ha bandiera e l’amore non conosce partito, razza o religione.

“Perla”… “la gazzella nella sua corsa piega appena l’erba che subito si raddrizza frusciando nel vento, poco dopo invece schiacciata sotto i passi pesanti e spietati degli inseguitori, dei cacciatori che alla fine raggiungono la preda, sempre troppo presto perché è sempre troppo presto per morire, ma sempre pure troppo tardi per impedire che la preda anche se braccata abbia talora conosciuto la felicità della corsa nel vento e l’odore delle foglie e dell’erba” pag. 162
È proprio questa la grande sconfitta della guerra, del potere, del demoniaco desiderio di ricchezza: l’amore, quell’amore che alberga nei cuori dei semplici, delle persone sensibili, di chi sa amare perché ha saputo custodire e tramandare quel dono divino che rende migliori.
“…le orme di quei piedi che fuggivano nella foresta non sono sparite, nessuna goccia di sangue disseccato è veramente cancellata.”…”Un oceano di gocce in lista d’attesa per fecondare essere fecondate e riprodursi; i cacciatori cercano di difendersi, di raschiare dal coltello il sangue di chi li ha preceduti ma quel sangue è vivo, pronto a ribollire nelle vene dei corpi resurrecturi nella memoria e nella coscienza del mondo,…”

1- Nuovo Museo della Guerra per la Pace “Diego de Henriquez”, sito nell’ex Caserma “Duca delle Puglie” in via C. Cumano 22, nel quale troverà definitiva sistemazione, in più fasi, la grande collezione di mezzi, pezzi di artiglieria, strumenti, armi, uniformi, documenti, opere d’arte, fotografie, modelli.

monica azzurra Monica Bauletti   

Giuseppe Rando su “Berta, la leggeda” -introduzione-

Disponibile tra pochi giorni, arrivo previsto entro fine mese

berta la più bella

 

Monica Bauletti,

Berta, la leggenda tra storia e fantasia

 

 Introduzione di Giuseppe Rando

Il modello manzoniano del romanzo storico come «componimento misto di storia e invenzione» continua ad essere operativo – felicemente operativo – nella letteratura italiana e non solo. Ne costituisce un limpido attestato Berta, la leggenda di Monica Bauletti, dove il racconto di eventi capitali del basso Medioevo trova una inedita canalizzazione narrativa attraverso l’innesto, nel flusso diegetico, di documenti storici e/o epistolari, ma soprattutto attraverso la geniale compresenza e/o alternanza sulla pagina di un presente edonistico, turistico, postmoderno e di un passato feudale, tragico, doloroso, religioso, unificati in una comune prospettiva di agognata felicità.

Il punto di forza del romanzo della Bauletti è costituito proprio dalla singolarissima struttura, in cui trovano un’agevole, insolita convivenza: a) un narratore etero diegetico di primo grado che racconta in terza persona la Fabula iniziale e la Fabula finale; b) un narratore omodiegetico di primo grado (una donna, moglie innamorata); c) un narratore omodiegetico di secondo grado (un uomo, il marito innamorato), che dialoga con la moglie. nel corso di una passeggiata in una amena località dei colli Euganei; d) un narratore eterodiegetico di secondo grado (lo stesso marito che racconta alla moglie, in terza persona, le storie parallele di Berta, popolana vissuta in quei luoghi nel Medioevo, e di Bertha di Savoia, Regina e Imperatrice del Sacro Romano Impero, nell’undicesimo secolo). Non solo: il racconto storico-leggendario in terza persona è spesso intessuto di dialoghi tra i vari personaggi del passato, evidentemente mimati dallo stesso marito-narratore eterodiegetico di secondo grado.

Talché, nel romanzo della Bauletti, parlano di fatto, oltre alla moglie e al marito moderni, Regine, Imperatori, Papi, Nobili (in lingua italiana) e popolani-popolane d’antan (in dialetto): non manca il latino nei documenti storici e nelle epigrafi. Quanto dire che questo romanzo storico è anche un romanzo polifonico (bachtiniano), vivificato anche dallo strumento principe dei narratori autentici: lo stile indiretto libero.

E ciò, a conferma – se ce ne fosse bisogno –  del fatto che la Bauletti utilizza, con disinvoltura, le opportunità strutturali che la tecnica narrativa mette oggi a disposizione del romanziere avveduto, essendo peraltro in possesso della dote fondamentale di un narratore: il piacere dell’affabulazione che, secondo Moravia, quando c’è, è innato. Lo si coglie nei sapienti collegamenti tra una storia e l’altra, nella caratterizzazione dei vari personaggi, negli indizi e nei richiami disseminati nel tessuto narrativo, nella tecnica sospensiva adottata che crea una forte tensione narrativa (sola nelle ultime pagine il lettore saprà – in un finale da thrilling – se Berta è riuscita a salvare o no il marito dalla scure del boia).

La lingua, del tutto immune da bellettrismi, nulla concede tuttavia alla sciatteria del parlato e/o del giornalistico.

Sul piano tematico, Berta, la leggenda tra storia e fantasia si snoda lungo tre filoni narrativi: quello amoroso, quello storico-politico e quello esistenziale-filosofico, che s’intrecciano e mirabilmente si confondono in una omogenea cifra stilistica sotto gli occhi del lettore.

Il filone amoroso comprende due storie di amore vero, totale, vivificante, assoluto (quello dei due innamorati moderni e quello che lega Berta al marito condannato a morte, nel Medioevo) e due storie di amore devastante, brutale, egotistico (praticamente amore senza amore) subito da Bertha di Savoia e da Matilde di Canossa, da parte dei rispettivi illustri mariti, sposati per esigenze politiche e dinastiche.

Il filone storico-politico segue gli snodi fondamentali dei difficili rapporti tra il papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV, fino all’umiliazione di Enrico IV a Canossa e alla conclusione delle lotte per le investiture.

Il filone esistenziale-filosofico attraversa in senso orizzontale e in senso verticale il romanzo, puntando sull’assunto parmenideo dell’essere contro l’illusione eraclitea del divenire (passato, presente e futuro, nonostante differenze accidentali, coesistono relativisticamente) e sul valore salvifico del vero amore, come fomite possibile di felicità.

Il romanzo, che finisce dove comincia, è dunque un romanzo circolare: i personaggi non cambiano dal principio alla fine; nulla muta e tutto è.

Giuseppe Rando – Università di Messina

 

 

 

 

 

 

Fiera delle parole 2016 – Montegrotto Terme: un successo.

fiera-delle-parole-2016

Questa edizione “Termale” della Fiera delle parole – Associazione Cuore di carta – è un successo. Bruna Coscia ha superato se stessa.  I consensi e gli applausi sono più che meritati. Si percepisce tra il pubblico la gratitudine per l’opportunità di poter ascoltare e interagire con i protagonisti della cultura, dell’informazione e dello spettacolo. Ogni evento è spunto di riflessione. Ogni ospite porta un punto di vista alternativo e si sente forte il bisogno di conoscere in questo nostro momento storico carico di incertezze e anche di qualche timore.

L’affluenza di pubblico supera ogni aspettativa. Anche tra i presenti c’è meraviglia nel costatare di non essere soli.

Non è vero che viviamo l’era dell’ignoranza. Si sente forte il bisogno di capire e di conoscere. C’è sete di sapere.

Non è vero, come vorrebbe farci credere certa propaganda, che va diffondendo una mentalità di indifferenza e di chiusura, che apparteniamo all’era digitale, che la vita è diventata virtuale e si esiste solo sui social.

Il pubblico comprende tutte le fasce d’età e ci sono molti giovani. Lo staff del Comune di Montegrotto è molto attivo e si dà un gran daffare. L’organizzazione è ottima, coordinata dagli assessori e consiglieri gestita da volontari che non si risparmiano per poter offrire a tutti un servizio per tutti, ogni evento è gratuito, completamente gratuito.

Lo spettacolo comincia già nel vedere esaurirsi i posti a sedere mentre i visi dei presenti si accendono in sorrisi ritrovando amici e conoscenti, felici di condividere gli stessi interessi, gli stessi valori e gli stessi gusti. Anche questi sono momenti di comunione, di aggregazione e di scambio. L’armonia è d’obbligo, la cortesia è doverosa, il rispetto è spontaneo.

E non manca mai il momento musicale offerto dal vivo da Giuseppe Lopizzo, Simone Bortolami e Davide Antonio Pio, molto apprezzati che con la loro versatilità riescono a incontrare i gusti del pubblico intrattenendolo e coinvolgendolo durante le loro performance.

L’evento che, nella prima settimana della kermesse, ha battuto il record di presenze è con Mauro Corona, più di 1500 presenze. Nei primi dodici giorni di Fiera si sono registrati diecimila spettatori.  Ma abbiamo ancora due settimane di eventi e molti ospiti illustri da incontrare. Le somme si tirano alla fine, e tutto fa presagire un bilancio più che attivo. sono moltele famiglie di Montegrotto e dintorni, che consultano giornalmente il programma e organizzano le proprie serate in funzione degli eventi offerti.

Venerdì 23 settembre, ore 21-21:30 è dunque la seata di Mauro Corona e il Palaberta si anima, una porzione di popolo è pronta ad accogliere un personaggio amato seppur discusso e tutti prendono posto educatamente, con la pazienza d’obbligo in ambienti letterari. Le sedie in platea non bastano, rimangono solo posti in piedi, ma le tribune sono generose e, seppur piene, assicurano un posto a sedere anche ai ritardatari.

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Questa sera l’applauso di benvenuto parte all’apparire dell’ospite nello specchio della porta d’ingresso. Non ha bisogno di presentazione, è conosciuto da tutti, inconfondibile con la sua canotta e bandana, chi altro potrebbe presentarsi a un evento in abbigliamento così “casual”? un’espressività tutta personale fuori dai rigori. È il primo dei messaggi che Mauro Corona lancia a chi lo guarda: io sono così, posso piacerti oppure no, puoi criticarmi o ammirarmi, io resto io e non cambio per accattivarmi simpatie o rispetto, rispettatemi e amatimi per le mie debolezze, mancanze e per la mia “ignoranza”.
Quest’uomo disarmato è disarmante. Non fa mistero di sé e delle sue intenzioni. A un salone del libro disse, testuali parole: “non importa se non leggete i miei libri quello che conta e che li compriate perché è così che faccio studiare i miei figli”. Lui ci campa con la scrittura e mantiene la sua famiglia e lo dice. È un creativo e come tale la sua sensibilità è amplificata, i ricettori di emozioni sono a fior di pelle e le prsone come lui provano gioie e dolori elevati alla massima potenza. Questa dote non è concessa a tutti e per certi versi può diventare una condanna. Bisogna passare per terribili sofferenze prima di trovare un equilibrio, sempre ammesso che un equilibrio sia raggiungibile. Sono tanti i nomi nell’ambiente letterario che non sono morti di morte naturale. Persone fragili con una spinta vitale incredibile, che tuttavia sembrano accompagnate nel loro cammino dalla presenza costante della morte.
Si spaccia per un ignorante, ma cita Macedonio Fernández, Jorge Luis Borges, Carlo Sgorlon, filosofi e poeti che non si studiano a scuola anche se hanno lasciato tracce e contributi importanti alla cultura e alla civiltà moderna, lui, con tutta la semplicità che gli è propria ammonisce Claudio Magris, che è già di suo un umile.
Insomma Mauro Corona che gira per le piazze allo scopo di vendere i suoi libri lascia la scia di una speranza che come la traccia del passaggio di una lumaca, riflette il suo tortuoso percorso, fatto di paure, sofferenze e vuoti esistenziali, contro i quali ha lottato e ha superato con la forza della volontà di vivere che è insito in ogni essere vivente. Il suo messaggio è questo. Ci sono e ci saranno sempre momenti bui nella vita di tutti, com’è vero che arriva sempre la notte dopo il giorno, ma bisogna lasciare che il buio passi, che la notte liberi le sue ombre perché è altrettanto vero che la luce ritorna come ritornano le albe ad annunciare il nuovo sole.
“io quello che voglio dire è che spero che tra voi ci sia qualcuno che pensa che può farcela se ce l’ha fatta un coglione come me”.

M.B.

Wanted Benjamín Mendoza y Amor – Sergio Campailla – Gli specchi Marsilio

 

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Wanted
Benjamín Mendoza y Amor è la biografia del pittore che ha cercato di ammazzare il papa.

Il fatto risale al 27 novembre 1970, in occasione del viaggio nel Sud-est asiatico di Papa Paolo VI nella capitale delle Filippine, Manila.

Un libro che ho letto con interesse e che avvince passo passo. È come un cerchio che trova la sua perfezione nel ricongiungimento dei due punti: primo e ultimo.

È la vita di Benjamín Mendoza y Amor, pittore sconosciuto a molti e rinnegato da chi poteva lodarne i meriti. L’autore Sergio Campailla è riuscito a ricostruirne la biografia seguendo le tracce dei suoi numerosi viaggi intorno al mondo, tracce che per assurdo si perdono proprio quando, alla fine dei suoi giorni, Benjamín si ferma. Con questa biografia l’autore ci presenta un artista animato da una geniale follia, malato dell’amore del vivere, o del vivere l’amore. “y Amor”.

Una vita dissoluta e una vita sfortunata?

Oppure semplicemente una vita voluta e cercata?

È stata una vita strana quella che troviamo descritta in questo libro. A tratti affascinante, avventurosa, sregolata e portata all’estremo con atti incomprensibili dettati da quale ispirazione?, che cosa cercava realmente di dimostrare con la messa in scena dell’attentato al Papa? “Ho voluto liberare l’umanità dalla superstizione”, la sua dichiarazione di colpevolezza. Un gesto simbolico pure questo, non poteva davvero pensare che bastasse uccidere il Papa per estirpare la superstizione, (morto un Papa se ne fa un altro). Ogni opera che l’autore ci presenta e interpreta per noi è carica di simboli. Mendoza sintetizza messaggi con disegni che lasciano sgomenti, ma i messaggi che attraversavano la mente del pittore vengnivano attinti da una memoria di vita vissuta con consapevolezza, dall’inconsapevole memoria di un’infanzia difficile e cupa oppure dalla memoria universale che apre le sue porte alle menti creative? Io credo da tutte e tre.

Albert Einstein disse: “Un essere umano è la parte di un tutto che noi chiamiamo Universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Ha esperienza di sé, dei suoi pensieri e sentimenti, come fosse separato dal resto, una sorta di illusione ottica della sua coscienza. Questa illusione è per noi come
una prigione, che ci limita ai nostri desideri personali e all’affetto per poche persone che ci sono vicine. Il nostro compito deve essere liberarci da questa prigione, ampliando la nostra cerchia di compassione per includere ogni creatura vivente e l’intera natura nella sua bellezza”.

 Ecco, sembra proprio che Benjamín Mendoza cerchi di adempiere al “compito  di  liberarsi da questa prigione… per includere ogni creatura vivente e l’intera natura nella sua bellezza”. y Amor.

 Il racconto inizia con il casuale ritrovamento di uno “scrigno di tesori”, una valigia dimenticata in un garage romano contenente una raccolta di documenti e disegni abbandonati dall’autore in fuga e destinati alla distruzione. Una quantità di disegni fortunatamente ritrovati da occhio sensibile che ha fiutato un possibile interesse artistico e che invita l’autore ad esaminarne alcuni.

La prima volta che ho visto un suo disegno, ho provato subito curiosità per quella mano che, con tratti essenziali ed efficaci, esprimeva una realtà insieme lucida e visionaria”.

tratti essenziali ed efficaci…, …una realtà insieme lucida e visionaria…

Queste le colonne che sorreggono l’esistenza del pittore Benjamín. La capacità del tratto, la dote del disegnare, la connessione diretta della mano con la mente, anzi delle due mani in quanto l’artista usa la destra e la sinistra con indifferente disinvoltura, quindi una dote che raddoppia, e la sua personale visione del mondo e della realtà.

Una vita triste nel suo epilogo, un’esistenza tormentata da un destino che l’ha voluto figlio incompreso e artista, ammirato e indesiderato, in un mondo che non ha saputo vedere la perla dentro la conchiglia e ha lasciato scivolare un tesoro sotto lo strato di ignoranza che domina la società del consumismo.

Si è spento così, in solitudine e in povertà, e sarebbe svanita nel nulla la sua memoria se Sergio Campailla non avesse colto il messaggio di quel tratto particolare e non avesse voluto capire qualerealtà insieme lucida e visionaria” consegnava alla memoria universale Benjamí Mensoza y Amor.

E i disegni e le poesie che cosa sono se non lettere d’amore che cercano un destinatario?”

Monica Bauletti

 

Parole d’Autore – Fiera delle parole

prigionieri dell'islam

Venerdì 8 luglio 2016, ore 21:00 Piazza Primo Maggio, Montegrotto Terme (PD)

Lilli Gruber presenta il suo ultimo libro -Prigionieri dell’islam-  edito da Rizzoli.

È una serata gradevole, il caldo del giorno si è attenuato appena il sole è sceso dietro il profilo dei colli euganei che allungano su tutta la cittadina padovana un’ombra ristoratrice. A completare l’effetto rinfrescante non è arrivata la brezza serale tiepida e gentile, così le numerosissime signore presenti estraggono i ventagli o, chi ne è sprovvista, improvvisa alla meglio con i pieghevoli del programma distribuiti dagli organizzatori.

La platea allestita nella piazza davanti al palco adiacente ai giardini si riempie in fretta e anche i posti in piedi non bastano più, ma si sente bene anche dalle panchine lungo il sentiero dei giardinetti dietro il palco e la gente si accalca anche lì. Si scoprirà il giorno dopo che più di 1500 persone hanno voluto ascoltare la giornalista invitata da Bruna Coscia per aprire il programma Voci d’Autore che ospiterà, nelle successive due tappe, Mario Corona e Valerio Massimo Manfredi.

Ad accogliere il pubblico che s’ingrossa sempre più c’è Giuseppe Lopizzo, (Vocal Coach, l’unico insegnante di canto italiano associato a Brett Manning) che intrattiene il pubblico con la sua bellissima voce aspettando l’arrivo di Lilli Gruber, protagonista della serata.

I totem triangolari collocati ai lati del palco e in altri punti strategici della piazza vantano con orgoglio gli ospiti dell’evento “Parole d’Autore”. Parole d’Autore è solo un assaggio di ciò che potremo gustare a Ottobre, sempre a Montegrotto Terme, in occasione della grande kermesse che è la Fiera delle Parole, un evento collaudato che è giunto alla sua X edizione. Le prime quattro edizioni si sono svolte a Rovigo. Dal 2011 al 2015 la fiera delle parole ha traslocato a Padova e finalmente nel 2016 approda a Montegrotto Terme e speriamo che getti l’ancora e non salpi più.” Alcuni ospiti, amici storici dell’evento hanno già aderito anche all’edizione termale dell’evento e non mancheranno volti nuovi e sorprese”, garantisce Bruna Coscia, la “patron” dell’evento. Ma questa avventura la vivremo a ottobre adesso è il momento dedicato a Lilli Gruber.

L’interesse per la giornalista televisiva è evidente, al suo ingresso l’applauso è caloroso. Lilli Gruber ha lavorato per il TGR, il TG2 e il TG1 e più volte si è trovata là dove la storia cambiava il volto al futuro, per testimoniare come inviata producendo servizi per la RAI. Uno tra i servizi, forse, più rischiosi e che probabilmente ha cambiato anche i suo personale futuro è stato quello come inviata RAI, corrispondente durante la guerra in Iraq, da questa esperienza nasce il suo primo libro – I miei giorni a Bagdad-.

A introdurre e a moderare più che intervistare l’ospite è il giornalista Rai Stefano Edel.

Queste le prime battute tra il, e la, giornalista (l’intera intervista potete ascoltarla cliccando qui)

  • Stefano Edel: Prigionieri dell’islam, ma chi sono i prigionieri dell’Islam e perché prigionieri
  • Lilli Gruber: Siano “noi”, occidentali, che troppo spesso siamo prigionieri della nostra ignoranza e dei nostri pregiudizi e quindi poco conosciamo i musulmani che vivono a casa nostra. E prigionieri sono purtroppo troppo spesso “loro”, invece, di una interpretazione molto retrograda e molto oscurantista del loro testo sacro che è il corano e questo fa male a entrambi, fa male a noi e fa male a loro perché l’islam è già tra noi ed è qui per retare non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa e quindi io penso che faremmo bene tutti ad attrezzarci un po’ meglio per riuscire a fare insieme un percorso di conoscenza e un percorso d’integrazione…”

In merito all’integrazione la Grubber si sofferma e marcatamente mette in risalto i “valori non negoziabili”.

  • … con questo libro cerco di fare un viaggio attraverso l’Islam italiano che prima avevo poco esplorato e sullo sfondo scorrono decenni di tragedie, guerre e conflitti mediorientali e dobbiamo sapere lì che cosa è successo e che cosa sta succedendo per capire anche come mai siamo arrivati ad oggi a vivere una situazione di profonda paura inquietudine preoccupazione. Abbiamo paura delle cose che non conosciamo e attraverso questo libro cerco di fornire qualche elemento di conoscenza in più per capire il mondo complesso in cui stiamo vivendo.
  • E.: Come si fa a disinnescare la bomba dell’odio?
  • G.: la stragrande maggioranza degli italiani non è mossa da nessun odio nei confronti degli stranieri, immigrati e nei confronti dei profughi. Ovunque sono andata ho incontrato uno stato che funziona sia nel ramo dei servizi segreti sia nelle forze dell’ordine nella marina militare c’è un’efficienza che nessuno si aspetterebbe e poi la così detta gente che è molto solidale e molto disponibile. Una regione come la Sicilia che deve far fronte da anni a decine di migliaia di migranti che approdano sulle loro coste, cambia l’equilibro demografico di una società e di una popolazione eppure hanno sempre mantenuto un equilibrio e hanno sempre mantenuto una mano tesa…Il rischio di avere fratture violente tra la nostra società e loro, i migranti che arrivano, possiamo solo conoscerci meglio. Non dobbiamo credere a quello che ci dicono molti politici, io credo che una parte della politica che vi propone una soluzione pragmatica e realistica a un problema così complesso come quello delle immigrazioni è una politica credibile tutto il resto è fuffa alla quale non bisogna credere perché non è vero che possiamo fermarli in mezzo al mare perché l’unico modo per fermarli è affondarli… in questo libro non troverete niente di buonista, perché io penso che la politica che ci governa abbia il dovere di trovare delle soluzioni a delle questioni complicate, sono pagati per questo… (il seguito dell’intervista lo puoi ascoltare qui)

 

Nel libro Prigionieri dell’Islam, la Gruber propone diverse interviste fatte ai capi che rivestono incarichi al vertici del potere, dei servizi di intelligence, della polizia, e a Imam in Italia. Ricostruisce, attraverso tappe storiche, conflitti e ingerenze internazionali, il percorso che ha portato alla nascita di molti gruppi terroristici, ultimo e fra tutti quello che attualmente spaventa solo a pronunciarlo l’Isis.

 L’argomento è importante, bisogna parlarne e bisogna leggerne.

Bisogna sentire tutti i battiti della campana per poter avere una visione armonica e completa della situazione che minaccia la sicurezza mondiale. Questo libro è un buon strumento per iniziare a capire. La scrittrice presenta fatti e conseguenze con estrema obiettività, ci passa informazioni di prima mano con la trascrizione di domande e risposte che lei stessa a posto a persone di spicco nel panorama politico internazionale lasciando spazio alla libera interpretazione del lettore.

“Guardo fuori dal finestrino vedo il mare che custodisce i suoi cadaveri. E penso alla domanda ricordata da Francesco nella sua preghiera a Lampedusa, tanti mesi fa. “Dov’è tuo fratello?” Secondo la Bibbia, lo chiese Dio a Caino. E dobbiamo chiedercelo anche noi, per ogni nuovo giorno che comincia sulla terra. E sul mare.”-Prigionieri dell’Islam –

8lugliolilli

 

M.B.

Il cuore aspro del Sud di CORALBA CAPUANI

Il cuore aspro del Sud

il cuore aspro del sud_davanti

Il cuore aspro del Sud è il secondo romanzo dell’Autrice Coralba Capuani (il suo romanzo d’esordio è Giù all’Ammeriche).

Il cuore aspro del Sud è un romanzo a sfondo storico con il quale l’autrice pone attenzione alla situazione irrisolta del Sud d’Italia andando a scavare tra le radici della pianta rigogliosa che ha dato i frutti tossici che inquinano da sempre i rapporti tra nord e sud, tra stato e criminalità.


Il romanzo si ambienta nell’entroterra abruzzese tra i monti e i boschi degli Appennini dove trovano rifugio sicuro i banditi. Fenomeno piuttosto diffuso durante il Risorgimento quale espressione di un disagio sorto dallo stato di miseria popolare che ha visto il brigantaggio assumere consistenza e peso a più riprese nei secoli fino all’epoca moderna, sfogando in vere e proprie guerriglie e scontri a fuoco.


L’autrice ci parla di una generazione di giovani orgogliosi e intrepidi, sorretti dall’amore per la propria terra, dall’ideale di libera appartenenza, ribelli e disposti a rischiare la vita per difendere un’identità incompresa e ignorata da un governo disattento, da uno stato padrone troppo intento a costruire il Regno d’Italia (1861), concentrato a promulgare leggi per organizzare l’unità del territorio e sordo alle necessità di popoli tanto diversi per cultura, condizioni sociali, usi e costumi.

Difficile omogeneizzare un nord e un sud tanto diversi imponendo leggi che trascuravano le reali necessità dei popoli e che poco si adattavano alle diversità territoriali e culturali di questa Italia frastagliata e stesa sul mediterraneo da un mattarello impazzito tra le mani di un fornaio pasticcione.
A tutto questo va aggiunta la miseria in cui stanziavano i territori già saccheggiati dai ricchi proprietari terrieri. Non era pensabile che venisse accettato l’aumento delle tasse e dei prezzi sui beni di prima necessità imposti da un governo dell’estremo nord occidentale che poco conosceva lo stato dei territori che si poneva a governare. Da qua il dilagare del fenomeno del brigantaggio, un fenomeno che andò inasprendo fino ad assumere le dimensioni di una guerra civile dove numerosi giovani persero la vita incapaci di abbracciare l’ideale di un’Italia unita, ma realmente traviata.
Questi alcuni spunti da cui sorge la Questione Meridionale, ancora irrisolta e ancora dibattuta, dove persistono per forme e aspetti diversi, diversità e contrasti socio-culturali contrapposti agli interessi economici di governi che legiferano concentrati alla quadratura di un bilancio che non contempla ancora oggi le diversità di un territorio eterogeneo come il nostro.


Un Sud dal cuore aspro quindi, perché genuino e ligio al patto d’onore. Dove il valore delle parole arrivava bel oltre la legge, dove le leggi tramandate di padre in figlio, sorrette dagli insegnamenti religiosi, dettavano le regole di vita e del buon costume innanzitutto, oltre ogni altro dovere e diritto.
La trama si sviluppa tra il 1861 e il 1863 con qualche rimembranza nel passato della protagonista Lucretia (Contessa che vantava discendenze dalla nobiltà anglosassone) risalenti al 1835, nonché qualche sguardo agli anni che seguirono scavando nel passato delle altre comari del paese durante lo svolgimento delle indagini seguite dal Tenente dei Carabinieri, Corrado, impegnato a risolvere il piccolo thriller che vivacizza la storia e anima la trama. Tutto questo contribuisce ad entrare nell’atmosfera dell’epoca, fatta di credenze, di patti d’onore e misere vergogne, tradimenti taciuti, rivelazioni scandalose, segreti peccaminosi.

Molto ben costruito il personaggio della bella contessa, Lucretia che da ragazza capricciosa, animo ribelle, passa dalla tipica crudeltà di una giovinezza repressa, all’amabile comprensione della maturità forgiata dalla sofferenza e addolcita dall’amore. Come pure Ada, la giovanissima soldatessa che insegue il suo amore e per amore affronta la morte. Ben collocato il Tenente Corrado. Ottima la scelta di inserire un ufficiale piemontese nel contesto meridionale a mitigare il divario Nord e Sud mettendo in risalto l’umanità contrapposta alla legge.


Romanzo avvincente ben narrato con un linguaggio scorrevole anche se subisce le sfumature dialettali del tempo favorendo tuttavia l’immersione del lettore nell’epoca e nei luoghi ben descritti.
Una lettura che serve a percepire i motivi di certi divari, che illumina sulle cause del brigantaggio e, senza giustificare, cerca di spiegare i motivi e le origini delle lotte di quella che oggi chiamiamo Questione Meridionale.

monica azzurra  Monica Bualetti

Sempre meglio della realtà di Daniele Titta

Sempre meglio della realtà Collana: Riottosi Autore: Daniele Titta Sempre meglio della realtà Pagine: 208 Prezzo: 13 euro (4,99 eBook)
Sempre meglio della realtà
Collana: Riottosi – Casa Sirio
Autore: Daniele Titta
Pagine: 208
Prezzo: 13 euro (4,99 eBook)

L’autore Daniele Titta possiede uno stile potente.
I suoi racconti dipingono nella mente affreschi variopinti.
Ogni racconto è un colore diverso e ogni colore ha tutte le sfumature possibili.
Il primo racconto “Traffico intenso tra Barberino e Roncobilaccio” io l’ho immaginato verde e non è stato trascurato nessun tono, dal brillante all’opaco, partendo dal giallo arrivando al ciano per sprofondare nel verde più scuro fino al limite del noir.“…si fermava ad ascoltare le voci che gli arrivavano da lontano, ora alte e ora basse. Si illudeva fossero trasportate dal vento. Invece erano dentro il suo cervello ed erano mormorii, mozziconi di frasi, aborti di pensiero. Sensazioni femminili così pure da essere oscene. Le giornate si andavano accorciando e Denti era atterrito dal buio della campagna che sussurrava.”
Con il secondo racconto “Cornelius”, è sceso il filtro rosso calando in atmosfere crepuscolari. “Quella sera i vialetti le apparivano più spettrali del solito forse per via del chiarore che colava dal cielo.”

Leggere “Sempre meglio della realtà” è un’esperienza sensoriale-emozionale davvero originale.
Lo stile narrativo penetra nel lettore con la violenza di una scimitarra e la dolcezza di un fioretto.
Non avevo mai letto nulla di simile. Per ogni racconto il filtro colorato cambia e, come i colori possono condizionare i nostri umori, così la storia raccontata stimola in un modo ogni volta diverso. Stupore. Angoscia. Tristezza. Dolcezza. Compassione. Tenerezza. Orrore.
Nessun racconto è banale. È un susseguirsi incalzante di immagini viste attraverso il fondo del bicchiere dopo l’ennesimo Jack Daniels. Al centro nitide e dai contorni deformi che coinvolgono e incuriosiscono trasportando il lettore in mondi strani, apocalittici.
Altre volte sembra di assistere a fantasie allucinogene dove la realtà presenta verità alternative e l’impossibile, previsto da una mente lungimirante, spaventa, perché appare come l’unica e prossima conseguenza dell’andare di questa civiltà votata all’autodistruzione fisica e mentale.
Consiglio vivamente questa raccolta a tutti coloro che amano leggere cose belle da leggere ma, cose belle non nel senso di favole, storie leggere o romantiche, ma racconti ben scritti per un momento di bella lettura.

Daniele Titta oltre a
Daniele Titta oltre a “sempre meglio della realtà” ha pubblicato “Tracce di Memoria” finalista al Premio Urania 2011
Mi permetto una piccola nota personale. A questa raccolta di racconti sono particolarmente affezionata perché ho avuto il privilegio di poterla leggere inedita. 
 E' stata un'emozione davvero unica leggere una bozza così bella, scritta bene, che mi ha regalato molte emozioni. Sapere, poi, di essere tra i primi lettori e di avere l'esclusiva della lettura del testo grezzo della raccolta, credo sia stato qualcosa che assomiglia a quello che prova un archeologo quando trova un reperto rarissimo oppure il pescatore di perle quando apre un'ostrica o, ancora, un cercatore di tesori quando apre uno scrigno lo trova pieno di preziosi monili. Vedere sucessivamente il libro pubblicato e messo a disposizione di tutti è un'emozione aggiunta. Egoisticamente spero di aver portato un po' di fortuna.
Mi capita a volte di leggere degli inediti molto belli, scritti benissimo, che regalano immagini ed emozioni nuove e molto originali. Spero davvero di vederne molti altri pubblicati e di poter scrivere molte  recensioni come questa.
Buona lettura a tutti.
10363718_939424692772931_689260281877936841_n   Monica Bauletti

Sono l’ultimo a scendere di Giulio Mozzi

…e quel che sembrava cupo diventa

esilarante.

Sono l'ultimo a scendere (e altre storie credibili) di Giulio Mozzi edizione Laurana Editore in versione eBook € 4,99 Categoria libro: Letteratura 2013 Dimensione del file: 1,2 MB Protetto con Social DRM Lingua: ita Isbn: 9788896999776 Se lo volete di carta
Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) di Giulio Mozzi edizione Laurana Editore
in versione eBook € 4,99
Categoria libro: Letteratura 2013
Dimensione del file: 1,2 MB
Protetto con Social DRM
Lingua: ita
Isbn: 9788896999776
Se lo volete di carta

 

Sono l’ultimo a scendere è una raccolta di racconti che hanno tutta l’aria di essere aneddoti, esperienze di vita quotidiana, in perfetta sintonia con lo stile già definito “minimale” di Giulio Mozzi. Definizione che, a mio avviso, se ben descrive il linguaggio che l’autore usa nello scrivere, stride non poco con i contenuti. Se è condivisibile definire il suo stile: “stile volutamente piano e uniforme con il frequente ricorso a temi autobiografici” (=definizione di minimalismo in letteratura e narrativa) io sento, invece, tutt’altro che “minima” l’analisi introspettiva che il Mozzi conduce quando descrive gli atteggiamenti dei personaggi coinvolti nei singoli eventi. È come se con il suo stile volesse evidenziare quanto è paradossale definire piano e uniforme ciò che si rifà ai temi definiti autobiografici. Sento, infatti, profonde e molto acute le sue intuizioni. Avverto solida la sua capacità di non perdersi, travolto dalla giostra caleidoscopica monocromatica delle miserie e meschinità che tingono di grigio il quotidiano.

L’autore, per noi, osserva con tolleranza e ironia chi abbiamo accanto ed è come se invitasse il lettore a fingersi cieco ponendosi lui stesso a guida tra i percorsi di vita che calpesta nell’arco di una giornata indottrinandolo (il lettore) a non trascurare quel briciolo di disponibilità che rende l’uomo umano.

Da questa raccolta emerge un altro aspetto del carattere di Giulio Mozzi: oltre alla nostalgica tenerezza che ho percepito in Questo è il giardino, con Sono l’ultimo a scendere l’autore mi presenta l’aspetto coriaceo e mi fa intendere che non ha nessuna remora a usare il pungiglione in caso di necessità.

Non sono mai velenose, ma possono diventare fortemente urticanti, le tossine che sprigiona con le frecciatine e gli attacchi verbali che inscena quando incarna il “filosofo” che questiona col poliziotto al posto di blocco, oppure il malcapitato inseguito dal mendicante di dubbia nazionalità, o, ancora, il viaggiatore a volte vittima innocente di prepotenze e ignoranza altre volte burlone impertinente e, anche se gli argomenti che di volta in volta i vari “Giulio Mozzi” portano a sostegno delle proprie posizioni sono inconfutabili, ciò nonostante, disarmando il malcapitato di turno, diventano estremamente irritanti pur non mancando di appiattire ogni tentativo di contrattacco. Solo chi difetta di una minima (o massima) dose di autocritica finisce coll’infuriarsi, forse più con se stesso tuttavia, riversando la collera sul “Mozzi” di turno.

In Sono l’ultimo a scendere l’autore guarda il mondo con distacco e diventa lo spettatore assente di se stesso che punta la lente sullo scorrere della vita “normale” di un viaggiatore solitario che non sfugge al ridicolo e al paradosso di relazioni nemmeno quando se ne sta al sicuro, in solitaria compagnia, dentro le mura casalinghe dove viene inesorabilmente raggiunto da voci incorporee anche se “nonime” (invento questo termine come contrario di anonime che invece sarebbe: inanonime, ma che non mi piace, quindi mi prendo la libertà di cambiarlo con tante scuse ai puristi della lingua però il testo è mio e ci faccio quello che mi pare) delle conversazioni con impiegati di call center.
Questo testo viene definito “diario pubblico”, la forma è appunto diaristica, gli episodi sono rapidi specchi di vita credibili e spinti fino al paradosso in certi casi, ma quello che rende unico e diverso questo raccontare è la prospettiva. Lui ci porta fino all’orlo del precipizio e poi ci sposta offrendoci la soluzione a volte più corretta, altre più comoda, altre più divertente senza trascurare i principi basilari del rispetto verso il prossimo e verso se stessi, il tutto in chiave comica, e quello che sembrava cupo diventa esilarante.

monica azzurra

Monica Bauletti